Venezia, Biennale 2026. Lasciamo fuori dal discorso le relazioni internazionali: la politica estera compete al Governo italiano. Parliamo invece di libertà artistica e di criteri di ammissione ai festival. Ovvero di ciò che una grande istituzione culturale italiana vuol rappresentare quando spalanca le proprie porte al mondo. Il discorso inaugurale di Pietrangelo Buttafuoco, coltissimo intellettuale di destra, è un minestrone ideologico. Raffinato, certo. Ma pur sempre un minestrone. Gli consigliamo la rilettura di due classici che potrebbero aiutarlo a orientarsi nel proprio atlante ideale: Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler e Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola, letture probabilmente gradite tanto al Cremlino quanto agli Ayatollah. Intendiamoci: non affermiamo che Buttafuoco aderisca al rossobrunismo. Nel suo pensiero però abbondano ambiguità ideologiche, alcune di sapore amaro, antioccidentale. L’intruglioè cosparso da un prezzemolo politicamente corretto, in sintonia con una certa sinistra che ora soffia sul fuoco dei conflitti, ora li stempera in nome di un unanimismo che nasconde il vuoto del pensiero. La critica implicita alla Rivoluzione francese e ai suoi valori — che secondo Buttafuoco si sarebbero rovesciati nel loro contrario —è associata ai dubbi sull’ecumenismo e sullaicismo(cosa significhino tali concetti, in questo contesto, è difficile a dirsi), poisi passa con disinvolturaalla critica (ragionevole, in effetti) delle democrazie che istituiscono la pena di morte al pari delle satrapie, all’elogio della civiltà del diritto, al rifiuto di ogni censura e boicottaggio, alla pace come valore assoluto, all’universalità di Cristo, fino al richiamo suggestivo alla pagana lex romana. Il collante, facile a intuirsi, è la retorica del dialogo e dell’incontro/confronto fra culture, ribattezzata “uguaglianza nella diversità”. Una melassa ideologica del genere impiastriccerebbe chiunque.Prendiamo il concetto di diversità. Certo che è un valore. Ma lo è a una condizione: il rispetto reciproco. Il diverso — per cultura, religione, etnia o altro —, lo straniero che noi vorremmo accogliere a braccia aperte, non può pretendere di sopprimere la mia cultura politica o di limitare le mie libertà. Il dialogo ha una sola base: la tua libertà è sacra, purché non calpesti la mia. Anche tu, dunque, devi rispettare la mia civiltà.

Prendiamone atto: quando mai avviene il confronto rispettoso, basato sulla reciprocità, su valoripolitici condivisi – la libertà liberale, ad esempio –,allorché democrazie e dittature si fronteggiano, anche solo pacificamente, nell’arena internazionale?L’unico dialogo possibile è quello improntato ai principi del dialogo interculturale, che è il pane quotidiano di chi si occupa di diplomai culturale. Giacché tutte le civiltà sono infinitamente più vaste e longeve di qualunque regime politico storico, e quindi per sua natura transeunte. Ma, come ho detto, di politica internazionale non ci occuperemo qui: ognuno scelga da che parte stare, e quale regime o sistema politico preferisce. Il problema che la Biennale 2026 ha scatenato è un altro:come agirein Italia, quando siamo noi a organizzare manifestazioni culturali? Dovremmoforse autocensurarci nel nome del dialogo? Direi proprio di no: non puoi venire a casa mia a gamba tesa, e demonizzare la democrazia liberale, lo Stato costituzionale di diritto, le libertà, i diritti civili. Non c’è relativismo, per quanto sofisticato, che tenga. Gli artisti, in ogni tempo e in ogni luogo, reclamano libertà. Almeno questo, a casa nostra, possiamo ben dirlo a voce alta! La fumisteria ideologica di Buttafuoco offusca l’unico dato ovvio, elementare: sacra,e quindi intoccabile, è la libertà degli artisti –qualunque sia la loro nazionalità, ovunque si trovino.

Attenzione: è ben vero che i funambolismi intellettuali hanno la funzione di giustificarela presenza del Padiglione russo e il curriculum dubbio dei suoi curatori/organizzatori. Ma c’è molto altro: essi sono anche la cifra della confusione che affligge tanta parte dell’intellighenzia italiana. Quale cittadino democratico può dissentire da alcune idee nobili evocate da Buttafuoco? Il problema è la linea complessiva: ecumenica in senso buonista, mieloso: priva di mordente e di coraggio.Anche i democristiani d’altri tempi avevano coordinate chiare: il loro linguaggio paludato ed eufemistico era traducibile in messaggi comprensibili. L’ambiguità ideologica di Buttafuoco si presta invece a interpretazioni contrastanti. Il Gesù “universale” non offriva sempre l’altra guancia: era anche Colui che scacciava con violenza i mercanti dal Tempio.C’è, nel fondo limaccioso di una certa destra, un rifiuto delle ibridazioni, delle contaminazioni, che sono invece il lievito della cultura della Penisola italiana fin dai tempi della Magna Grecia.Buttafuoco non rinnega affatto le ibridazioni. Anzi, sembra celebrarle. Qui sta una delle sue contraddizioni, diciamo così, fertili. Fatto sta che questa Biennale avrebbe dovuto immettere l’arte italiana nel grande mare della cultura artistica internazionale seguendo una visione limpida, fondata su parametri chiari, in primis la libertà dell’arte.

C’è un pensiero torbido e c’è un pensiero limpido. Alla cultura post-postfascista noi contrapponiamo la cultura della scelta netta, tipica del Partito d’Azione e del socialismo craxiano: o con le liberaldemocrazie o con le dittature, le tirannie, le teocrazie. Tertium non datur. Proprio questa fase storica richiede chiarezza negli schieramenti, nelle contrapposizioni, nelle alternative.In nome dell’onestà intellettuale, riveliamo i nostri riferimenti. George Orwell, socialista libertario, combattente contro i fascisti nella Guerra civile spagnola, autore della Fattoria degli animali, satira contro la depravazione criminale della Rivoluzione bolscevica, e di 1984, condanna di tutti i totalitarismi: rossi e neri, uguali nella negazione della dignità umana. Anna Kuliscioff, socialista riformista, ebrea russa naturalizzata italiana, che lottò con i socialisti democratici contro i fascisti e contro i bolscevichi. Karl Popper, liberale, autore della Società aperta e i suoi nemici, difensore severo della nostra civiltà, tutt’altro che indulgente verso le ambiguità. E infatti Popper ammonì: non si può essere tolleranti con gli intolleranti. E poi Luciano Pellicani, autore fra gli altri del testo Hitler e Lenin, un eretico straordinario, snobbato a destra e a sinistra perché seppe indicare con chiarezza i nemici delle nostre libertà.Il liberalsocialista Pellicani, nel 1976, scrisse con Bettino Craxi Il Vangelo socialista, testo profetico: esistono due sinistre fra cui non è possibile gettare un ponte. Da un lato la sinistra che riconosce la grandezza della civiltà liberale; dall’altro la sinistra malmostosa e antioccidentale. In una formula: o pluralismo o leninismo.Le parole d’ordine sono cambiate, i partiti pure. Ma la mentalità tossica novecentesca è ancora incollata agli abiti degli estremisti come la pece. Il leninismo oggi persiste come dispotismo asiatico, demonizzazione dell’avversario, giustizialismo forcaiolo, rifiuto del confronto civile, ammirazione — spesso inconfessata — per l’Uomo forte al comando. In breve: come rifiuto della società aperta e pluralista. Il Vangelo socialista dovrebbe oggi essere aggiornato in Vangelo antioccidentalista.

Anche la destra è attraversata da due fiumi paralleli, incomunicabili. La destra liberale crede nelle libertà, nei diritti civili, nello Stato costituzionale di diritto. La destra illiberale idealizza l’Uomo forte e, pur non osando sempre manifestare apertamente le proprie pulsioni reazionarie, mira a disgregare dall’interno le nostre democrazie: rigetta i diritti civili e LGBT+, l’ibridazione culturale, il multiculturalismo, l’apporto costruttivo dell’immigrazione regolata, l’europeismo, perfino il concetto di verità storica.Sinistra e destra illiberali, unite in un fronte rossobruno, dedicano più tempo ed energie a criticare con virulenza Stati Uniti, NATO, Unione europea, Israele, che non a denunciare dittature feroci, regimi repressivi, teocrazie sanguinarie. In nome di concezioni illiberalisi propaganda un’ideologia manichea, semplificatrice, priva di dignità scientifica: gli imperialismi si equivarrebbero, come in una notte in cui tutte le vacche sono nere; ma quelli occidentali, chissà perché, sarebbero sempre i peggiori.Si parla così di imperialismo statunitense senza cognizione di causa,oppure con l’intento di manipolare la storia a fini propagandistici. Gli Stati Uniti, che gettarono le bombe atomiche sul Giappone, diedero poi ai giapponesi libertà e benessere. Gli Stati Uniti, che avrebbero potuto – forse avrebbero dovuto! – risparmiarsi la distruzione di Dresda, rimisero in piedi con il Piano Marshall l’economia tedesca e diedero libertà e benessere anche ai tedeschi, pur sapendo che un giorno ciò avrebbe significato affrontare una formidabile competizione industriale. Non agisce così una potenza carognesca, sopraffattrice, colonialista.La Gran Bretagna di Churchill era una potenza coloniale. Certo che lo era. Ma solo un relativismo da quattro soldi può equiparare a Hitler o Mussolini il democratico antifascista Churchill, la cui fermezza, nel 1940, salvò l’Europa dal nazismo. Sappiamo che le democrazie sono imperfette. Ma di certo sono perfettibili. Dagli USA del segregazionismo, per esempio, si è giunti, con la Presidenza di Barack Obama, a un afroamericano alla guida della nazione americana! Le dittature possono solo sgretolarsi, dopo avere causato infinite sofferenze. Che esistano solo narrazioni storiche al servizio di questa o quella agenda ideologicaè una convinzione aberrante. Esiste una verità storica: ed è appurabile. L’Alleanza atlantica, dal 1945 in poi, ha garantito libertà e prosperità all’Europa occidentale. L’Armata Rossa sovietica, idealizzata da alcuni, fu responsabile di crimini contro l’umanità gravissimi, a partire da Katyn, dove nel 1940 i bolscevichi trucidarono più di ventimila ufficiali polacchi: la futura classe dirigente/intellettuale della Polonia andava liquidata. L’Unione Sovietica, poi, nel 1945 soggiogò i Paesi dell’Europa orientale, ottenuti come bottino di guerra. Seguirono decenni di repressione, miseria, infelicità.Ci si concentra, a destra e a sinistra, sul colonialismo europeo e si tralascia quello russo, ben più violento e sanguinario. Si è minimizzato per decenni lo stalinismo, incluso l’Holodomor, il genocidio ucraino che i negazionisti ancora oggi tentano di attenuare. Furono proprio gli intellettuali e gli artisti – i quali sono dissidenti ed eretici per vocazione – ad essere fucilati per primi. Si studi il terribile “Rinascimento fucilato”, su cui gli storici marxisti, in Italia, stesero un velo: tantissimi artisti e scrittori ucraini, quasi tutti di sinistra ma indipendenti, autonomi dal partito comunista, furono torturati, imprigionati, giustiziati negli anni Trenta del Novecento. Spesso perché si opponevano, pur pacificamente, alla politica nazionalista – di russificazione coatta – voluta da Stalin e dai suoi scherani.

La violenza verbale tracima ovunque.Gli intellettuali rossobruni occidentali suonano ancora il piffero ai dittatori e ai terroristi. Lanciano anatemi in nome di un antifascismo ipocrita e violento, fondato su due pesi e due misure. Così avviene che la Brigata ebraica, che partecipò alla liberazione d’Italia accanto agli Alleati, non possa manifestare serenamente il 25 aprile. Così avviene che la coraggiosa Resistenza ucraina venga bollata come affare di neonazisti al soldo degli USA. Si ignorano inoltre le feroci repressioni delle teocrazie fondamentaliste, tuttora perduranti. E intanto si scende in piazza per attaccare non già la politica di un governo israeliano, peraltro eletto democraticamente, bensì Israele in quanto tale, ovvero la nazione israeliana nella sua interezza, trasformata in simbolo assoluto del male. Coloro che si proclamano gli unici custodi della Costituzione italiana ne tradiscono i principi: tolleranza, dialogo, verità storica.All’ideologia rossobruna antioccidentale rispondiamo con le parole di Donald Sassoon: “l’Europa occidentale ha prodotto idee servite a soggiogare altri popoli, certo; ma coloro che hanno lottato contro gli europei lo hanno fatto in larga misura sulla base di concezioni di libertà nate anch’esse nell’Europa occidentale.” Ecco il punto. Non sia mai che abbandoniamo l’autocritica, sale dell’identità europea. Sappiamo bene che anche nel nobile Illuminismo francese vi sono ombre, come le frasi antisemite di Voltaire. Europa e Stati Uniti hanno generato mostri: schiavismo, colonialismo, teocrazia, totalitarismi, la shoah antiebraica. Ma hanno anche trovato dentro di sé la motivazione ideale per combatterli, quei mostri terrificanti e, infine, hanno raccolto le forze sane endogene per sconfiggerli. Se oggi abbiamo società aperte e tolleranti è perché abbiamo partorito il Rinascimento e l’Illuminismo, il liberalismo, lo Stato laico, la democrazia fondata sulla separazione dei poteri, il socialismo liberale, il repubblicanesimo, il multiculturalismo basato su regole. E noi europei abbiamo generato a getto continuo donne e uomini che per quelle idee hanno sacrificato libertà e vita.

Cogliamo allora la sfida di Buttafuoco, che nel suo discorso ha evocato tre parole a noi carissime.

LIBERTÀ

In politica estera– non lo si ripeterà mai abbastanza – la nostra azione deve essere guidata dalla diplomazia culturale. A casa altrui dobbiamo muoverci con circospezione e rispetto, anche in contesti difficili. Nulla quaestio: la politica estera la fa il Governo eletto dagli italiani. Ma la Biennale è a Venezia, a casa nostra. Qui devono prevalere i nostri valori: quelli racchiusi nella Costituzione antifascista, innervata — come ricordava Bobbio — di liberalismo, pensiero democratico e repubblicano, socialismo europeo, cristianesimo sociale.La Biennale di Venezia, nell’anno 2026, avrebbe dovuto porre al centro la libertà artistica. Concetto universale, eterno. L’artista appartiene a una nazione e talora la rappresenta, ma è anzitutto un soggetto autonomo. Deve essere libero di esprimersi senza costrizioni. Noi elogiamo il diritto all’eresia. Il diritto al dissenso. E invece viene spacciato per libertà lo spazio concesso ai regimi dittatoriali. Il punto non è come agiscono gli Stati nell’arena internazionale. Il punto dirimente, per la Biennale, è un altro: gli artisti sono liberi nel loro Paese? Negli Stati Uniti, in Europa occidentale, in Israele, l’arte e gli artisti sono liberi. Liberi nell’arte, liberi nella politica. Liberi di essere omosessuali, lesbiche, transgender. E i governi di quelle democrazie vengono sostituiti con elezioni libere. Non così nei regimi laici e religiosi in cui gli artisti vengono imprigionati, torturati, spesso trucidati.

La melassa ideologica serve a confondere le idee. Si parla a sproposito di esclusioni e censure preventive. Il paradosso è urticante: pur di non “censurare” gli Stati che censurano sistematicamente l’arte, rischiamo di aprire le porte ad artisti di regime, mentre gli artisti stranieri liberi marciscono nelle patrie galere. Ecco dove conduce il pensiero torbido. Si vuole far credere che i democratici siano ipocriti e gli altri no. La libertà è anzitutto libertà di parola e libertà dell’arte e della scienza, come afferma la Costituzione italiana. Non è una libertà “occidentale”: è un diritto di tutti gli individui e di tutti i popoli. La nostra Costituzione vieta la censura preventiva; non vieta però la libera scelta di criteri culturali o politici con cui organizzare manifestazioni. Se gestisco una scuola cattolica, un giornale cattolico o un festival cattolico, ho il diritto di invitare pensatori cattolici. Non sono obbligato a ospitare uno scrittore ateo e anticattolico. Non è censura: è coerenza con un criterio legittimo. Se a una Fiera del libro che richiede l’accettazione dei valori costituzionali si presenta una casa editrice neofascista e antisemita, gli organizzatori hanno il diritto di tenerla fuori. Anche questa non è censura: la casa editrice neofascista potrà propagandare le proprie idee altrove. Una libertà, questa, che noi democratici non avremmo mai in un regime fascista, nazista o comunista.

No, e poi no. Le propagande non si equivalgono, né a livello sociologico, né a livello politico. Negli Stati Uniti Noam Chomsky ha potuto criticare duramente i governi conservatori senza che gli fosse torto un capello. Anzi, ha costruito una brillante carriera accademica e giornalistica. La libertà è misurabile, verificabile, concreta. Vogliamo la prova incontrovertibile? Si mandi una delegazione di artisti europei nei Paesi illiberali e si chieda ai rispettivi governi di lasciarli contestare il potere, di parlare liberamente in televisione. Come avviene da noi. Nessuna fumisteria può scalfire il granito della prova empirica. Gaetano Salvemini lo aveva capito benissimo: il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo sopprimerla negli altri appena può in nome del principio clericale. Sostituite “clericale” con “illiberale”, “fondamentalista”, o “estremista” e avrete squadernata la concezione ipocrita della libertà di cui menano vanto i rossobruni. Gli amici della società aperta credono sinceramente nel principio liberale. E devono difenderlo con le unghie e con i denti, pur riconoscendo a tutti il diritto di parola. È nel dibattito libero che si sconfiggono le idee tossiche. Noi, in Italia e in Europa, non temiamo il dibattito. Non sbattiamo nessun dissidente in galera. E tuttavia rivendichiamo, secondo la lezione di Popper, il diritto di essere intolleranti con gli intolleranti. E rivendichiamo il diritto sacrosanto, nella nostra patria, di imporre i nostri criteri culturali.

PACE

La politica è l’arte nobile del compromesso. È la prosecuzione della guerra con altri mezzi: pacifici, legali, civili. Il soft power, poi, è un’invenzione di civiltà. La diplomazia ne è la forma più sofisticata. Sul palcoscenico internazionale deve prevalere lo spirito di San Francesco. Ma che fare quando siamo a Venezia, e qualcuno ci ha già dichiarato da anni una guerra infida e totale? Una guerra ibrida, che usa i social media, manipola l’informazione, assolda giornalisti compiacenti, finanzia narrazioni tossiche? Le guerre d’aggressione non nascono dal nulla. Prima dei missili arrivano le parole. Prima dei carri armati arrivano le propagande. Prima del primo colpo, qualcuno ha già arato e fertilizzato il terreno culturale. Ogni buonismo cerchiobottista — lo ribadisco: nelle relazioni internazionali si pratichi fino allo sfinimento la diplomazia culturale; in Italia e in Europa si difendano i nostri valori — è senza costrutto, senza nerbo. È riassumibile nella triste formula: Italia, ventre molle dell’Occidente, che issa le bandiere a seconda dei venti. C’è qui l’ipocrisia dell’intellettuale italico, di destra o di sinistra, che proclamando vis pacem para pacem si sente moralmente superiore ai cosiddetti guerrafondai. Così si mette la coscienza a posto. Ma in questo modo non costruisce nessuna pace vera: prepara la sottomissione dei nostri valori, anzitutto della libertà.

Svegliatevi! È in corso una guerra totale contro il liberalismo, contro i diritti civili e LGBT+, contro lo Stato costituzionale di diritto, contro il meticciato, contro il riformismo socialista, contro il concetto stesso di verità storica. Una guerra alimentata con denaro sporco di sangue. Come ai tempi dell’URSS, l’Italia viene attraversata da finanziamenti opachi, narrazioni false, menzogne organizzate. Svegliatevi! Dobbiamo difendere la verità storica. Orwell ci ha insegnato che i regimi manipolano la storia a fini ideologici. Oggi anche le verità più elementari vengono deformate sui social media. I regimi hanno trovato in Occidente pifferai volenterosi. Gli intellettuali libertari, di destra e di sinistra, vengono aggrediti, ostracizzati, espulsi da chat e gruppi politici, bollati come sionisti complici di inesistenti genocidi o come servi degli USA. Nell’ideologia rossobruna hanno perso senso concetti chiave: “genocidio”, “fascismo”, “colonialismo”, “crimini contro l’umanità”. Vengono usate come clave politiche, non come categorie storiche. E noi non dovremmo parlare di guerra culturale? Se anche le nazioni democratiche compiono genocidi — questo il retropensiero aberrante — che diritto avremmo, noi europei, di criticare i dittatori extra europei? In questo clima di intimidazione deve tornare in auge il pensiero critico della scuola azionista e socialista liberale: concetti chiari, analisi storica, niente paraocchi. E, a monte, una scelta di campo: o con la società aperta dell’Occidente o con i regimi illiberali. Oggi i rossobruni mascherati ci dicono che dovremmo accettare, in nome di un malinteso relativismo ecumenico, un dialogo culturale – a casa nostra, nella fattispecie a Venezia! – con i regimi tirannici che scatenano guerre o finanziano terrorismi. Anche perché, se sono tirannici, sarebbe comunque colpa dell’Occidente. Questa pseudofilosofia nega alla radice uno dei concetti fondanti della cultura cristiana europea: il libero arbitrio. In morale e in politica siamo liberi di scegliere fra il bene e il male. Bolscevichi, nazisti, fascisti, illiberali e intolleranti lo si è per scelta, non perché trascinati dalle correnti della storia.

Lo spirito critico onesto e costruttivo non demolisce la nostra tradizione politica e civile. Tende a un fine nobile: il cosmopolitismo, l’unità del mondo secondo valori di libertà ed eguaglianza. Ma non deve nascondere la realtà della lotta. La cultura è anche militanza. È scontro fra concezioni contrapposte. Allo Stato laico siamo arrivati attraverso battaglie politiche e culturali durissime. Lo stesso vale per ogni conquista civile, dal liberalismo alla socialdemocrazia. La guerra ibrida contro la società aperta può essere vinta solo con il nostro impegno, con la fede nei nostri valori universali, che, se applicati ovunque, renderebbero liberi tutti i popoli. L’ecumenismo mieloso di Buttafuoco non ci appartiene. Alla critica delle armi — perché i regimi, prima o poi, finanziano terrorismi e guerre — dobbiamo rispondere anzitutto con le armi della critica. Questo è il vero pacifismo oggi. Difendere i nostri valori, tuttavia, significa anche proteggerci da futuri attacchi militari. Il finto pacifismo ci ha spinti a disinvestire nei nostri eserciti, rendendoci vulnerabili e ricattabili. Una delle grandi menzogne rossobrune è proprio questa: chi vuole un esercito europeo, democratico, di difesa, sarebbe un guerrafondaio. Al che rispondiamo: pace sì, sottomissione no. Le guerre non nascono dal riarmo dei Paesi democratici. Nascono dalla volontà imperialista degli Stati illiberali. Non dimentichiamo la lezione di François Mitterrand: “I pacifisti sono a Ovest, i missili sono a Est”.

AUDACIA

Che parola stupenda. Sì, elogiamo l’audacia. Quella vera. L’audacia di Pavel Florenskij, uno dei più grandi pensatori del Novecento europeo, che anziché salvarsi con la fuga continuò a testimoniare il proprio amore per la cultura, la fede cristiana, il desiderio di rendere più umana la Russia nelle grinfie del dispotismo asiatico in salsa marxista-leninista. E per questo fu fucilato dai bolscevichi. L’audacia di Carlo Ripa di Meana e Bettino Craxi, che nel 1977 vollero la Biennale del Dissenso e seppero resistere agli attacchi dei comunisti filorussi e dell’ambasciata sovietica a Roma. L’audacia di Giovanni Paolo II, pontefice conservatore eppure illuminato, che sostenne Solidarność nella Polonia schiavizzata dai comunisti. Un sindacato coraggioso, sostenuto e finanziato anche dai socialisti e dai socialdemocratici italiani. L’audacia di Bettino Craxi, che negli anni Ottanta, nella fase più rovente della Guerra Fredda, si disse disposto a installare gli euromissili in risposta all’aggressività sovietica. Sono questi gli esempi dell’audacia propiziatrice di una pace durevole. I dittatori, i terroristi, gli estremisti comprendono una cosa sola: la fermezza. Fecero infinitamente più Giovanni Paolo II e Bettino Craxi per sgretolare la dittatura sovietica che tanti parolai in vena di lezioncine. Né l’uno né l’altro fecero ricorso a melasse ideologiche o fumisterie politiche. Parlarono con voce ferma, usando un linguaggio chiaro, imbevuto di valori etici universali. O con la libertà, o con i dittatori.

Tutto il resto è fuffa cara ai rossobruni. O, per dirla con Cristo: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno.”

*Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente quelli dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione dell’Istituzione cui appartiene.