Partiti liquidi

Uno dei fenomeni sociali e politici più interessanti è la trasformazione progressiva, ma radicale, subita dai partiti negli ultimi tempi: i partiti non hanno più un nome identificativo e caratterizzante, vedono una diminuzione costante dei propri iscritti, non hanno più una distribuzione territoriale capillare, hanno sempre più bisogno di un leader che in qualche modo li trascini e consenta loro di continuare a esistere. Tale percorso, scrive Sabino Cassese (Corriere della sera dell’otto dicembre 2014), ha però reso i partiti meno rigidi e li ha trasformati in una compagine in grado di rivolgersi a un vasto elettorato e vincere quando le loro proposte incontrano i favori della maggioranza degli elettori. Tuttavia in tal modo, i partiti non sono più in grado di svolgere alcuna funzione educativa né riescono a selezionare in modo plausibile una nuova classe dirigente. Sono quindi divenuti dei “partiti liquidi”.
Qui si ferma l’analisi di Cassese: è come se egli pensasse che questo percorso sia dovuto a qualche scelta soggettiva, mentre sarebbe possibile effettuarne un’altra. Quale? Si può dire che una struttura partitica sia dotata di una certa autonomia che rimanda a sua volta a un campo, quello del potere politico, ben individuabile e relativamente autonomo. Tuttavia esso agisce in un ambito sociale più ampio, nel quale va verificata la sua efficacia. La forma-partito non dipende quindi solamente dalle scelte operate da un gruppo dirigente, ma anche dal contesto sociale. Oggi è connessa alle enormi trasformazioni subite dalla struttura sociale nel periodo che va dalla nascita dei partiti moderni (fine Ottocento) ad oggi: il partito è chiamato ad operare in tale contesto.
Il primo partito “moderno”, almeno in Italia, è probabilmente stato quello socialista. Sulla sua forma si sono modellati in seguito anche gli altri che via via nascevano. Il referente sociale dei socialisti o di altre formazioni politiche di sinistra era costituito dal proletariato, un vasto ceto comprendente in primo luogo un’enorme popolazione contadina e rurale (più della metà degli occupati di allora), e in misura minore dai dipendenti delle non molte industrie e da un diffuso artigianato. Si trattava di un mondo culturalmente e socialmente statico, complessivamente povero, e (salvo che per pochi gruppi), senza un avvenire migliore di un passato di miseria estrema (occorre ricordarlo a chi lo ha dimenticato), da cui si cercava di evadere attraverso una massiccia emigrazione. I socialisti offrivano una prospettiva (il sol dell’avvenire; ma anche la prima legislazione sociale, che significava dare dignità alle persone) e cercavano di costruire una unità umana e ideologica di tale ceto sociale a partire dal bisogno, elemento primario che costituiva in fondo il principale legame sociale.
Alla fine della grande guerra 1915-1918 i socialisti raccoglievano un terzo abbondante dei voti (e dei seggi parlamentari). Tralasciamo, in questa veloce ricostruzione, l’epoca della dittatura fascista, cessata alla fine della seconda guerra mondiale (1945). La successiva lunga fase della prima Repubblica ha coinciso con il periodo del più grandioso sviluppo industriale e economico che sia mai avvenuto nella storia degli italiani. Quel cupo, millenario mondo legato all’agricoltura, immobile e sfiduciato, si disgregava in pochi decenni. Da un mondo indistinto emergevano persone e individui dotati di nuovi bisogni e necessità prima neppure intravisti. La maggioranza degli italiani diveniva proprietaria della propria casa: un sogno millenario che diveniva realtà. Lo sviluppo economico e sociale trasformava i vecchi proletari in un ceto differente, relativamente affrancato dai vecchi bisogni primari, desideroso di sperimentare e vivere percorsi sempre più di tipo personale e adatti alle esigenze della propria soggettività.
In un primo tempo i partiti, che non avevano ben compreso quanto accadeva, hanno mantenuto la forza, la struttura e l’ideologia che possedevano agli inizi del secolo, ma che erano divenuti poco adatti nel secondo Novecento; così hanno cominciato a perdere terreno. In tale nuovo contesto inizia a liquefarsi la vecchia forma-partito senza che ne venga messa a punto una nuova. Non solo non c’è più quel vecchio proletariato, non c’è più neppure l’antico analfabetismo di massa; i gusti, benché legati alla moda e ai prodotti industriali, sono sempre più personali e sempre meno legati a vecchie ideologie. Cambia radicalmente la struttura della famiglia, che esiste ormai solo per una parte dei cittadini: gli altri costituiscono famiglie individuali o aperte a modalità differenti di convivenza: «L’inizio della seconda decade del XXI secolo segna un punto di rottura: le convivenze per la prima volta rappresentano il 10% del totale delle coppie e, parallelamente, i partner che convivono non mostrano più livelli di soddisfazione significativamente più bassi degli sposati» (così scrivono Pirani – Vignoli, in www.neodemos.it del 10-12-2014).
In quest’ultimo periodo, che si può fare iniziare dagli anni Sessanta del Novecento, è stato smantellato un intero assetto sociale e familiare; è cambiato anche il lavoro, e c’è un diverso e più consapevole atteggiamento verso di esso. Il processo non si è fermato: l’informatizzazione crescente sta investendo ogni aspetto della vita umana (da quello personale a quello lavorativo), ma i partiti hanno tranquillamente continuato nei loro vecchi riti, usando logore e stantie parole d’ordine senza rendersi conto che andavano verso una possibile catastrofe. Non basta quindi dire che i partiti hanno perduto la loro vecchia funzione di selezionatori delle nuove classi dirigenti: il fatto è che la forma-partito può e deve essere ripensata a partire dalla consapevolezza delle grandi modificazioni sociali avvenute, e quindi della necessità di mettere a punto nuovi connettori fra la dimensione politica e la realtà sociale.
Come? Questo è il problema: la politica deve subire una innovazione profonda in itinere, ma tale innovazione non può svilupparsi che su un terreno ignoto, frastagliato, irto di difficoltà, senza più nessuna delle antiche sicurezze: e tuttavia non può avvenire se non partendo da una differente, più adeguata capacità di lettura di quei processi sociali.

By |2015-01-22T22:22:43+02:00Dicembre 16th, 2014|Editoriali e Commenti, I più letti|2 Comments

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2 Comments

  1. silvio minardi Dicembre 16, 2014 al 2:08 pm - Rispondi

    Le forme di rapporto con le persone sono cambiate, si sono arricchite, ma sono diventate più complesse a fronte di una realtà economica -sociale in forte crisi. Possiamo tuttavia pensare che il dato: il 10% della popolazione possiede il 50% del reddito del paese, non possa costituire un sentire comune , profondo e semplice da cogliere, in grande di costruire una risposta politica?

  2. Paola Tavoletti Dicembre 17, 2014 al 4:50 pm - Rispondi

    Il mio bisnonno venne a piedi dalle Marche con le scarpe in spalla per non consumarle: apparteneva al proletariato contadino menzionato in questo interessante articolo. Ora la famiglia appartiene al ceto medio, è cambiata insieme a tutta la società italiana. In quegli anni in cui la trasformazione sociale è avvenuta, e per tante famiglie, noi ragazzi di allora – oggi cinquantenni – ci riunivamo nel circolo della DC del quartiere, che svolgeva funzione di forte punto di aggregazione, e stampavamo, per poi distribuirli a mano, giornali in cui scrivevamo articoli . Articoli di politica, certo, ma anche di cultura. Ecco, di questo c’è nostalgia: di una politica che sia veicolo di cultura.
    E, per me, questo dovrebbe fare oggi un partito politico: ridiventare centro di aggregazione dei cittadini, coinvolgerli nella produzione di cultura, essere infiltrato capillarmente nel territorio per arrivare alla sua ‘Base’ e renderla protagonista. Renderla parte attiva del dialogo con il referente politico, e strumento di cambiamento e di miglioramento della società tutta.

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