di Gianpiero Magnani

 

La FEPS (Foundation for European Progressive Studies) ha avviato un interessante progetto denominato Recovery Watch che si propone, con più analisi, di esaminare gli impatti sociali delle diverse politiche di attuazione dei PNRR nazionali. Lo studio analizza in particolare le misure contenute nei piani di ripresa e resilienza prese da alcuni Stati[1] dell’Unione europea, le criticità riscontrate e le diverse modalità di utilizzo dei fondi, offrendo approfondimenti specifici sulle singole politiche: fra questi, alcuni rapporti[2] si occupano di studiare la giusta transizione digitale e ambientale nel mondo del lavoro, il ruolo svolto dal PNRR nelle politiche per l’infanzia[3] e l’impatto delle misure finalizzate a ridurre le disuguaglianze territoriali.

Il progetto della FEPS coinvolge in Italia un network di ricercatori e di università fra cui l’European University Institute di Firenze, il Gran Sasso Science Institute e il Forum Disuguaglianze Diversità; ad esso, in dicembre, è stato dato ampio risalto ad un convegno, organizzato dalla FEPS e dal Forum Disuguaglianze Diversità, che si è tenuto presso il CNEL e che è possibile rivedere integralmente nel canale YouTube di quest’ultimo[4].

L’Italia, in particolare, è quella che fra i Paesi europei ha deciso di indebitarsi di più[5], utilizzando tutte le risorse rese disponibili da Next Generation EU, anche quelle a debito[6]; tutto il piano si presenta peraltro come un’operazione imponente non solo per le ingenti risorse rese disponibili[7], ma soprattutto per la complessa rete di istituzioni coinvolte, con una costruzione centralizzata ma con applicazioni che coinvolgono direttamente i territori locali.

In questa fase, è stato osservato, si tratta di compiere in particolare un pre-monitoraggio sull’impatto potenziale di piani che sono già stati predisposti e che adesso sono in fase di implementazione. Fra le analisi che è necessario compiere, la transizione ecologica va declinata secondo i criteri della neutralità climatica, della stabilità occupazionale e reddituale, e della sostenibilità ambientale; va studiato l’impatto potenziale della transizione ecologica sul lavoro, ma anche la “cecità di genere” e la disuguaglianza di cura che rappresentano entrambe le maggiori sfide della pandemia. Si riscontrano in particolare asimmetrie territoriali, intra-regionali (non solo fra le regioni ma all’interno degli stessi territori regionali) e fra classi sociali[8].

Nell’ambito delle sei missioni, un’attenzione specifica è stata data nel Recovery Watch ad una lettura femminista della cura[9], condotta per otto Paesi europei, dalla quale è emerso che il tema dell’assistenza nei diversi piani nazionali è trattato con meno risorse rispetto alla transizione verde e a quella digitale; la cura, poi, è considerata un costo anziché un valore: eppure una ripresa socialmente sostenibile, è stato osservato, è incompleta se non si concretizza l’idea di una società della cura. Un focus è stato dedicato anche alle politiche per la prima infanzia, che sono fondamentali sia per l’occupazione che per l’inclusione sociale, e sono pochi i Paesi vicini all’obiettivo della Strategia Europea per l’assistenza[10]: l’Italia ha destinato tre miliardi alle politiche per l’infanzia e fra gli obiettivi vi è la realizzazione entro il 2025 di oltre 264 mila posti tra asili nido e scuole dell’infanzia.

Il convegno al CNEL ha evidenziato anche quanto sia difficile per il nostro Paese monitorare e valutare: l’Italia non ha una tradizione di monitoraggio, e in particolare di monitoraggio partecipato, e neppure di valutazione per poter correggere “in corsa” le cose che non vanno.

Tre dimensioni si rivelano di particolare importanza: quella territoriale, la partecipazione al dibattito pubblico (a vari livelli e che è particolarmente carente nel nostro Paese), la governance multilivello (che è fortemente centralizzata in Italia) col necessario rinnovo della pubblica amministrazione. Quanto, poi, le misure del PNRR sono “place sensitive”? Politiche, cioè, per le persone ma nei luoghi: è questo il tema di uno studio[11] specifico che confronta Italia, Spagna e Portogallo sulle politiche di coesione.

Il confronto fra questi tre Paesi ha consentito di monitorare l’effettiva implementazione del PNRR per capire se aiuta o meno le politiche di coesione territoriale: l’Italia, in particolare, ha dichiarato di spendere il 49,55% dei fondi per la coesione territoriale, di cui il 40% al Sud (per 82 miliardi di euro), ma c’è un problema di divario istituzionale fra Nord e Sud che non si è preso in considerazione in quanto la maggior parte dei fondi sono allocati con bandi, però molti comuni non hanno la necessaria capacità di progettazione: è quello che Gianfranco Viesti ha definito “un totale in cerca di addendi”[12], che ha prodotto una selezione competitiva che per fortuna si svolge all’interno di gruppi di regioni fra loro vicine, ma che comunque rischia di aumentare ulteriormente le disuguaglianze territoriali anziché ridurle. La Spagna, dal canto suo, ha dichiarato di spendere il 55,94% delle risorse per la coesione territoriale, ma mirando alle aree più spopolate in quanto ha individuato come priorità la sfida demografica; il Portogallo invece non parla neppure di aree marginalizzate, ma dichiara di spendere il 46,64% delle risorse per la coesione sociale e territoriale.

Il quadro è ancora più complesso se poi dalla situazione macro territoriale si passa ad analizzare quella micro territoriale, dove si riscontrano una molteplicità di interventi su aree marginalizzate che sono peraltro variamente definite: la dimensione micro territoriale rivela infatti una situazione di frammentazione, sia degli interventi che della definizione stessa delle aree marginalizzate; si parla volta per volta di aree montane, di aree rurali, del Sud, di territori sotto un certo numero di abitanti, numero che però è variabile a seconda dei contesti (tremila in alcuni casi, cinquemila in altri), eccetera. La strategia SNAI per le Aree Interne è solo parzialmente citata.

Pesano anche nell’impiego delle risorse l’eterogeneità settoriale, per cui ad esempio al settore energetico è dedicata maggiore attenzione rispetto all’industria automobilistica; e la presenza in loco delle competenze necessarie per realizzare gli investimenti: alcuni Paesi sono all’avanguardia, come Svezia, Spagna e Germania; si rende quindi necessaria un’agenzia pubblica europea di politica industriale, che sia in grado di governare la transizione digitale e ambientale, garantendo nel contempo la necessaria protezione ai settori esposti.

Vi è in particolare una prospettiva multidimensionale della disuguaglianza che richiede integrazione di politiche a fronte della grande eterogeneità degli interventi e dei progetti. Non bisogna dimenticare, infatti, che il PNRR ha per obiettivi la ripresa e la resilienza, e che entrambi devono essere raggiunti, insieme: immaginare una maggiore resilienza senza ripresa, limitando gli interventi ad esempio ad opere di manutenzione senza avere chiare le direttrici dello sviluppo economico (nel quale il settore manifatturiero ha un effetto moltiplicatore sull’occupazione), è un errore grave, come lo è puntare soltanto sulla ripresa economica senza tenere nel giusto conto i problemi conseguenti alla redistribuzione non lineare dei lavoratori per effetto della transizione digitale e di quella ambientale.

 

 

[1] Una versione, per ora solo in inglese, è disponibile a questo link: https://FEPS-europe.eu/wp-content/uploads/2022/12/RECOVERY-WATCH-Placed-Based-PP-1.pdf

[2] https://FEPS-europe.eu/theme/recovery-watch/

[3] https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/il-ruolo-della-recovery-and-resilience-facility-nel-rafforzamento-delle-politiche-per-linfanzia/

[4] https://www.youtube.com/watch?v=zBkDV5E0j4c

[5] https://ec.europa.eu/economy_finance/recovery-and-resilience-scoreboard/

[6] https://ec.europa.eu/economy_finance/recovery-and-resilience-scoreboard/country_overview.html?country=Italy

[7] https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/recovery-plan-europe_it

[8] https://www.vita.it/it/article/2022/12/16/pnrr-italia-in-affanno-ma-gli-altri-paesi-non-stanno-meglio/165171/

[9] https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/verso-una-ripresa-basata-sulla-cura-unanalisi-femminista-dei-piani-nazionali-di-ripresa-e-resilienza/

[10] https://ec.europa.eu/info/law/better-regulation/have-your-say/initiatives/13298-Strategia-europea-per-lassistenza_it

[11] https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/quanto-sono-place-sensitive-i-piani-nazionali-di-ripresa-e-resilienza/

[12] Si vedano anche le considerazioni di Viesti al link http://www.iuav.it/DIPARTIMEN/CHISIAMO/eventi/2022/10–ottobr/la-dimensi/relazioni/Viesti.pdf