Marx nell’epoca dei sovranisti
Gianpiero Magnani

Vi è un’idea ricorrente nel dibattito pubblico recente, e cioè che la riscoperta del pensiero di Marx sia la risposta al populismo e al crescente consenso verso i partiti nazionalisti e di destra. Una tesi fondamentale della sinistra, secondo cui sono “le disuguaglianze a creare i conflitti, non il colore della pelle”1, viene ricondotta al pensiero di Marx, che peraltro nel 2018 è stato al centro di dibattiti in occasione del bicentenario della sua nascita. Fra gli autori che se ne sono occupati di recente va citato Sebastiano Maffettone, che ha proposto una interessante quanto approfondita rilettura del suo pensiero e delle sue opere in un libro che ha per titolo, non a caso, 2. Marx in effetti non fu un teorico del comunismo, o del socialismo, ma essenzialmente un critico radicale del capitalismo. Fu anche critico nei confronti del liberalismo e del socialismo dell’epoca, la cui strategia politica era comune a quella marxista per alcuni aspetti fondamentali ma opposta per altri, tanto da caratterizzare duramente le successive contrapposizioni fra socialisti democratici e comunisti: “Le lotte vanno fatte sul luogo di lavoro; c’è un partito che rappresenta i lavoratori; l’obiettivo da perseguire consiste nella conquista del potere da raggiungere pacificamente o meno secondo le circostanze” (Maffettone, pag.20).

Il lavoro diventava con Marx “il principio fondativo della modernità” (cit., pag. 58), che giustificherà da una parte la rappresentanza politica dei lavoratori in un contesto di competizione democratica (la socialdemocrazia), dall’altro la “dittatura del proletariato” (il comunismo). E il fatto che oggi sia sempre più difficile rappresentare i lavoratori, e quelli che non lavorano, è una delle cause principali della crisi della socialdemocrazia, cui la strategia politica marxiana non offre soluzioni politicamente praticabili. Come pure alcune categorie della sua analisi economica, che si sono rivelate errate come ha ben spiegato Maffettone nel suo libro: in primis la teoria del valore-lavoro, ma anche la semplificazione del processo storico ridotto alla sola lotta fra classi (strutturale solo alle dinamiche del capitalismo e in particolare all’epoca in cui Marx scriveva), e l’idea che produzione e distribuzione non siano separabili. Inoltre la visione marxiana, osserva ancora Maffettone, è al di là della giustizia eppure implica la tesi secondo la quale viviamo in un mondo ingiusto, caratterizzato da sfruttamento, divisione in classi, polarizzazione crescente fra pochi ricchi e masse sempre più povere. Insomma, come scrisse Joseph Schumpeter, “per essere socialisti non è necessario essere marxisti; ma neppure basta essere marxisti per essere socialisti”3.

Tre grandi innovazioni nel pensiero filosofico ed economico hanno reso via via sempre più obsolete le teorie di Marx: dapprima gli economisti marginalisti, poi Keynes, infine Rawls: la cui teoria della giustizia rappresenta il “nuovo orizzonte entro cui si muovono le aspirazioni egualitariste, socialdemocratiche e liberal” (Maffettone, pag.113). Rawls affronta le questioni di giustizia – giustizia distributiva -in ottica normativa e non deterministica. Per Marx al contrario il problema della giustizia non si pone perché il sistema capitalistico, dal suo punto di vista, è già una società giusta: “Nell’ambito di un approccio marxiano non è possibile parlare di giustizia in termini astorici perché ogni periodo storico ha la sua giustizia. In altre parole, esiste una giustizia all’interno del feudalesimo e un’altra all’interno di un regime capitalistico” (cit., pag.137).

L’uguaglianza dei diritti è, nel sistema capitalistico, il diritto ad essere diseguali, e l’unica ingiustizia per Marx è l’assenza di libertà: “Solo un uomo veramente libero può selezionare seriamente i suoi bisogni” (pag.138). Ed è grottesco, per non dire tragico, che il comunismo realizzato abbia fatto proprio dell’assenza della libertà individuale la propria stessa ragion d’essere: “Il comunismo realizzato, e se possibile peggio ancora la transizione socialista che lo prepara, sono una minaccia per la libertà assai peggiore di quella portata dal capitalismo (che pure non è esente da colpe)” (pag.159). Inoltre l’uguaglianza del comunismo si è rivelata un’uguaglianza verso il basso, un livellamento nella povertà: “Nel 1960 con ogni probabilità la Bulgaria era un paese più egualitario degli Stati Uniti, ma è francamente difficile pensare che fosse meglio vivere in Bulgaria” (pag.164).

Il comunismo realizzato, con tutti i suoi lutti e le sue sofferenze, non è una responsabilità integrale di Marx, ma la sua teoria non è stata del tutto innocente per la storia che è venuta dopo, almeno quella che inizia in Russia nel 1917 e finisce a Berlino nel 1989

Lo Stato non è per Marx un’entità assoluta, fuori dal tempo come riteneva Hegel, ma è un fenomeno transitorio, presente soltanto in una fase del processo storico. E la società civile nella sua visione è ben più importante dello Stato, perché è in essa che ha luogo il conflitto fra classi: “La ‘scoperta’ delle classi sociali e del loro rilievo resta un risultato sociologico memorabile la cui portata spesso gli economisti hanno fatto fatica a capire” (pag.53). Marx fu un autodidatta, e fu essenzialmente un filosofo politico, anche se molti suoi scritti, compresa la sua opera principale (Il Capitale), volevano essere critiche all’economia, all’organizzazione materiale della produzione e alla sua rappresentazione teorica. Per cambiare in meglio la condizione umana non bisognava infatti rivedere lo Stato, la sua forma giuridica, ma “bisognava cambiare la struttura economica della società civile” (pag.54). Il consenso nel sistema capitalistico è solo apparente: è frutto di un’estorsione, in quanto “i lavoratori non hanno scelta, e sono obbligati a vendere la loro forza-lavoro per sopravvivere” (pag.66). Il costituzionalismo è perciò in errore, perché il problema non è cambiare lo Stato ma cambiare la struttura economico-sociale, che non può essere una semplice riforma del sistema, o un insieme di riforme, ma deve essere una rivoluzione.

Il comunismo realizzato, con tutti i suoi lutti e le sue sofferenze, non è una responsabilità integrale di Marx, ma la sua teoria non è stata del tutto innocente per la storia che è venuta dopo, almeno quella che inizia in Russia nel 1917 e finisce a Berlino nel 1989: egli fu un profeta, come osservò Schumpeter, simile ad un leader religioso pur essendo ateo (ma l’ateismo radicale non è forse esso stesso una forma di religione?); la vera novità di Marx non fu tuttavia la critica della religione, che all’epoca già esisteva, ma averla coniugata con una concezione materialistica della storia (che peraltro lui stesso non precisò mai in modo definitivo nei suoi diversi scritti). La religione, secondo questa analisi, altro non era che un’invenzione causata dalle condizioni di miseria materiale e spirituale che il sistema di produzione capitalistico avrebbe ulteriormente aggravato. E il feticismo delle merci è analogo a quello religioso: si attribuisce valore a qualcosa che non ne ha. Le relazioni fra persone diventano relazioni fra cose: “Il feticismo è un velo che facendo apparire il valore di scambio come proprietà delle cose cela i sottostanti rapporti tra persone (di classe)” (pag.121). Anche l’alienazione assume un significato centrale in Marx, per quanto particolare: perché è il lavoro che rende alienato l’essere umano nel sistema capitalistico, ed è alienazione dell’uomo da se stesso, dalle sue potenzialità e capacità di autorealizzazione, e non come per Hegel alienazione in quanto “scissione del soggetto dalla comunità” (pag.61). Ma soprattutto il comunismo non è per Marx una questione di libera scelta, è l’esito di un processo naturale, qualcosa di inevitabile perché determinato, ed è determinato non in un singolo paese ma a livello globale: “Sia capitalismo che comunismo non sono concepiti come fasi locali ma come aspetti essenziali dello sviluppo globale di tutti i popoli” (pag.68).

In questo contesto non vi è posto per le motivazioni e le azioni umane: “Dato che il determinismo ci dice dove andremo a finire, perché mai dovremmo darci da fare per realizzare il fine della storia?” (pag.144); l’impegno in politica, secondo questa prospettiva, non avrebbe in effetti alcun senso. E lo stesso progresso scientifico e tecnologico, che per Popper sarà la confutazione stessa del determinismo (in quanto la storia non si può prevedere perché non siamo in grado di conoscere oggi quali saranno le nostre scoperte future), per Marx al contrario è la causa stessa della crisi del capitalismo, in quanto il risparmio di forza-lavoro riduce anche il plusvalore e quindi i profitti: “Il capitalismo porterà contemporaneamente a un impoverimento estremo della classe operaia e alla fine del profitto capitalistico” (pag.146).

In forza del determinismo e della inevitabilità del processo storico la teoria marxiana pretende di essere “scientifica” e quindi estranea ad ogni prospettiva etica. Marx, osserva Maffettone, fu in certo qual modo ammiratore del capitalismo e della borghesia che lo aveva creato, pur essendo fortemente critico dell’uno e dell’altra. E tuttavia i concetti espressi – l’alienazione, lo sfruttamento, la teoria del valore lavoro e l’idea che ognuno debba ricevere secondo i propri bisogni – hanno una chiara valenza morale. Ma l’olismo metodologico rende incompatibile la teoria marxiana con l’individualismo metodologico, che è alla base sia delle concezioni moderne di giustizia distributiva che della stessa teoria della scelta razionale. L’eredità più importante di Marx è tuttavia l’analisi delle tensioni o contraddizioni interne al sistema capitalistico: la tensione fra sviluppo tecnologico e riduzione dell’occupazione, la necessità di tenere basso il costo del lavoro e nel contempo alta la capacità di spesa dei consumatori, la polarizzazione fra pochi ricchi ed una moltitudine di poveri (i proletari).

Marx fu in effetti il più noto e acuto critico del sistema capitalistico nell’Ottocento, che analizzò in oltre trentamila pagine di scritti (di cui peraltro solo una minima parte furono pubblicati da lui in vita), evidenziandone limiti, ingiustizie, contraddizioni, ma anche l’enorme capacità di produrre cambiamenti di natura globale. Un’analisi che per molti aspetti è tuttora attuale, dopo oltre un secolo di grandi trasformazioni, e che ci può aiutare a capire meglio in particolare quegli eventi che si sono susseguiti dopo il crollo del comunismo, dall’esplosione della globalizzazione economica e finanziaria fino alla grande crisi del 2008-2011 che ha penalizzato in particolare i paesi economicamente più avanzati dell’Europa, Italia in testa: perché, scrive Maffettone, “il 2008 è stato per il capitalismo quello che il 1989 era stato per il comunismo” (cit., pag.14). La delusione della globalizzazione, dei suoi effetti, delle sue conseguenze dannose è alla base di fenomeni di protesta collettiva come i movimenti no-global e la Brexit, e della crescita di consenso popolare da parte di figure che in altri contesti mai sarebbero riuscite ad ottenere risultati elettorali tanto eclatanti, da Trump a Le Pen. I movimenti no-global, osserva Maffettone, hanno in comune con Marx l’attenzione al mondo globale, la voglia di cambiamenti radicali (rivoluzionari) e l’attenzione alla sfera economica: “Il livello politico della protesta stessa poggia su quello economico” (pag.167).

Il potere senza limiti della banca centrale di creare ricchezza è la versione aggiornata ai nostri tempi della pianificazione economica collettivistica

Tuttavia la rilettura del pensiero di Marx non ci aiuta ad acquisire elementi utili per contrastare i populismi e il ritorno delle destre nel dibattito pubblico, almeno in Europa, in quanto la tesi principale del pensiero marxiano, e cioè che viviamo in un mondo profondamente ingiusto, è diventata in realtà la premessa per una nuova forma di pensiero che si è andata sviluppando proprio in ambito populista, a partire dalla crisi dei debiti sovrani dell’eurozona, e che conosciamo come sovranismo. Il sovranismo è, per la nostra epoca e in modo particolare in Italia, la visione ideologica che ha sostituito il marxismo, facendo proprie alcune delle sue declinazioni massimaliste partendo dalla critica dei guasti del sistema capitalistico: come il marxismo aveva individuato nella struttura economica del sistema e nel diritto di proprietà l’elemento critico che andava superato, così l’attuale sovranismo, italiano ed europeo, parte dalla critica alla globalizzazione per individuare nella moneta e nelle politiche monetarie il presunto punto critico dell’intero sistema; e come il marxismo imponeva come soluzione non la riforma del sistema, bensì il suo superamento con una medicina – il comunismo – che si sarebbe rivelata ben peggiore del male che pretendeva di voler curare, così l’attuale sovranismo vede nella distruzione della moneta unica e nel ritorno alle valute nazionali la medicina per risolvere tutti i problemi, dalla mancata crescita alla soluzione dei problemi di ingiustizia sociale; e nel resto del mondo considera l’introduzione dei dazi e delle limitazioni al libero movimento delle merci e delle persone come la soluzione di tutti i mali.

Ma è il confronto fra Marx ed i sovranisti italiani ad essere particolarmente significativo: in sintesi, come per Marx e i suoi seguaci bastava abolire la proprietà privata per risolvere tutti i problemi e ridare dignità all’umanità intera, così per i sovranisti basta abolire l’euro, tornando alle monete nazionali stampabili a piacere da una banca centrale nazionale priva di ogni autonomia e soggetta allo stretto controllo dell’autorità politica nazionale per garantire prosperità e benessere a tutti i cittadini dello Stato nazionale, finalmente tornato alla propria piena sovranità (pienamente sovrano in quanto titolare unico della moneta interna). Il potere senza limiti della banca centrale di creare ricchezza è la versione aggiornata ai nostri tempi della pianificazione economica collettivistica, che per i marxisti avrebbe garantito condizioni di abbondanza per tutti. Strano che da questo meccanismo magico, che in Italia portò dapprima un’inflazione a due cifre e poi l’esplosione del debito pubblico, il nostro paese abbia fatto di tutto per uscirne; ed ancora più strano che, una volta usciti, i risparmi degli italiani, non più decimati dall’inflazione galoppante, siano cresciuti di mille miliardi dopo l’ingresso nella moneta unica: erano 3.042 miliardi di euro nel 2001, sono diventati 4.406 miliardi a fine 2017, mentre il valore delle abitazioni e dei terreni è cresciuto dai 2.940 miliardi del 2001 a 5.294 miliardi a fine 2017, portando così la ricchezza totale degli italiani (risparmi e proprietà immobiliari) a 9.799 miliardi di euro complessivi alla fine del 20174.

E’ un vero peccato che nessuno più pronunci la parola fondamentale, che non è Italexit o ritorno alla sovranità monetaria, bensì Eurobond, cioè la condivisione dei rischi in un unico debito pubblico europeo

Naturalmente la distribuzione della ricchezza totale privilegia i pochi sui molti, anche se una ricerca della Banca d’Italia collocava l’Italia, a metà 2014, al quattordicesimo posto nel mondo per ricchezza media per adulto e al quinto posto considerando la ricchezza mediana per adulto, un dato che “riflette un livello della concentrazione della ricchezza relativamente contenuto nel confronto internazionale”5. Il fatto che il patrimonio degli italiani sia aumentato con la moneta unica non è l’effetto di una moltiplicazione che ha del miracoloso, ma ha una spiegazione più semplice: l’alta propensione al risparmio non è stata vanificata da quella gigantesca imposta patrimoniale mascherata che è l’inflazione, una imposta che i sovranisti vorrebbero reintrodurre pensando che così la situazione migliori. Più o meno come i massimalisti di un tempo, che sostituendo l’economia di mercato con quella collettivistica ottennero come risultato finale il razionamento delle merci, cioè più povertà. Vale a dire scarsità estrema, altro che abbondanza; e quindi l’impossibilità di poter dare a ciascuno secondo i suoi bisogni, come pretendeva la concezione marxiana e come sostengono ora i sovranisti6. I quali sono divenuti più cauti nelle loro strategie attuali: l’uscita dall’euro non è più l’obiettivo politico immediato, rimane sullo sfondo: perché l’obiettivo prioritario è vincere le elezioni europee e portare nel Parlamento europeo quanti più alleati possibile, per poi aprire in quella sede la sfida contro la moneta unica.

Ed è un vero peccato, in questo contesto, che nessuno più pronunci la parola fondamentale, che non è Italexit o ritorno alla sovranità monetaria, bensì Eurobond, cioè la condivisione dei rischi in un unico debito pubblico europeo, e quindi una sola fiscalità comune europea, e quindi anche un unico governo europeo democraticamente eletto: in due parole, l’Europa federale. Il dibattito sugli Eurobond è totalmente scomparso in Europa, nessuno più solleva la questione, neppure quegli Stati, come l’Italia, che potrebbero avere un indubbio vantaggio dalla trasformazione dei debiti pubblici nazionali in un unico debito europeo; ma anche i vertici dell’Unione tacciono sul tema, pur sapendo che la condivisione del debito sotto l’ombrello della Bce è la premessa necessaria per garantire stabilità all’Ue e per permettere alla stessa di esercitare quel ruolo di regia sulla scena mondiale che è tanto necessario in un mondo globalizzato e nel contempo frammentato come è quello attuale. Un mondo in cui gli Stati Uniti stanno man mano perdendo quel ruolo di superpotenza guida che potrebbe e dovrebbe essere assunto dal Vecchio Continente, in quanto l’Europa – unita – è la prima potenza economica del mondo, e se parlasse con una sola voce e una leadership unica eletta democraticamente dai suoi cittadini sarebbe anche la prima potenza politica del pianeta, con un ruolo di pacificazione da svolgere a partire proprio dai suoi confini, all’Est come nel Mediterraneo, in Africa e nel Medio Oriente.

Il silenzio assordante sull’argomento Eurobond non è solo quello dei vertici europei, o degli Stati che, come l’Italia, avrebbero più interesse ad una evoluzione di questo tipo delle politiche comunitarie. Il silenzio più assordante sul tema è quello dei partiti europeisti, ed in particolare del Pse e di chi in Italia dovrebbe essere la voce del Pse. Tacciono i socialisti europei, parlano invece i populisti: che anzi hanno alzato il tono soprattutto nel nostro paese, dove abbiamo assistito ad una sorta di metamorfosi nella versione leghista del sovranismo: che in una logica della politica in chiave amico-nemico alla Carl Schmitt aveva dapprima individuato il proprio nemico in Roma e nel Sud, per poi modificare radicalmente il proprio campo di battaglia, che nell’ultimo periodo si è rivolto all’estremo Nord, a Bruxelles e Strasburgo. Il nemico numero uno veniva così identificato più di recente nei vincoli comunitari e nella moneta unica, e non più nell’apparato unitario dello Stato italiano che si vorrebbe però federale, una federazione “a rovescio”, italiana anziché europea7.

Il superamento, o per meglio dire il tramonto nelle coscienze collettive dell’ideologia sovranista è invece la condizione indispensabile per fare del vero federalismo, quello europeo, il fattore vincente nella competizione internazionale che è iniziata col crollo del comunismo e con la successiva liberalizzazione dei commerci internazionali, da Doha (2001) in avanti. L’Europa federale come prima potenza politica ed economica del mondo, con tutti gli elementi che contraddistinguono gli Stati sovrani: politica fiscale e monetaria unica, esercito e sistema di intelligence unico, una sola politica estera. E’ un’utopia? No, è una soluzione normativa, alla Rawls, l’unica veramente ipotizzabile sotto quel “velo di ignoranza” che può assicurare l’imparzialità delle scelte collettive: “La Federazione europea può essere la più razionale soluzione del caos attuale”8 (8). E tuttavia, il problema di coniugare la possibilità di una scelta imparziale e razionale nell’attuale società globale dell’informazione (e della disinformazione), contraddistinta da una molteplicità di notizie (spesso contraddittorie fra di loro e anche distorte) che rendono impraticabile nei fatti il “velo di ignoranza”, è un enorme problema filosofico – e politico – del nostro tempo, di cui peraltro non si vedono grandi soluzioni all’orizzonte. Anche per questo, forse, il pensiero di Marx continua ad offrire suggestioni ed elementi di discussione.

1 Intervista a Bhaskar Sunkara, direttore della rivista Jacobin, sulla Repubblica del 23 dicembre 2018.

2 S. MAFFETTONE, Karl Marx nel XXI secolo, Luiss University Press, Roma 2018.

3 J.A. SCHUMPETER, Capitalismo, socialismo, democrazia, Milano 1977, pag. 55, nota 13.

4 Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza, n. 470, novembre 2018, pag.30.

5 Banca d’Italia, La ricchezza delle famiglie italiane. Anno 2013, Supplemento al Bollettino Statistico, 16/12/2014.

6 Da notare, per inciso, che le statistiche dimostrano anche gli effetti estremamente positivi dell’euro sulla spesa pubblica per interessi: nel 1996 l’incidenza sul Pil italiano della spesa per interessi era pari all’11,1% con un debito pubblico che era pari al 116,3% del Pil; nel 2017 la stessa incidenza sul Pil della spesa pubblica per interessi è scesa al 3,8% mentre il debito pubblico, sempre in rapporto al Pil, è salito al 131,8 per cento. Per contro la pressione fiscale, che nel 1996 era pari al 40,7% del Pil, è salita nel 2017 al 42,5%, mentre gli investimenti si sono ridotti dal 2,7% del 1996 al 2,0% del 2017 (cfr. Banca d’Italia, Statistiche di finanza pubblica nei paesi dell’Unione europea, 10 giugno 2015 e 28 giugno 2018). I problemi dell’Italia sono tutti interni, l’Europa non ha responsabilità e semmai ha attutito la situazione. Ma l’Europa è il capro espiatorio fondamentale dei sovranisti che le addebitano tutte le colpe che un tempo i marxisti addebitavano al libero mercato.

7 P. APRILE, L’Italia è finita. E forse è meglio così, Milano 2018. Vedasi in particolare pag.138.

8 A. SPINELLI, Il Manifesto di Ventotene, Bologna 1991, pag.92. Nel saggio introduttivo all’edizione del libro, Norberto Bobbio scriveva: “Ora più che mai nel linguaggio politico per federalismo s’intende quello sopranazionale e non quello infranazionale. Storicamente, poi, se di rivoluzioni in senso federalistico si può parlare, queste sono sempre state nel senso della costruzione di un nuovo Stato (e lo sarebbe stata anche quella italiana preconizzata da Cattaneo), non della dissoluzione di uno Stato unitario” (cit., pag.14).

By |2019-07-19T12:17:27+02:00Luglio 19th, 2019|Recensiti da noi|0 Commenti

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