In una Esposizione epocale a Parigi all’Orangerie, sono stati riuniti una cinquantina di quadri di Henri Rousseau il Doganiere, per lo più provenienti da collezioni americane. Rousseau racconta il dramma crudele della vita, con la forza onirica di una favola. Il più infantile e ostinato dei pittori, colui che a 50 anni (quando decise di ritirarsi dal suo mestiere di ispettore delle dogane per dedicarsi all’arte) inizia a disegnare e dipingere come un bambino, è stato anche il pittore più politico, forse l’unico artista che ha espresso nella sua arte un pensiero politico insieme a Picasso. Nulla è più drammatico di questa cavallerizza quasi bambina, una bambola scarmigliata con il volto del terrore che brandendo la sua spada e la falce, vola come un cavaliere dell’apocalisse sul suo destriero nero, sopra i corpi spezzati di donne, soldati e bambini su cui volteggiano e si nutrono corvi affamati. La bambola è un giocattolo e Rousseau sembra dirci che la guerra inizia sempre come un gioco di potenti e finisce con l’orrore. Come le sue belve che ruggiscono e sbranano nella foresta, così l’ uomo diventa belva verso altri uomini. La crudeltà della guerra non può non essere rappresentata. Rousseau, forse il più ingenuo e il più infantile di tutti i pittori dell’ottocento francese, il bambino che racconta favole per adulti, riesce con la poderosa capacità di sintesi e di esaltazione dei particolari più colorati, a darci il ritratto più crudele e più veritiero della guerra.
Dovremo attendere gli anni ’60 italiani quando dopo la guerra, una generazione di giovani: Guttuso, Attardi, Levi, Vespignani rappresenteranno, unici nel panorama europeo, la crudeltà nazista e la demenza della guerra.
Schifano che ondeggia tra una siringa e l’altra, tra un bacio a Moravia e uno al Papa, ci espone, ormai fantasma, le foto di Fort Alamos e di Oppenheimer, dei bombardieri che sganciarono la fatidiche bombe. Ma nel suo ermetismo sperimentalistico, non si capisce se sia più affascinato da quel potere distruttivo immane o se sia sinceamente contro la bomba.
Furono solo Rousseau a fine ‘800 e Picasso con Guernica a lanciare il loro grido di artisti contro questa follia. Ma non furono ascoltati: la prima guerra mondiale scoppiò nonostante Rousseau, la seconda nonostante Picasso.
Tuttavia non possiamo non considerare che anche l’arte ha un suo ruolo nella formazione delle coscienze, per propendere verso la pace o la guerra. Sicuramente non furono pacifisti i Futuristi che esaltarono la guerra e la violenza come il sangue ribollente e vivificante dell’umanità. Sappiamo come finì.
Nel panorama dell’arte contemporanea così edonistica, cosi narcisistica, così bolsa e ininfluente, fatta per lo più da molluscartisti non c’è nessuno che gridi alla follia che si sta riaffacciando oggi sui nostri destini. Nessuno che gridi allo scempio di vite umane, verso cui come un gregge muto stiamo di nuovo rovinando.
Ma allora la domanda, specie in tempi in cui si vedono sitituzioni diverse, orientate in modo difforme sul ruolo dell’arte e di chi deve garantirne la libertà ( ché senza libertà l’arte non è altro che assoggettazione alla propaganda politica- sia essa di regime autocratico che democratico), la domanda è: l’arte può restare indifferente alla politica’? e la politica deve astenersi dal giudicare l’ arte?
La risposta alla prima domanda è certamente sì: l’arte, la migliore arte, può e direi deve occuparsi di politica!potremmo concepire noi una Divina Commedia o un Gargantua o un Molière o Manzoni senza pensare al loro sentimento politico.. e così Michelangelo non entra nel giudizio dei contemporanei quando sbatte in inferno i cardinali che lo castigavano per le nudità? o Daumier o Goya? e così abbiamo da un lato Géricault e dall’altro David!
Non è così, invece per la politica che si investa del ruolo di giudicare l’arte o l’artista e men che meno quando l’artista non sia espressione di un potere retrivo e sottomesso.
Sterile dunque ci pare la polemica sollevata dalla partecipazione alla Biennale dell’Arte di Venezia di artisti russi. Che colpa hanno essi se sono artisti di uno Stato in cui non si gode di piena libertà? hanno pieno diritto di partecipare e stupisce la posizione dell’Europa sul loro ostracismo.
Certo se avessimo a che fare con artisti che sono espressione di un potere repressivo loscrupolo ci verrebbe . Se a un’ipotetica biennale degli anni ’40 del secolo scorso fossero invitati solo gli artisti nazisti e boicottati quellidell’espressionismo ( i Rottluff, i Kirchner, i Pechstein) quelli della cosiddetta arte degenerata saremmo portati a nostra volta a boicottare gli artisti nazisti. Così per restare a casa nostra dovremmo escludere artisti come Sironi o Balla, perché furono fascisti…certo come pensiero politico furono dei cani, ma, come artisti, magari ne avessimo altri come loro!
Ma ritengo che non siamo noi che dobbiamo giudicare l’artista e la sua arte, sebbene abbiamo il dovere di inquadrare il suo lavoro all’interno della cornice politica e del sostegno politico di cui gode. Mettere in chiaro quali artisti sono scelti e quali sonostati esclusi e perché sono stati esclusi.Chi alla fine deve giudicare sono solo i fruitori finali dell’opera d’arte.
Piuttosto, direi, contemporaneamente e almeno nelle società che si definiscono democratiche, bisogna che il sostegno di Stato all’arte giunga a chiunque voglia esprimersi e evitare il più possibile la discriminazione. Cioè mettere in condizione tutti gli artisti di ricevere adeguati sostegni per la loro produzione e non solo quelli che, per “appartenenza ai circoli privilegiati”, possono permettersi di rappresentare il Paese a cui appartengono.

Rousseau – la guerra olio su tela 1911
(Picasso – Guernica olio su tela 1937 (particolare)

(Guttuso- fucilazione alla Fosse ardeatine – China su carta)

(Schifano : Senza Titolo (foto dal Museo di Fort Alamos ) 1970)
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