A prima vista le due guerre non si somigliano. Una è cominciata con l’aggressione della Federazione russa all’Ucraina, l’altra con la reazione di Israele a una strage di suoi cittadini e sequestro di altri da parte di Hamas. E ancora. Una è combattuta fra eserciti, anche se l’aviazione e i droni russi colpiscono la popolazione civile allo scopo di piegarne la resistenza (quelli ucraini colpiscono invece fabbriche di armamenti, depositi di idrocarburi e altri strumenti necessari alla Russia per combattere). L’altra guerra è comunque del tutto asimmetrica: un solo esercito che bombarda sistematicamente una popolazione inerme, violando non tanto e non solo il principio di proporzionalità (che legittima l’uso della forza solo quando sia proporzionato all’offesa subìta, ma sul presupposto che siano colpiti gli offensori (Hamas) e non la popolazione che Hamas sacrifica ai suoi interessi politici), quanto il diritto alla vita, che ogni Stato ha l’obbligo di tutelare.
Ma queste differenze non tolgono nulla a quanto c’è di comune fra le due guerre, che è molto di più di quanto le distingue. L’una e l’altra stanno infatti rilegittimando l’idea che l’uso della forza sia connaturato alla risoluzione di una qualsiasi controversia fra Stati. Il diritto internazionale del secondo dopoguerra non è mai stato rispettato in modo soddisfacente, le Nazioni Unite sono sempre state il teatro dove si consumavano gli scontri politici, non una sede capace in quanto tale di risolverli. Ma ora c’è questo salto di scala, che è stato inaugurato dall’invasione dell’Ucraina. I confini non contano più: proprio l’enormità di questo fatto spiega come mai Putin abbia sempre parlato di “operazione militare speciale” e non di “guerra”, senza contare che nell’immaginario della grande Russia l‘Ucraina è un semplice territorio russo come gli altri.
Ma ad accomunare le due guerre non c’è solo l’abitudine alla guerra che stanno creando nella comunità internazionale. C’è soprattutto il modo di condurla. Se da una parte ci troviamo davanti ad atti di sterminio del popolo palestinese, dall’altra la deportazione di decine di migliaia di bambini ucraini in Russia ha originato l’incriminazione di Putin e della Commissaria presidenziale russa per i diritti dei bambini davanti alla Corte penale internazionale per crimini di guerra (17 marzo 2023). E secondo alcuni l’imputazione per crimini di guerra sarebbe stata compiuta per prudenza, per evitare cioè che l’accusa di genocidio, non ancora sufficientemente provata, non rischiasse di incrinare l’impianto accusatorio. Ma è un’ipotesi solo rimandata, visto che, con la deportazione dei bambini, l’intento genocidario di veder scomparire l’identità di un certo popolo è fuori discussione. In epoca contemporanea, forse solo i Khmer rossi colpirono la memoria del popolo cambogiano con una pari violenza. Putin è di quella pasta. Per lui, come per Netanyahu, gli esseri umani sono semplici pedine del gioco del potere.
I primi ad averlo capito sono stati gli ucraini, i quali hanno scelto di sacrificare molte loro vite pur di non finire schiavi, e per di più annullati nella loro identità, amputata come sarebbe nella discendenza. Altro che guerra per procura: tesi di menti malate, che non a caso oggi è uscita dai canali mediatici.
Subito dopo, lo hanno capito i Paesi confinanti o vicini ai confini con la Russia. Non solo gli Stati che hanno chiesto l’adesione alla NATO, non solo i governi, ma la gente comune. Già alla fine del 2022, a Vilnius, su grandi cartelloni issati davanti ai palazzi di privati cittadini compariva la scritta “Putin, L’Aja ti sta aspettando”.
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