Cosa rappresenta per noi giovani la politica? Cosa dovrebbe significare l’impegno civile e perché è importante che ognuno di noi abbia a cuore il bene comune? Sono domande a cui non è semplice trovare risposta. Eppure, è un tentativo che bisogna fare, partendo proprio dall’evoluzione della partecipazione pubblica di noi under 35, una comunità di oltre 10 milioni di persone in Italia.
Oggi si tende a liquidare la nostra generazione come apatica e disinteressata. A sostegno di questa tesi si cita sempre il crollo dell’affluenza alle urne registrato nelle elezioni del 25 settembre 2022, quando nella fascia tra i 18 e i 34 anni l’astensionismo ha sfiorato il 43% degli aventi diritto. I dati ANSA confermano che questa distanza dai seggi è una tendenza in crescita costante dagli anni Novanta, culminata proprio nelle consultazioni di quattro anni fa. Una ferita democratica evidente.
A questo fenomeno si lega una profonda crisi di rappresentanza che subiamo costantemente. L’Italia è uno dei Paesi demograficamente più anziani d’Europa e la nostra classe dirigente riflette questo squilibrio. Di conseguenza, i temi cruciali per il nostro futuro — come la precarietà lavorativa, il diritto allo studio, la transizione ecologica e il supporto alla salute mentale — rimangono regolarmente ai margini dell’agenda di governo. Poiché siamo numericamente inferiori e tendiamo a disertare le urne, pesiamo meno come bacino elettorale. Questo spinge i partiti a concentrare le promesse sulle fasce d’età più avanzate. È un circolo vizioso: la politica ci ignora, e noi, sentendoci invisibili, ci allontaniamo ulteriormente.
Non si tratta di fare la paternale a chi sceglie di non votare, spesso disgustato da un sistema in cui “cambiano i ministri ma non la minestra”. Vale la pena, invece, comprendere come siamo arrivati a questo punto, ripercorrendo il declino della sfera pubblica negli ultimi trent’anni. Nel febbraio 1992, lo scandalo di Tangentopoli ha travolto la vecchia classe politica. L’intero sistema dei partiti che aveva retto la Repubblica per quasi mezzo secolo si è sgretolato all’improvviso, mostrando ai cittadini un volto corrotto e opaco. Con l’inchiesta di Mani Pulite, i sospetti della popolazione si sono trasformati in certezze giudiziarie. Se da un lato quel momento ha unito l’opinione pubblica nell’indignazione, dall’altro ha spezzato il legame di fiducia tra istituzioni e società. I nostri genitori si sono sentiti soli, ingannati e vittime di un sistema che si alimentava in segreto. È questa la diffidenza che abbiamo ereditato: un quadro nebbioso in cui chi dovrebbe tutelarci coltiva solo i propri interessi, e dove credere nel cambiamento sembra un’ingenuità infantile. Disillusi da governi instabili e da una classe dirigente spesso inadeguata, molti di noi hanno semplicemente smesso di partecipare.
Ma se l’insegnamento implicito è che votare sia inutile, quale valore resta all’impegno politico? Il concetto stesso di partecipazione ha cambiato volto. Rispetto al passato, l’impegno nei canali tradizionali, come i partiti o le associazioni studentesche, ha subito un crollo verticale: circa sei giovani su dieci non mostrano alcun interesse per la militanza classica.
Sarebbe però un grave errore considerarci una generazione indifferente. Se guardiamo alle piattaforme digitali, ai canali social e agli spazi di dibattito online, la presenza giovanile è tutt’altro che assente. I dati Eurostat evidenziano che in Italia la partecipazione civica e politica online degli under 30 sfiora il 30,9%, superando nettamente la media europea del 24,9%. Si può dunque dire
che abbiamo semplicemente abbandonato le vecchie strutture per cercare spazi nuovi in cui condividere le nostre idee.
Questo dinamismo non si esaurisce dietro a uno schermo. L’allontanamento dai partiti tradizionali ha coinciso con la nascita di un attivismo concreto e diffuso sul territorio. Oggi facciamo politica in modo diverso: guidiamo i movimenti globali per il clima, ci mobilitiamo nei collettivi per i diritti civili e l’inclusione, dedichiamo tempo al volontariato e alle associazioni culturali locali. Questa partecipazione dimostra che il nostro interesse per il bene comune è vivo, ma si esprime attraverso azioni tangibili e cause specifiche, rifiutando le rigide ideologie del passato. Il nostro modo di impegnarci è distante anni luce dall’epoca pre-berlusconiana, quando le istituzioni godevano ancora di un’autorità indiscussa. La transizione attuale nasce da una disillusione storica e da una retorica pubblica che ha progressivamente svilito la materia politica, riducendo la Repubblica a quello che il Presidente Sandro Pertini definiva un “guscio vuoto”.
La perdita di fiducia è un sentimento che ci accomuna. Proviamo sconforto di fronte a monologhi sterili, populismi e scontri ideologici radicali che distruggono ogni possibilità di dialogo. Molte strategie comunicative puntano a banalizzare il dibattito per manipolare più facilmente l’opinione pubblica. D’altronde un popolo incolto è una massa facile da plasmare, perché quando un individuo smette di porsi delle domande, egli diventa paurosamente condizionabile. Eppure, non ci possiamo permettere di arrenderci. È necessario continuare a credere nella politica: se smettiamo anche noi, non resterà più nulla da fare. Dobbiamo mettere da parte la delusione, escludere dalla nostra visione il becero arrivismo autodistruttivo che ogni giorno dichiara nuove conquiste, dobbiamo dimenticare le ideologie e accantonare gli estremismi, dobbiamo cercare di unirci e non di disgregarci. La prospettiva che dovrebbe guidarci verso un futuro migliore è questa: agire mantenendo ben saldi i valori di pluralità, equità e rispetto.
Chi smette di credere si svuota della sua stessa umanità. Noi esseri umani avvertiamo da sempre il bisogno di porci domande e trovare risposte, anche quando non sono a portata di mano. Invece di darsi per vinto, l’uomo plasma una propria verità in cui anche gli altri possano riconoscersi. Questa verità non è perfetta, assoluta o immutabile: è valida solo per chi ne condivide il significato, all’interno di una stessa cultura. Come scriveva l’antropologo Clifford Geertz, la cultura è “il tessuto di significati nei cui termini gli esseri umani interpretano la loro esperienza e guidano la loro azione”. La verità deve quindi confrontarsi con un sistema di significati che permette di comprendere la realtà; se non crediamo a nulla, niente ha più valore e la vita si riduce a una sequenza di emozioni passeggere.
In conclusione, la democrazia rimane la forma migliore che la nostra cultura ci abbia permesso di creare per costruire una società prospera. Il nostro compito generazionale è credere in essa e restituirle un senso profondo, mettendoci cura e dedizione. Solo nelle mani di chi ama la libertà, la giustizia sociale e il rispetto reciproco si potrà sanare il conflitto che oggi separa noi giovani dalla politica.
*Davide Mancini, studente di antropologia Università di Bologna – Responsabile provinciale della giovanile Psi
*Matteo Teloni, studente di filosofia Università di Macerata – Vice segretario provinciale Psi
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