Di competizioni al ribasso si parla spesso a proposito di appalti di opere pubbliche, vista la costante tendenza italiana a preferire, fra i criteri di aggiudicazione degli appalti, il prezzo più basso alla qualità migliore, come pure il frequente ricorso al subappalto al di là dei divieti posti dalla normativa europea.

Ma le competizioni al ribasso prosperano sempre più in tutti i settori. Anzitutto nel mercato del lavoro, dove l’offerta tende al ribasso specie, ma non solo, nel campo degli appalti.  È stato calcolato che i “contratti-pirata”, stipulati fuori dalla contrattazione collettiva, sono circa il 10% del totale, con gravi rischi per la sicurezza oltre che per la dignità della qualità della vita di cui parla l’art. 36 della Costituzione. Il tragico aumento degli incidenti sul lavoro verificatisi in questi anni parla da solo. D’altra parte, la crescita dei contratti-pirata è anche da porre in diretta corrispondenza all’incapacità dei sindacati maggiormente rappresentativi di mantenere le funzioni cui storicamente hanno assolto nella tutela dei diritti dei lavoratori. Peraltro essa si avverte non solo per via dei contratti-pirata, ma anche per il differenziale salariale che si registra nella contrattazione collettiva all’interno dei singoli settori: esso può raggiungere il 40% a parità di trattamento normativo.

Si affaccia così la questione di una legge sul salario minimo, proposta da una parte dell’opposizione in questa legislatura e di fatto insabbiata dal Governo. Come pure si prospetta una legge sulla rappresentanza sindacale anche per evitare la crescente frammentazione. Il dibattito politico, scientifico e culturale su questi rimedi è aperto, e la rivista intende seguirlo come merita. Qui però vale la pena di continuare a indicare i casi in cui le competizioni al ribasso sono più evidenti: esse ci parlano, tutte insieme, di un Paese ripiegato, che sfugge a scelte che vadano oltre il breve periodo e che premia i meno propensi a rischio.

Un caso di competizioni al ribasso che si allargano a macchia d’olio è quello delle Università telematiche, molto diffuse da Roma al Sud. Nella gran parte dei casi, si tratta di luoghi dove gli studenti si presentano agli esami per registrare il voto, senza doversi impegnare seriamente nello studio. Una legge finanziaria dei primi del secolo, scritta quando si diceva che “Con la cultura non si mangia”, autorizzò queste Università a rilasciare il titolo di studio. Una volta equiparate alle altre, le telematiche hanno conosciuto un’autentica esplosione di iscritti. Negli ultimi anni il numero di iscritti alle telematiche si è quintuplicato, mentre quello alle altre ha avuto un aumento molto ridotto.

Questo successo si spiega sostanzialmente con la maggiore facilità dei corsi, per usare un eufemismo.  Dal punto di vista dell’apprendimento, non solo di singoli saperi ma anche, diciamolo, dell’educazione al vivere insieme, le università telematiche sono un esempio pessimo per gli studenti. Essi si abituano a pensare, certo con la corrività dei loro genitori, che per vivere non occorre sacrificarsi, ma solo trovare la strada giusta per avere un lavoro dopo avere ottenuto una laurea senza particolari problemi.

Nel frattempo, le altre Università continuano a richiedere dai loro studenti tutti gli sforzi necessari per superare gli esami. Ma alla lunga quanto potranno reggere da una competizione al ribasso così drogata come quella delle telematiche, e in un mondo nel quale il valore della conoscenza si fa sempre più oscuro?

Le competizioni al ribasso sono un capitolo importante di una tendenza al ripiegamento che si fa strada nei momenti di crisi. Per fortuna convive con altre, meno deprimenti. Ma intanto è bene registrare la sua presenza, sempre per non prenderci in giro da soli.