I risultati del referendum costituzionale del 22-23 marzo hanno colto di sorpresa tutti, a partire dagli istituti di sondaggio, smentiti dai numeri, e soprattutto per la loro unanime previsione che la vittoria del sì dovesse considerarsi direttamente proporzionale alla partecipazione al voto. È andata esattamente al contrario: la partecipazione è stata maggiore del previsto (quasi il 59%), ma la percentuale dei no è stata superiore al 53%.
Quando le previsioni saltano, sarebbe bene soffermarsi prima di tutto sulle ragioni dell’errore. Il che vale anche per gli attori politici, perché impone loro un esercizio di analisi dei comportamenti dell’elettorato che aiuta a capire cosa correggere delle proprie performances. Per parte nostra, in questo numero diamo un contributo in tal senso con l’articolo di Luca Tentoni. Ma se dovessimo dire se i partiti si siano mostrati interessati alla cosa, dovremmo rispondere di no, né da una parte né dall’altra, e che abbia prevalso ancora una volta la tendenza degli “sconfitti” a voltare pagina il più presto possibile e dei “vincitori” a intestarsi un risultato che richiedeva letture ben più complesse.
Un’analisi appena approfondita dovrebbe prestare per esempio attenzione al quanto abbia inciso sul risultato, nel bene e nel male, il fatto che fosse al centro della questione una classe di cittadini abbastanza impopolare come quella dei giudici. Prima del referendum sembrava un fatto molto importante, poi è stato messo in ombra dalla dimensione politica che hanno preso i numeri. Ma rimane una variabile importante, che richiederebbe analisi difficili e approfondite.
Per il resto, la vicenda dovrebbe funzionare da lezione a destra come a sinistra. Se, come si ritiene da più parti, a fare la differenza fra no e sì – e si tratta di milioni di voti – sono stati i giovani e una parte di astenuti, occorrerebbe chiedersi cosa abbiano in comune. L’essere o il sentirsi esclusi dal circuito fra politica e società, potrebbe essere la risposta. La logica binaria del referendum avrebbe consentito loro di dire no senza per questo aderire a un partito o al fronte dell’attuale opposizione, come pure porsi necessariamente a difesa della Costituzione vigente.
Così stando le cose, “i no aggiunti” del referendum segnalano un problema molto serio a tutte le forze politiche. Che il ritiro dalla partecipazione alle elezioni di decine di milioni di cittadini dipende strettamente da carenze di offerta politica, alle quali è inutile pensare di poter rimediare catturando questi elettori rispecchiandone le aspirazioni con immagini più o meno azzeccate. Perché la loro astensione (passata e molto plausibilmente futura) alle elezioni potrebbe dipendere proprio dall’incapacità dei partiti di essere sé stessi: di fare politica, differenziandosi fra loro in base a programmi e proposte concrete.
Eppure un cambiamento in questa direzione non si vede da nessuna parte, e dalle parti della maggioranza si vede addirittura il contrario. È infatti in discussione alla Camera una riforma della legge elettorale proposta dal Governo Meloni che elimina i collegi uninominali e mantiene le liste bloccate, così impedendo agli elettori qualunque possibilità di esprimere propri candidati. Di più, la legge introduce un premio di maggioranza non solo di proporzioni abnormi (il 55% dei seggi per la coalizione che abbia raggiunto il 40% dei voti), ma che inoltre ignora che il tasso di astensionismo crescente (mettiamo la metà degli elettori) potrebbe consentire a uno schieramento rappresentativo del 20% degli aventi diritto al voto di ottenere più della maggioranza assoluta dei seggi. Una enormità in qualunque regime democratico, alla faccia dei “no aggiunti” del referendum. E l’opposizione? Chiacchiere tante, e poi veduta corta, navigazione a vista, scarsa fiducia in sé stessi.
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Cinque anni fa, il 18 aprile 2021, moriva il direttore di Mondoperaio Luigi Covatta. Lo ricordiamo come fosse ieri con la sua autoironia, il suo stile inimitabile, la sua grande umanità, l’amore per le cose vere.
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