Le reazioni quasi isteriche provocate nelle cancellerie europee dal documento sulla National Security Strategy pubblicato dalla Casa Bianca lo scorso novembre confermano che la classe dirigente del vecchio continente non solo è priva di una solida cultura strategica, ma fatica anche a ragionare con freddezza in termini di interessi nazionali e continentali. L’Europa appare troppo facilmente turbabile da chi è capace di affermare con chiarezza i propri interessi e di agire con decisione per tutelarli. Proprio per questo vale la pena analizzare quel documento in dettaglio e porsi alcune domande, così che dal dibattito politico possa sorgere una risposta adeguata e consapevole alle sfide che esso pone.
La prima cosa da afferrare con lucidità è che il testo rilasciato da Washington è un atto rivolto sia al pubblico interno sia agli attori esterni, alleati e avversari. Si tratta di uno strumento al tempo stesso programmatico e propagandistico, costruito innanzitutto per legittimare l’azione dell’amministrazione in carica e per produrre specifici effetti politici, piuttosto che per rivelare ingenuamente al mondo le reali intenzioni dell’amministrazione americana. Il tono complessivo, ai limiti dell’autocelebrazione fin dalle prime pagine, riflette questa duplice finalità: da un lato si offre una ricostruzione delle presunte carenze strategiche accumulate dagli Stati Uniti a partire dalla fine della guerra fredda, dall’altro si ribadisce che l’attuale amministrazione ha corretto, o intende correggere, tali deviazioni riportando la politica estera americana su binari considerati pienamente rispondenti all’interesse nazionale.
La narrazione si fonda sull’idea che, per decenni, Washington abbia smarrito l’essenza di una vera strategia, sostituendola con elenchi di obiettivi confusi, privi di priorità e scollegati dalle risorse effettivamente disponibili. L’ambizione di esercitare una dominazione globale permanente viene descritta come un errore di fondo: un fine irrealistico, costoso e controproducente, che avrebbe portato gli Stati Uniti a intervenire in contesti privi di reale rilevanza per la sicurezza nazionale, imponendo al Paese responsabilità che la popolazione non era più disposta a sostenere. Parallelamente, tale orientamento avrebbe generato squilibri interni, dovuti principalmente alla globalizzazione del commercio e al peso delle spese militari sostenute per conto degli alleati. La premessa della nuova strategia è dunque l’idea che l’America sia stata indebolita sia da una certa dispersione negli investimenti strategici sia dal deterioramento della sua base industriale e produttiva, che è stata in realtà il vero fondamento della potenza statunitense.
In questo quadro, la svolta impressa dall’amministrazione in carica è presentata come un necessario riposizionamento. La politica estera viene reinterpretata attraverso una lente nazionalista e selettiva, che rifiuta gli impegni globali indiscriminati ma non abbandona l’obiettivo di mantenere un ruolo attivo e dominante nei contesti ritenuti decisivi. Non si tratta di isolazionismo in senso classico, ma della volontà di calibrare la proiezione di potenza in accordo al perseguimento esclusivo degli interessi vitali del Paese. La visione proposta non implica neppure una visione suprematista degli Stati Uniti, ma definisce piuttosto ciò che potremmo chiamare “un nazionalismo strategico fortemente anti-globalista”: il primato americano deve poggiare sulla sicurezza del territorio, sul ripristino della capacità produttiva, su alleanze ben disciplinate e sulla riduzione degli impegni percepiti come inutili o dannosi.
Il testo individua quindi una serie di obiettivi considerati essenziali per il rafforzamento del potere nazionale. La sopravvivenza e l’integrità degli Stati Uniti come repubblica sovrana costituiscono il punto di partenza, con particolare attenzione alla sua protezione da minacce militari, tecnologiche, economiche e sociali. Il controllo delle frontiere e dei flussi migratori viene indicato come elemento imprescindibile per la sicurezza, insieme alla capacità di difendere infrastrutture critiche da sabotaggi, pressioni ostili e interferenze straniere. In parallelo, si rivendica la necessità di mantenere forze armate tecnologicamente avanzate, pronte a vincere rapidamente eventuali conflitti, sostenute da una deterrenza nucleare modernizzata e da sistemi missilistici in grado di neutralizzare ogni rischio sul territorio nazionale e oltre. A questa dimensione militare si affianca l’accento posto sulla centralità dell’economia: prosperità interna, leadership globale e forza militare dipendono, in questa visione, dalla solidità del settore industriale, dalla sicurezza delle filiere produttive e dalla capacità del Paese di dominare i settori tecnologici strategici, dalla difesa all’intelligenza artificiale, alla computazione quantistica. L’energia, vista come motore della crescita e strumento di influenza internazionale, è descritta come un ambito nel quale il Paese deve mantenere la massima autonomia e competitività. La tutela della proprietà intellettuale e il rafforzamento della capacità innovativa devono realizzare l’obiettivo di preservare il vantaggio scientifico e tecnologico che sostiene la potenza americana. Accanto all’hard power, il documento insiste sulla necessità di consolidare anche il soft power, attraverso il rafforzamento di un’immagine internazionale positiva degli Stati Uniti e la valorizzazione della loro identità politica e culturale. L’idea è che la proiezione dei valori nazionali nel mondo non possa prescindere dal presupposto di una società coesa, ottimista e fiduciosa nella propria missione, con famiglie solide e cittadini pienamente integrati nella vita economica e sociale. La sicurezza, in questa prospettiva, non è una questione soltanto militare o economica, ma investe anche le dimensioni culturali e spirituali della società.
Sul piano internazionale, la strategia definisce aree prioritarie. Nell’emisfero occidentale si rivendica una funzione di custodia, concepita come un’applicazione aggiornata dei principi tradizionali della Dottrina Monroe: stabilità politica, contrasto ai flussi migratori incontrollati, lotta alla criminalità transnazionale e prevenzione di qualsiasi penetrazione ostile. Nell’Indo-Pacifico l’obiettivo è mantenere un ordine aperto e bilanciare l’ascesa di potenze rivali proteggendo le rotte marittime e le catene di approvvigionamento. In Europa si riafferma l’impegno per la sicurezza e la libertà del continente, unito alla volontà di rafforzare la fiducia dell’Occidente nella propria identità storica. In Medio Oriente si punta a evitare il predominio di attori ostili senza ripetere gli interventi prolungati del passato. Infine, sul versante tecnologico, si ribadisce la necessità di guidare gli standard globali nei campi più innovativi. Si tratta di una visione della politica estera americana fondata sull’idea che la stabilità internazionale sia essenziale per la sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti ma che sia anche necessario avere una definizione più ristretta e stringente dell’interesse nazionale, che eviti la dispersione di risorse e priorità. Pur preferendo un approccio non interventista, la strategia ammette l’uso della coercizione quando ritenuto indispensabile, ma invita a praticare un realismo flessibile che consenta relazioni pragmatiche perfino con regimi politicamente distanti, evitando allo stesso tempo di imporre modelli ideologici all’estero.
Ciò su cui si insiste molto è la difesa della sovranità dalle interferenze esterne, dai condizionamenti economici e da quel genere di pressione che è esercitata dall’immigrazione irregolare. Gli Stati Uniti intendono tutelare la propria autonomia nazionale e incoraggiano gli alleati a fare lo stesso, opponendosi all’eccessivo potere delle organizzazioni transnazionali. Questa visione alimenta anche la richiesta di una politica economica incentrata sui lavoratori americani, sulla meritocrazia tecnologica e sul rifiuto di accordi commerciali giudicati asimmetrici, insieme a pressioni sugli alleati affinché sostengano in misura maggiore i costi della sicurezza comune.
Una parte rilevante del testo è dedicata al cosiddetto “Trump Corollary” alla Dottrina Monroe. Se la Dottrina Monroe storicamente mirava a impedire interventi imperiali europei nelle Americhe, il corollario proposto aggiorna quel principio alla competizione contemporanea, affermando che nessuna potenza extra-emisferica deve poter ottenere un’influenza militare, economica o infrastrutturale significativa nel continente americano. Questo implica una politica attiva volta sia a mobilitare i principali Paesi della regione per la sicurezza congiunta, sia a espandere la rete di partner, scoraggiando cooperazioni con rivali strategici. La presenza navale e militare americana verrebbe ricalibrata per garantire il controllo delle rotte, combattere cartelli e traffici illeciti e assicurare accesso a siti strategici. Nel contempo, la diplomazia economica dovrebbe favorire nearshoring, investimenti, sviluppo industriale ed energetico, riducendo le dipendenze da attori ostili e coinvolgendo in modo sistematico il settore privato statunitense, con ambasciate trasformate in piattaforme di sostegno alle imprese. L’obiettivo complessivo è consolidare la preminenza americana nell’emisfero occidentale e impedire che attori rivali vi stabiliscano posizioni capaci di minare la sicurezza degli Stati Uniti.
La parte che ovviamente ha suscitato maggiore interesse e nervosismo è quella che ci riguarda, la visione dell’Europa e delle prospettive dei rapporti atlantici.
Il documento sostiene che l’Europa attraversi una crisi più profonda della semplice insufficienza di spesa militare o della stagnazione economica. La sua quota di PIL mondiale è crollata nelle ultime decadi e il declino materiale sarebbe accompagnato da un indebolimento ancora più grave: la perdita di fiducia nelle proprie radici culturali, politiche e identitarie. L’amministrazione Trump attribuisce questo processo alle politiche migratorie dell’UE, al potere delle istituzioni sovranazionali, alla regolazione eccessiva che ostacolerebbe innovazione e produttività, alla censura del dissenso e al crollo demografico. Se tali tendenze continueranno, l’Europa rischierebbe, secondo questa analisi, di diventare irriconoscibile in pochi decenni e forse incapace di mantenere economie e forze armate adeguate al ruolo di alleato credibile degli Stati Uniti. Per questo, l’obiettivo americano dovrebbe essere favorire una rinascita della fiducia europea nel proprio patrimonio culturale e nella propria sovranità, scoraggiando la dipendenza da meccanismi regolatori che soffocherebbero la vitalità del continente.
La situazione è considerata particolarmente delicata nel rapporto con la Russia. Il documento osserva che gli Stati europei dispongono, sommati, di una forza convenzionale superiore a quella russa, ma mancano di fiducia politica e strategica. La guerra in Ucraina ha approfondito la percezione di minaccia e ha generato una spirale di instabilità che rende necessario un intervento diplomatico statunitense. Per Washington, l’interesse primario è raggiungere rapidamente una cessazione delle ostilità, stabilizzare l’economia europea, prevenire escalation e permettere all’Ucraina di ricostruirsi come Stato funzionale. Il prolungarsi del conflitto, inoltre, alimenterebbe paradossali dipendenze dall’esterno, come mostrerebbero gli investimenti industriali europei in Cina sostenuti da gas russo, fenomeno visto come sintomo della debolezza strategica del continente. Il documento non manca di criticare anche la distanza tra l’opinione pubblica europea, largamente favorevole a una soluzione di pace, e governi considerati fragili, minoritari e inclini, a suo avviso, a pratiche illiberali in nome della stabilità interna.
Nonostante queste valutazioni critiche, il testo insiste sul fatto che l’Europa rimane indispensabile per gli Stati Uniti, sia sotto il profilo economico, dato il peso del commercio transatlantico, sia sul piano scientifico e culturale. Per Washington non sarebbe possibile né conveniente “abbandonare” l’Europa, che resta una fonte di innovazione e un partner politico irrinunciabile. La diplomazia americana dovrebbe quindi sostenere le libertà civili, il pluralismo politico e l’orgoglio nazionale dei Paesi europei, favorendo l’ascesa di forze politiche viste come impegnate in un “ritorno alla normalità” culturale e sovrana. La linea strategica degli Stati Uniti consiste nel contribuire alla stabilizzazione interna dell’Europa, nel ripristinare condizioni di equilibrio con la Russia e nel promuovere un continente capace di difendersi autonomamente, libero da dominazioni esterne e aperto a rapporti economici reciprocamente vantaggiosi con gli Stati Uniti. Sullo sfondo emerge infine la preoccupazione che alcuni membri della NATO, a causa di mutamenti demografici e identitari, possano nei prossimi decenni non condividere più la stessa visione dell’Alleanza.
La prima domanda da porsi di fronte a questo documento è se esso sia davvero l’atto estemporaneo di un’amministrazione anomala e temporanea nella storia americana, oppure se annunci una visione molto più condivisa e bipartisan di quanto si creda, ponendosi quindi come base credibile di una strategia di lungo periodo. Ci sono diverse ottime ragioni per propendere per questa seconda ipotesi, che in ogni caso, andrebbe comunque assunta nell’ottica della precauzione.
Tuttavia ciò che più occorre chiedersi è: l’analisi che la US National Security Strategy presenta sui problemi strutturali dell’Europa e sulle sue prospettive nel mondo futuro è un attacco strumentale, volto a indebolire la nostra immagine, oppure descrive dei fatti in un modo sostanzialmente corretto? La verità è che entrambe le cose possono essere vere simultaneamente. Dal punto di vista degli interessi europei, il testo non è apertamente ostile, ma certo non è nemmeno “amichevole”: esprime un paternalismo marcato e una visione revisionista. Pur riconoscendo il valore dell’Europa, la dipinge come un continente in declino, incapace di gestire demografia, sicurezza e identità senza guida esterna. E parallelamente propone un ruolo europeo rafforzato ma subordinato alle priorità strategiche statunitensi: stabilizzare i rapporti con la Russia, ridurre le dipendenze da Cina e altri attori ostili, aprire maggiormente i mercati europei ai prodotti americani.
L’unica risposta razionale a un messaggio simile è una riflessione seria e pubblica sulle reali debolezze strutturali dell’Unione e sulla necessità di formulare una dichiarazione altrettanto chiara e assertiva degli interessi europei nel breve, medio e lungo periodo.
La crisi di consenso verso l’integrazione europea è un dato rilevato ininterrottamente fin dal 1992. Anche se il “deficit democratico” che certa teoria attribuisce all’architettura istituzionale dell’EU potrebbe in realtà non esistere, esso è certamente nella percezione prevalente dei cittadini, che vedono l’Unione quasi esclusivamente come un apparato burocratico impegnato a produrre norme soffocanti e inutili. L’intera recente vicenda del Digital Omnibus – un tentativo tardivo di alleggerire regolamentazioni già obsolete alla nascita, dal GDPR alla normativa sul digitale – ha esemplificato per l’ennesima volta l’effettività di questo malfunzionamento: un quadro normativo che, invece di favorire innovazione e competitività, da anni soffoca sperimentazione e iniziativa, lasciando l’Europa indietro prima sul web e oggi sull’intelligenza artificiale, senza offrire alcun beneficio tangibile ai cittadini, viene oggi blandamente riformato, ma senza una preliminare e aperta autocritica e senza che l’élite europea ammetta la necessità di un drastico cambio di cultura.
L’obsolescenza della cultura regolatoria europea, la sua diffidenza verso innovazione e sperimentazione, non sono invenzioni americane. E non lo sono neppure la lentezza del processo decisionale europeo, incapace di reagire con efficacia perfino a minacce esistenziali come una pandemia o l’imperialismo russo, né il comportamento da free rider dell’Europa nella sicurezza, ben dimostrato da ottant’anni di storia piuttosto che non da un semplice slogan di Trump.
Invece di reagire in modo isterico e risentito, i leader europei dovrebbero sviluppare una cultura strategica matura, analizzare senza indulgenze i problemi strutturali dell’Unione e riconoscere apertamente gli errori politici che li hanno generati. Dovrebbero assumersi la responsabilità dei fallimenti accumulatisi e favorire un ricambio della classe dirigente che consenta all’Europa di adattarsi selettivamente alle esigenze del nuovo mondo.
Sul piano della sicurezza, l’EU dovrebbe prepararsi a un’assunzione graduale e autonoma di responsabilità nella difesa, non contro gli USA, ma per restare un loro partner credibile. Sul piano economico, dovrebbe interpretare le critiche alla regolazione soffocante come un’occasione per riformare tutto quanto davvero ostacola innovazione e competitività, senza immaginare che innovazione e competitività implichino necessariamente il sacrificio degli standard sociali e ambientali. Sul fronte russo, dovrà per forza di cose confrontarsi con la richiesta americana di una maggiore flessibilità negoziale e dovrà pertanto costruirsi coi suoi soli mezzi la forza per gestire una potenziale divaricazione dei propri interessi da quelli americani. L’attuale visione americana della Russia non tiene sufficientemente conto della realtà dei fatti e la volontà di normalizzare i rapporti con il regime mafioso di Mosca non è coerente con gli interessi della sicurezza europea. Ma affinché questa divaricazione diventi materia di un confronto occorre innanzitutto saperli definire e asserire questi interessi, e occorre poi dotarsi della forza necessaria a difenderli in autonomia.
Infine, l’Europa dovrà riconoscere che il ritratto americano della sua crisi identitaria tocca un nervo scoperto. È il momento di valutare seriamente e oggettivamente i risultati delle politiche europee su sviluppo sostenibile, demografia e immigrazione. Quali benefici concreti hanno prodotto trent’anni di scelte ambientaliste radicali, e a quale costo per crescita, lavoro, base industriale e coesione sociale? Quali vantaggi hanno ricavato le società europee da un’immigrazione massiccia da Paesi musulmani che ha portato in dieci anni la popolazione di origine straniera a toccare la cifra record di 45 milioni di persone, con punte del 30% in alcuni grandi Stati membri? Quali effetti reali hanno prodotto queste politiche sulla sicurezza, effettiva e percepita, e sul welfare? E quale impatto ha avuto lo scontento generato da queste politiche sulla qualità della democrazia europea?
Sono domande scomode che la classe dirigente socialista e popolare che da sempre guida il processo di integrazione europea rifiuta di porsi. Adesso però è giunta di guardare in faccia la realtà se si vuole semplicemente sopravvivere. Ma, nonostante la gravità del momento, non è affatto certo che un ceto politico allevato nella retorica dell’iperprogressismo post-marxista e abituato a vivacchiare di short-termismo opportunista sia psicologicamente in grado di comprendere tale gravità.
Gli USA hanno dato uno schiaffo paternalistico a un’Europa che percepiscono come un adolescente che rifiuta di crescere. Incasseremo questo schiaffo come un rude invito a svegliarci e a maturare o confermeremo ancora una volta i pregiudizi americani, reagendo, proprio come farebbe un adolescente riottoso e immaturo, con l’indignazione, il piagnisteo e la negazione ostinata dei fatti?