Continua a farsi sentire ogni giorno la litanìa “L’Europa non esiste”, mentre i maggiori soggetti delle relazioni internazionali si accaniscono contro l’Unione, che secondo il Vicepresidente degli Stati Uniti Vance avrebbe tradito la sua ispirazione liberale con le censure contro le piattaforme digitali.

Partiamo allora da queste due posizioni, che fra loro si contraddicono evidentemente. Certo, l’Unione “non esiste” militarmente. Ma rimane un gigante economico che, per il solo fatto di essere tale, è un attore politico nella scena del mondo. Un attore che può fare scelte scomode ad altri, compresi i giganti del digitale. L’irritazione del governo statunitense si spiega proprio perché il Digital Service Act ha imposto per la prima volta alle grandi piattaforme una serie di vincoli, che è troppo facile scambiare per censure, ma che in realtà consentono di controllare e contenere, fra le altre cose, la disinformazione che viene da Mosca, con notevoli ritorni finanziari per i giganti americani. La questione è stata al centro della partita dei dazi, perché il Governo Trump voleva semplicemente far sparire le disposizioni del DSA che più davano fastidio alle imprese digitali.

L’esempio basta a dimostrare quanto sia interessato il discredito che il più delle volte circonda l’Unione. La quale naturalmente non è per questo da scagionare per le gravi disfunzioni che evidenzia soprattutto nella conduzione della politica estera. Solo che, per come si sono messe le cose nel mondo, le carenze in politica estera dipendono sempre più dall’assenza di una soggettività sul piano della difesa.

Sappiamo come sono andate le cose nei mesi passati. Strattonati da Trump per i loro scarsi contributi al finanziamento della Nato, gli Stati europei hanno reagito con rimedi che potessero chiudere la partita o rimandarla il più avanti possibile. Nel frattempo si sono resi conto (non solo per la presenza fra loro del Regno Unito) che un obiettivo realistico della difesa comune non consiste nella creazione di un “esercito europeo” ma nella definizione (in termini di infrastrutture ed altro) del già esistente fianco europeo della NATO.

Non sappiamo quanto questa nuova consapevolezza delle istituzioni europee si tradurrà in azione, anche se temiamo che potrebbe avvenire fuori tempo massimo. Intanto però gli stanziamenti degli Stati membri per la difesa stanno crescendo più o meno velocemente. La crescita maggiore è in Germania, dove si prevede che il bilancio per la difesa del 2029 sarà tre volte quello del 2023. Inoltre si tratta di investimenti dual-use, ossia utilizzabili anche a scopi civili.

Le conseguenze di tutto questo non sono state colte quasi mai nel dibattito mediatico e politico italiano. Sono conseguenze esterne all’Unione, perché un simile rilancio degli investimenti nella difesa tedesca sarà percepito in Russia non meno che negli USA come l’avvio di un generale ripensamento strategico sul cosa fare in Europa e dell’Europa.  Ma sono anche conseguenze interne. La Germania ha abbandonato il rigore finanziario che aveva inserito in Costituzione nel 2009 e poi fatto inserire nel Fiscal Compact con i noti effetti per tutti noi. La Costituzione è stata già riformata in modo da consentire che gli investimenti pubblici non facciano più parte del debito. Ma è da vedere se ciò aprirà le porte al debito pubblico europeo proposto dagli italiani da parecchio tempo, o sarà la versione aggiornata della Fattoria degli animali di Orwell, in cui c’è sempre un animale più eguale degli altri.

Rimane infine da capire se, nonostante queste trasformazioni, la Germania continuerà a giocare la parte dell’egemone riluttante dell’epoca di Angela Merkl. I cambiamenti di contesto suggeriscono che non sarà possibile, e che sarà anzi necessario stabilire una chiara linea di alleanze fra grandi Paesi europei, tenendo conto che la Francia, storica protagonista dell’asse con la Germania, sta vivendo un momento di massima debolezza interna. Ma la cosa più importante è un’altra. Se l’Unione continuerà a decidere all’unanimità sulla politica estera e della sicurezza, vecchi o nuovi assi conteranno meno; se invece si avrà il coraggio di superare i ricatti degli Orban di turno, l’Unione conoscerà una vera svolta.

Qui è attesa la nuova Germania. Ma non solo. L’Italia può illudersi di contrattare posizioni sottobanco restando attaccata alla regola-dogma dell’unanimità: è un approccio realistico, ma di un realismo di corto respiro. Oppure, può scegliere di giocare un ruolo più scoperto ma anche più produttivo per sé stessa e per l’Europa. Lo sapremo presto, al di là delle chiacchiere.