Si dice da più parti che la campagna elettorale è già cominciata, e molti segnali lo confermano. Nello stesso tempo, lo scontro politico è sempre meno centrato sui programmi e sempre più sui comportamenti. Fin qui, le novità rispetto alle campagne elettorali precedenti sarebbero però ancora poche. E invece negli ultimi mesi il quadro politico internazionale e interno è cambiato in maniera irreversibile, proiettando una luce molto diversa sulle prossime elezioni.
Stiamo parlando prima di tutto del conflitto che ha opposto Donald Trump a Giorgia Meloni, soprattutto da quando il Presidente americano si è scagliato contro il Papa, colpevole di fare al meglio il Suo mestiere, e ancor più da quando si è accorto che gli Stati Uniti erano rimasti soli in ambito NATO nella guerra contro l’Iran. Il Foglio ha scritto che Meloni dovrebbe ringraziare Trump, per averla spinta sempre più a fianco dell’Unione europea in reazione ai suoi interventi. Mi sembra una posizione un po’ troppo facile. Non solo perché fa della Presidente del Consiglio la semplice pedina di un gioco più grosso, ma soprattutto perché dimentica le conseguenze di quella che Trump ha avvertito come una ribellione di chi fra i maggiori leader europei più si era impegnata a suo favore.
Il paragone di Sigonella 2026 con Sigonella 1984 è venuto in mente a molti, anche se può servire più che altro a notare alcune differenze. Nel 1984 il conflitto si pose fra due Stati, gli Stati Uniti e l’Italia, i cui rispettivi governi esprimevano una visione opposta della sovranità nazionale; e il conflitto ci fu molto più su fatti che su parole. Nel 2026 il conflitto ha opposto i vertici degli esecutivi dei due Paesi in modo da somigliare a un litigio molto verbale e personalistico. Non possiamo negare che Meloni si è il più delle volte limitata ad arginare la tracotanza di Trump. Solo che un suo atteggiamento più prudente o meno connivente nella prima fase della Presidenza avrebbe evitato a sé stessa e all’Italia gran parte di quanto poi è successo. E soprattutto le avrebbe evitato quanto sta con ogni probabilità per accadere anche in coincidenza, non si sa quanto casuale, con la formazione di una temibile lista di estrema destra.
La combinazione fra lo scontro con Trump e l’ascesa del generale Vannacci è destinata a modificare strutturalmente i termini dello scontro elettorale. Trump cercherà ora di vendicarsi in qualsiasi modo e, lo abbiamo ormai visto in tante occasioni, anche a prezzo di nuocere agli interessi degli Stati Uniti. Lo farà mobilitando tutta la sua potenza di fuoco a favore del generale, peraltro già sicuramente agevolato dal dichiarato appoggio a Putin.
Tutto lascia pensare, dunque, che lo scontro elettorale sarà spostato molto più sulla destra del solito, fra una destra estrema e una destra “conservatrice”, con gli altri che staranno a guardare, nell’attuale maggioranza non meno che nell’opposizione. Nel frattempo si terranno le elezioni in Germania (30 gennaio) e in Francia (18 aprile, primo turno delle presidenziali), elezioni in ambedue i casi decisive per capire sia se l’Unione europea resterà in piedi, sia se le democrazie potranno continuare a battere un colpo nel vecchio continente al di là dell’esito delle elezioni americane di midterm del prossimo autunno.
Un panorama sconcertante, se non deprimente, per moltissimi elettori, che rischia di ridurre la partecipazione al voto e di aumentare ancora più la distanza dai partiti, ridotti a vuoti cartelli elettorali. È da qui che occorre giocoforza partire per restituire credibilità al dibattito e alla competizione politica.
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