Quando veniamo a sapere che famiglie ebraiche sono costrette a fuggire dalla Francia e a stabilirsi in Israele a causa delle persecuzioni cui sono soggette, dobbiamo pensare che non ci troviamo solo di fronte a tragedie personali e collettive, ma anche a sconfitte della democrazia. Di una democrazia che non è riuscita a difendere suoi cittadini da un ritorno a discriminazioni razziali che ritenevamo non potessero ripetersi mai più.

Anche la tragedia di Gaza è una sconfitta per le democrazie, soprattutto per quelle europee che nulla hanno fatto per fermare Netanyahu, a parte le enormi responsabilità americane. Ma è una sconfitta, più precisamente, dei governi e delle maggioranze al potere, e che si consuma nel quadrante della politica estera. Quella delle famiglie costrette a riparare in Israele chiama invece in causa la civiltà della convivenza interna, messa in pericolo prima di tutto da discorsi di odio antisemita, che si traducono spesso in minacce e violenze a persone o a simboli religiosi.

Certamente gli episodi di antisemitismo sono molto cresciuti dopo la reazione israeliana all’eccidio del 7 ottobre, ma erano già dilaganti in tutta Europa, tanto che una risoluzione del Parlamento europeo del 2017 invitava gli Stati membri ad adottare la definizione dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che per antisemitismo intende “una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici”.

Su questa base numerose proposte di legge sul contrasto all’antisemitismo sono state presentate al nostro Parlamento, con l’approvazione al Senato nel marzo scorso di una proposta unificata che ha ottenuto il voto della maggioranza, di Azione, IV e alcuni parlamentari del PD, e risulta ora incardinata alla Camera.

Una delle principali critiche alla legislazione di contrasto ai discorsi di odio è data dal rischio di censure, ossia di rimettere così in discussione la libertà di espressione del pensiero, che è un cardine delle democrazie costituzionali. Ma già la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, istituita dal Consiglio d’Europa, ha affermato nel 2015 che “le forme di espressione che offendono, urtano o inquietano non possono essere assimilabili, per questa unica ragione, al discorso dell’odio, e che le misure adottate contro l’utilizzo di tale discorso dovrebbero servire a proteggere persone e gruppi di persone, e non particolari convinzioni, ideologie o religioni”.

In altre parole, un conto sono le espressioni che pur offendendo rimangono tali, un altro conto sono i discorsi rivolti in odio a qualcuno. Un conto è la considerazione dello sterminio dei palestinesi a Gaza come genocidio, un altro conto è percepire gli Ebrei con odio. Se questa distinzione regge, lasciando in piedi per intero il confronto culturale e politico anche molto aspro una volta che venga isolato dal discorso antisemita, l’accusa di censura perde senso.

La proposta approvata al Senato mantiene la distinzione del discorso di odio antisemita da ogni possibile critica politica allo Stato di Israele. Non prevede sanzioni, e si propone piuttosto di ostacolare l’antisemitismo affidando a un Coordinatore nazionale, fra gli altri, il compito di far crescere la consapevolezza, nelle scuole, nelle università, nei social e negli altri canali di comunicazione, dei guasti dell’antisemitismo nelle sue varie forme.

Una legge non basta, è stato detto tante volte e anche in questa occasione. Ma in ogni caso serve. E bisogna fare di tutto per contrastare un fenomeno già molto diffuso, che volutamente confonde la critica con l’odio e attacca le radici delle civiltà democratiche.