La Fondazione Socialismo, con la Fondazione Ebert, ha sostenuto i lavori dell’annualità 2025/2026 del Progressive migration group, il gruppo di lavoro di alto livello presieduto da Antonio Vitorino (già commissario europeo e già membro del governo socialista in Portogallo) promosso dalla Fondazione Europea di studi di progresso (FEPS), la fondazione culturale del socialismo europeo. L’attività ha avuto, tra l’altro, un’occasione di dibattito pubblico a Roma, presso la Camera, il 26 settembre 2025, sotto il titolo Dall’ossessione securitaria ai percorsi legali: Regole e valori per il governo dell’immigrazione” con la partecipazione, tra gli altri, dei deputati Bakkali e Ricciardi, di Giuliano Amato che ha tenuto la relazione introduttiva, di Gennaro Acquaviva per la Fondazione Socialismo e Tobias Moesrchel per la Fondazione Ebert, di Vitorino per la FEPS e di un significativo gruppo di esperti e tecnici che lavorano sulla questione migratoria. Qui di seguito si pubblica una versione sintetica dei tre documenti elaborati in questo ciclo di attività dal gruppo di lavoro: sulla governance delle migrazioni UE-UA; sulla cooperazione per i rimpatri; sul rilancio di un approccio multilaterale nelle relazioni euroafricane.

Governance delle migrazioni UE-UA: colmare le divergenze attraverso una collaborazione pragmatica

La governance delle migrazioni è un pilastro centrale del partenariato tra l’Unione Africana (UA) e l’Unione Europea (UE), eppure rimane una fonte di tensione e disallineamento. Sebbene la migrazione rappresenti un’opportunità per far avanzare priorità socio-economiche condivise, le prospettive divergenti hanno ostacolato una cooperazione coerente. L’UE continua a inquadrare la migrazione principalmente attraverso la sicurezza, il controllo delle frontiere e le politiche di rimpatrio dall’Europa all’Africa, trascurando il fatto che la maggior parte della migrazione africana avviene all’interno del continente stesso e attraverso canali regolari. Al contrario, l’UA pone l’accento sulla migrazione come motore di sviluppo, integrazione regionale e diritti alla mobilità umana. Questa divergenza è aggravata dalla frammentazione delle posizioni africane, poiché i singoli Stati spesso perseguono accordi bilaterali con le controparti europee, indebolendo la coerenza e il potere contrattuale dell’UA. Contemporaneamente, le politiche dell’UE sono spesso dettate dal simbolismo politico e da sentimenti anti-migranti piuttosto che da prove empiriche. Questo documento auspica una collaborazione pragmatica che colmi le divergenze, rafforzi la controparte africana e promuova una governance basata sui diritti e orientata allo sviluppo. L’’Unione Europea (UE) e l’Unione Africana (UA) hanno visioni divergenti sulla migrazione, il che rende difficile sviluppare una governance coerente per entrambi i blocchi. Tuttavia, la migrazione offre un’opportunità unica per affrontare sfide socio-economiche comuni. Colmare queste differenze permetterebbe a entrambe le unioni di stabilire una base comune per una collaborazione più pragmatica e reciprocamente vantaggiosa. La migrazione rimane una questione centrale ma divisiva nelle relazioni Africa-Europa. Nonostante la maggior parte della migrazione dall’Africa all’Europa avvenga attraverso canali regolari e legali, e sebbene oltre l’80% della migrazione africana si svolga all’interno del continente, l’UE continua a focalizzarsi sull’irregolarità e sul controllo delle frontiere. L’UE dà sempre più priorità all’esternalizzazione e ai rimpatri rispetto alla regolarizzazione dei percorsi legali, nonostante le proprie tendenze demografiche richiedano un ampliamento della forza lavoro. L’UA, di contro, vede la migrazione come una forza di sviluppo legata alla trasformazione socio-economica e all’integrazione regionale. L’attuale scenario geopolitico, segnato dal multipolarismo e dal nazionalismo, mina ulteriormente questa cooperazione. Il passaggio dell’UE verso pratiche restrittive contrasta nettamente con la visione dell’UA orientata ai diritti. In questo ambiente complesso, è urgente allineare gli interessi e creare strategie realistiche. La governance delle migrazioni tra UA ed UE è a un bivio. La frammentazione delle posizioni e la mancanza di dati nelle decisioni politiche hanno frenato il progresso. Tuttavia, esistono percorsi percorribili, specialmente riguardanti la mobilità del lavoro e l’integrazione regionale. L’UA deve essere messa in condizione di agire come interlocutore legittimo, mentre l’UE deve impegnarsi in un partenariato autentico basato sull’onestà, la dignità e lo sviluppo condiviso.

Ripensare la cooperazione sui rimpatri e la condizionalità nel contesto delle relazioni migratorie UE-UA

La governance migratoria tra l’Unione Europea (UE) e l’Unione Africana (UA) è sempre più influenzata dalle politiche di rimpatrio e condizionalità. Inquadrata come strumento per salvaguardare i sistemi di asilo e gestire la migrazione irregolare, la cooperazione sui rimpatri si è evoluta in un’area politica controversa, caratterizzata da dilemmi etici, efficacia limitata e relazioni diplomatiche tese. Nonostante investimenti sostanziali, i tassi di applicazione rimangono bassi, mentre le misure coercitive, come la condizionalità degli aiuti o dei visti, minano la fiducia ed erodono le garanzie dei diritti umani. I rimpatri verso stati politicamente fragili sollevano seri interrogativi in merito a sicurezza, legalità e sostenibilità, mentre l’assenza di un monitoraggio trasparente perpetua i cicli di remigrazione. Allo stesso tempo, gli Stati africani si trovano ad affrontare tensioni interne sulla responsabilità per i rimpatriati, mettendo in luce i limiti degli approcci unilaterali e bilaterali. Questo documento programmatico sostiene la necessità di una ricalibrazione, passando dalla coercizione alla cooperazione, integrando i diritti e la responsabilità al centro, dando priorità ai percorsi di regolarizzazione e mobilità lavorativa e consentendo una reintegrazione sostenibile nell’ambito di un più ampio dialogo migratorio tra UA e UE. Comprendere il contesto L’UE ha sempre più vincolato la cooperazione in materia di rimpatri con i paesi terzi a incentivi politici ed economici più ampi, impiegando un approccio “bastone e carota” per far rispettare gli accordi di rimpatrio e riammissione. Sebbene presentata come un meccanismo per mantenere la credibilità dell’asilo e gestire la migrazione irregolare, l’architettura della politica di rimpatrio sta affrontando crescenti critiche. Molti sostengono che equivalga a una “deportazione forzata” piuttosto che a un approccio migratorio basato sui diritti con i necessari meccanismi di protezione sociale. Nei suoi rapporti con i partner africani, l’UE spesso privilegia le misure di rimpatrio rispetto ad altre forme di cooperazione in materia di politica migratoria. Così facendo, trascura le preoccupazioni etiche, le difficoltà pratiche e gli alti costi delle politiche di rimpatrio, nonché il fatto che i migranti rimpatriati spesso tentano nuovamente il viaggio migratorio, mettendo in dubbio la sostenibilità della politica. È preoccupante che le politiche di rimpatrio siano spesso fondate su accordi bilaterali opachi, privi di meccanismi di monitoraggio dei diritti umani efficaci e indipendenti e che trascurano la prospettiva dei migranti. Ciò sta causando una crescente discrepanza tra le ambizioni politiche e la realtà sul campo, soprattutto per quanto riguarda i rimpatri in paesi politicamente fragili con una discutibile situazione dei diritti umani. Inoltre, le tensioni ne e tra i paesi africani in merito al rimpatrio dei propri cittadini sono attualmente in aumento, soprattutto per quanto riguarda l’ammissione di cittadini di altri paesi africani o di altri paesi. Comunque, nonostante le critiche all’approccio dell’UE alla cooperazione in materia di rimpatri, la politica di rimpatrio rimane una componente chiave della cooperazione migratoria, come stabilito nel Patto globale per la migrazione (GCM) e in altri quadri regionali di governance migratoria. Questi includono gli strumenti dell’UE e il Quadro politico migratorio dell’Unione per l’Africa (MPFA).

Data la rapida erosione delle garanzie dei diritti umani nella governance migratoria, è urgente proteggere ed espandere gli elementi progressisti. Questi includono:rafforzare gli sforzi e gli spazi per la regolarizzazionee percorsi di mobilità lavorativa, piuttosto che concentrarsi maggiormente sui rimpatri; istituzionalizzare un meccanismo che monitori il processo di rimpatrio e reintegrazione, ad esempio nella Direttiva UE sui rimpatri, con l’obiettivo di offrire opportunità dignitose nei loro paesi d’origine;
creare opportunità per attività di advocacy basate su dati concreti che considerino i migranti come titolari di diritti, non come un peso.
L’ossessione per i rimpatri è diventata una trappola politica. Una politica migratoria innovativa, basata sui diritti e sostenibile dal punto di vista economico, deve allontanarsi dalla coercizione e orientarsi verso la cooperazione, la sostenibilità e il rispetto del diritto internazionale.


Rivitalizzare il multilateralismo per riequilibrare la cooperazione UE-Africa in materia di migrazione

Il multilateralismo sta affrontando una grave crisi, minato dal crescente nazionalismo, dalle rivalità geopolitiche e dall’indebolimento degli impegni per la cooperazione internazionale. Questo declino è particolarmente evidente nella governance migratoria tra l’Unione Africana (UA) e l’Unione Europea (UE), dove la migrazione è passata da una priorità di sviluppo condivisa a una questione politicizzata e trasformata in problema securitario. Le conseguenze sono gravi: indebolimento delle convenzioni globali, tagli agli aiuti umanitari, calo dei bilanci per lo sviluppo ed erosione della fiducia nei quadri globali come il Patto globale per la migrazione (GCM) e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG). Nel frattempo, gli interessi africani e la società civile rimangono ai margini, rafforzando la percezione di agende imposte dall’esterno. (…) L’attuale crisi del multilateralismo – che si riflette nell’indebolimento delle istituzioni e degli accordi internazionali da parte di interessi nazionali, rivalità geopolitiche e mancanza di impegni vincolanti – rappresenta una sfida fondamentale per la governance globale. Ciò è evidente anche nel contesto della cooperazione tra l’Unione Africana (UA) e l’Unione Europea (UE) in materia di migrazione. Un tempo la migrazione era vista come una sfida comune che richiedeva un’azione collettiva. Tuttavia, da allora è diventata una questione fortemente politicizzata e resa securitaria, indebolendo la cooperazione globale e sconvolgendo i valori condivisi dell’UA e dell’UE. La crisi della cooperazione multilaterale ha eroso in modo significativo importanti convenzioni internazionali progettate per proteggere i migranti in varie situazioni. Esempi notevoli includono la Convenzione sui rifugiati del 1951, così come altri strumenti globali e regionali rilevanti per i diritti umani e forum delle Nazioni Unite come il Consiglio per i diritti umani, il Forum internazionale di revisione delle migrazioni (IMRF) e il Forum globale sulla migrazione e lo sviluppo (GFMD), tutti i quali dovrebbero essere alla base della cooperazione multilaterale. I tagli agli aiuti umanitari hanno intensificato le vulnerabilità. La perdita di finanziamenti critici mina direttamente i sistemi di protezione, le risposte umanitarie e gli sforzi per la costruzione della resilienza, spingendo ulteriormente le comunità verso lo sfollamento e la migrazione forzata. Inoltre, la diminuzione dei budget per lo sviluppo, il crescente unilateralismo e la sfiducia nei confronti di quadri globali come il Patto globale per la migrazione (GCM), sottolineano il declino del multilateralismo e dell’ordine mondiale basato sui diritti del secondo dopoguerra. Un quadro multilaterale chiave che è sotto pressione e che ha a lungo guidato sia l’approccio globale che quello dell’UE verso l’Africa sono gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG). Gli SDG evidenziano la relazione complessa e talvolta contraddittoria tra migrazione e sviluppo. Da un lato, la migrazione è uno dei motori più forti dello sviluppo; dall’altro, è anche una conseguenza dello sviluppo diseguale, della povertà, dei disordini civili, dei conflitti, della mancanza di opportunità di lavoro e così via. In Africa, la migrazione è guidata da molteplici sfide strutturali: povertà (SDG 1), vulnerabilità di genere (SDG 5), spostamenti climatici (SDG 13), insicurezza (SDG 16), crescenti disuguaglianze (SDG 10) e dinamiche del lavoro (SDG 8). Nel frattempo, la migrazione verso l’UE è sempre più guidata da carenze di competenze e manodopera all’interno dell’UE, opportunità di istruzione, miglioramento del benessere socioeconomico e pressione demografica. Eppure, le discussioni spesso trascurano queste realtà. In sostanza, è necessario rifocalizzare i dibattiti sulla migrazione sulle priorità di sviluppo dell’Africa e dell’Europa, dando spazio alla promozione di interessi comuni. Senza integrare prospettive orientate allo sviluppo e responsabilizzare gli attori non statali in linea con l’approccio del GCM incentrato sulle persone e sull’intera società, gli sforzi multilaterali rischiano di essere percepiti come imposti dall’esterno e non allineati con le esigenze delle popolazioni locali. La crisi del multilateralismo non è solo procedurale; Si tratta di una crisi di immaginazione, solidarietà e volontà politica. Riequilibrare la cooperazione UE-UA in materia di migrazione richiede di porre al centro il ruolo attivo degli africani, di rivitalizzare il nesso sviluppo-migrazione e di aprire il multilateralismo a modelli inclusivi, incentrati sulle persone e orientati al futuro. I costi dell’inazione – intensificazione degli spostamenti forzati, arretramento democratico e generazioni perdute – sono troppo elevati per essere ignorati. Passando dalla paura alla speranza, dal controllo alla cooperazione e da un dialogo simbolico a una partnership significativa, entrambi i continenti possono costruire un regime migratorio che serva sia le persone che la politica. (Versione ridotta a scopo divulgativo a cura della redazione di Mondoperaio).