La Sinistra che verrà
Gianfranco Sabattini

La Sinistra politica, pilastro tradizionale della dialettica politica all’interno dei paesi democratici, sembra aver smarrito, almeno in Italia, gli obiettivi che erano valsi a definire la sua identità nei quasi due secoli in cui si è formata e sviluppata. Il crollo del comunismo reale e l’abbandono da parte dei partiti socialdemocratici della nazionalizzazione dei mezzi di produzione l’hanno resa orfana di ogni valido paradigma di riferimento. Attualmente, stando agli atti fondativi di nuovi soggetti politici che si dicono di centrosinistra ed ai contenuti del loro programmi elettorali, sembra addirittura essere diventata la Sinistra della Destra, nonostante che, dacché è nata, la Sinistra politica abbia sempre perseguito la regolazione di un sistema sociale che, liberato dagli esiti disfunzionali del libero mercato, consentisse agli esseri umani di vivere in armonia e di svilupparsi cooperando gli uni con gli altri.

La Sinistra, dunque, per riproporsi oggi, ha bisogno di un nuovo paradigma identitario, anche in considerazione del fatto che il movimento sindacale, dopo aver rappresentato un valido punto di forza nella formulazione e nell’attuazione delle sue proposte politiche, ha perso e continua a perdere gran parte della sua forza e della sua reputazione a seguito del processo di erosione dell’organizzazione degli stati nazionali a causa dell’allargamento e dell’approfondimento del processo di globalizzazione. Quale può essere oggi il paradigma idoneo a ridare alla Sinistra visibilità politica e nuovo ruolo sociale? Esso può essere derivato solo dall’abbandono delle ormai obsolete vecchie qualifiche di Sinistra e di Destra e dalla assunzione, a livello nazionale ed a livello internazionale, di due obiettivi riformisti tra loro interconnessi: 1. sostituzione del conflitto con la cooperazione nella regolazione del funzionamento dei sistemi economici e dei rapporti tra essi; e 2. soluzione del connesso problema della giustizia distributiva, realizzata su basi collaborative e non conflittuali, nel rispetto dello sviluppo e della dignità dell’uomo (P.Singer, 2000; R.M. Unger, 2007; G. Sabattini, 2009).

Le sigle Sinistra e Destra hanno perso il loro originario significato. Lo dimostra il fatto che alcuni (A. Alesina, F. Giavazzi, 2007), che continuano ad ispirarsi al vecchio liberismo della Destra tradizionale, avanzano spesso delle proposte che non esitano a definire di Sinistra, approfittando del fatto che i partiti della vecchia Sinistra, ormai privi di ogni capacità progettuale ed aperti ai suggerimenti propri della Destra, sono percepiti come gli unici in grado di assicurare attuazione alle proposte dei partiti della Destra solo perché dispongono, quando accade, di un maggior consenso elettorale. Ma soprattutto lo dimostra il fatto che scrittori e studiosi, quali J.Lloyd, A. Giddens, R. Dahrendorf ed altri, riflettendo sul possibile ruolo futuro dell’idea socialista, accolgono nelle loro riflessioni contributi di pensatori, quali J. Rawls, A. Sen, R. Dworkin ed altri, che si collocano, con le loro teorie sullo sviluppo e sulla dignità dell’uomo, dal lato del pensiero liberale moderno (che non ha nulla da spartire con il vecchio liberismo o con il nuovo neoliberismo).

Riformisti e conservatori

Il paradigma che potrà dare nuova visibilità al pensiero della Sinistra ed indicare il nuovo ruolo che esso potrà svolgere nella soluzione dei problemi del mondo di oggi, perciò, dovrà presupporre innanzitutto che tutti coloro che condividono gli assunti che sono stati un tempo patrimonio culturale della Sinistra siano individuati come Riformisti ed il loro partito denominato Partito Riformista, in quanto ispirato al riformismo, implicante un costante adeguamento al continuo cambiamento degli interessi della società civile nel perseguimento degli obiettivi fondanti il nuovo riformismo politico. All’opposto, si dovrà parlare di Conservatori e di Partito Conservatore, in quanto ispirato al conservatorismo, al liberismo “vecchia maniera” o al neoliberismo, per definire chi, invece che l’adeguamento della struttura istituzionale agli interessi emergenti della società civile, privilegia “interventi gattopardeschi” per conservare le posizioni di vantaggio e di rendita dei gruppi sociali che le hanno ereditate dal passato.

Il cambiamento delle denominazioni non è cosa da poco; come acutamente osserva R.M. Unger, se l’idea socialista deve essere riproposta attraverso un nuovo progetto, quest’ultimo richiede la reinvenzione dell’idea preesistente, la quale però richiede, a sua volta, una nuova denominazione; ciò in quanto l’idea socialista nella sua versione socialdemocratica non è stata meno responsabile di tutte le altre idee di Sinistra (del socialismo reale o del keynesismo interventista) d’aver sempre fatto dipendere la dinamica istituzionale da situazioni di crisi o da traumi sociali considerati quali unici rimedi alla mancanza del cambiamento istituzionale (R.Rorty, 1999) e di aver sempre perseguito l’equità distributiva tramite procedure ridistributive che non hanno mai mirato al potenziamento della libertà positiva (libertà di e non solo libertà da) dei singoli soggetti all’interno dei sistemi sociali, come sostiene il pensiero liberale moderno.

Riguardo all’assunzione dei due obiettivi riformisti prima indicati, il primo dovrà implicare per il Partito Riformista il ricupero del concetto gramsciano di egemonia in una prospettiva democratica. In questa prospettiva, la conservazione dell’ordine istituzionale dell’economia di mercato dovrà dipendere dalla capacità dei gruppi egemoni di coordinare, con le loro azioni e le loro decisioni, i propri interessi con gli interessi dei gruppi subordinati, per la soddisfazione su basi cooperative di tutti gli interessi coinvolti. Il coordinamento degli interessi dovrà comportare che il problema distributivo del prodotto sociale tra percettori di profitti e percettori di salari si traduca non solo in uno scambio compensativo tra presente e futuro, tra consumo immediato ed investimenti, ma anche tra salari correnti e salari futuri. Il coordinamento degli interessi dovrà anche comportare che la distribuzione del prodotto sociale tra profitti e salari non sia più espressa, almeno in parte, dal mercato e che l’accesso al reddito sia esteso a tutti indistintamente i cittadini (occupati e non) sulla base di decisioni politiche sotto forma di reddito di cittadinanza.

La giustizia distributiva

Il secondo obiettivo, connesso al primo, dovrà implicare il perseguimento della giustizia distributiva mediante la procedura suggerita da J. Rawls (1984, 2001) e da A. Sen (2000, 2001), secondo le precisazioni di R. Dworkin (2002, 2006), per “mettere a fuoco” il criterio in base al quale i responsabili della politica ridistributiva appartenenti ad un dato sistema sociale operino le loro scelte in modo da legittimare anche una possibile ineguale ridistribuzione del prodotto sociale sotto il vincolo che siano migliorate le condizioni dei più svantaggiati e non siano compromessi i principi posti a presidio dello sviluppo e della dignità dell’uomo.

R. Dworkin chiama questi principi “principi della dignità umana”: il primo (principio del valore intrinseco) afferma che ogni vita umana ha un suo particolare valore oggettivo, per cui una volta che una vita umana è cominciata è positivo che riesca a realizzare il suo potenziale, mentre è negativo che fallisca ed il suo potenziale vada disperso; il secondo (principio della responsabilità personale) afferma che ogni soggetto è responsabile del successo della propria vita, nel senso che è responsabile della scelta del tipo di vita da condurre per auto-realizzarsi, per cui non deve consentire ad alcuno di dettare i suoi valori personali, in quanto la loro scelta dovrà riflettere una sua valutazione di fondo su come gestire la propria responsabilità per la propria vita. I due principi, considerati congiuntamente, costituiscono la base e le condizioni della dignità umana; i principi sono individualistici nel senso che attribuiscono valore e responsabilità ai singoli soggetti, senza tuttavia presupporre che il successo di una vita singola possa essere realizzato indipendentemente dal successo della società della quale è parte. Ovviamente, i principi individuali non sarebbero proponibili come base comune condivisa se fossero individualistici in questo senso.

La giustizia internazionale

Sulla base del metodo descritto dovrà essere perseguito anche l’aggancio della politica distributiva nazionale a quella internazionale per migliorare le prospettive dei sistemi economici più svantaggiati, all’interno di un mondo globalizzato caratterizzato da minori squilibri e perciò da minori conflitti. In questo caso, i principi della dignità umana dovranno essere intesi e percepiti come principi dello sviluppo e della dignità dei popoli.

Sul problema dei rapporti tra sistemi sociali diversi, l’idea di R.M. Unger di rinnovare la regolazione attuale secondo modalità riformatrici e pacifiche si rivela particolarmente proficua. Una riforma delle regole attuali non potrà mai essere l’esito di azioni conflittuali rivendicative condotte contro i sistemi sociali dominanti, indicati come la causa prima delle disuguaglianze mondiali oggi esistenti. Ciò significa che al cuore della dinamica regolativa dei rapporti internazionali squilibrati oggi esistenti dovrà esserci un accordo, nel senso che tutti i sistemi sociali del mondo dovranno riconoscere, pur rifiutandone la legittimità, lo stato di fatto della posizione dominante dei sistemi sociali economicamente avanzati. Ciò, però, dovrà avvenire in cambio di una progressiva apertura dei sistemi sociali dominanti al pluralismo mondiale, nell’assunto che essi, per sottrarsi agli esiti di un’anarchia internazionale, accetteranno una regolazione più aperta e democratica delle relazioni internazionali, in quanto non saranno disposti a pagare il costo (economico e politico) di una loro persistenza nel pretendere di governare unilateralmente il mondo, senza tener conto della necessaria multilateralità ed inclusione degli altri sistemi sociali.

Una politica distributiva (a livello nazionale ed a livello internazionale) ispirata ai principi distributivi dworkiniani garantirà sempre la connessione che dovrà essere garantita tra scelte personali e realizzazione del valore della vita che, per il principio della responsabilità personale, costituisce un vincolo imprescindibile. Una politica distributiva che risultasse ispirata ai soli principi di J. Rawls o di A. Sen e che definisse la posizione dei più svantaggiati solo in funzione della quantità di risorse delle quali dispongono senza alcuna considerazione delle scelte e delle responsabilità personali e senza alcuna distinzione tra quelli che sono in condizioni svantaggiate loro malgrado da coloro che lo sono per loro autonoma volontà non differirebbe, in linea di fatto, dalla politica distributiva tradizionale che ha sempre teso a realizzare l’equità sociale mediante procedure ridistributive ex-post, con il conseguente sacrificio del secondo principio della dignità umana.

Uguaglianza prima e dopo

Per queste ragioni la parificazione delle opportunità secondo i principi dworkiniani dovrà implicare un’uguaglianza ex-ante e non un’uguaglianza ex-post. All’interno di un sistema sociale si realizza un’uguaglianza ex-ante quando le differenze di risorse fra i cittadini possono essere spiegate in funzione delle loro scelte e quando il cumulo di risorse delle quali dispongono dipende solo da queste scelte senza essere influenzato dalla fortuna, dal talento e dallo stato di salute fisica e mentale; in tal modo, quando il cumulo di risorse di un soggetto scende al disotto del livello al quale si attesta quello degli altri soggetti, la società politica impegnata ad assicurare l’uguaglianza ex-ante provvederà a garantirgli, mediante procedure ridistributive, la posizione che avrebbe avuto in assenza di sfortuna e di deficit di talento e di stato di salute fisica e mentale. Detto in altri termini, l’uguaglianza ex-ante sarà realizzata quando la società politica garantirà ai singoli soggetti una posizione ugualitaria, non in termini di risorse, ma in termini di possibilità, rimuovendo tutte le circostanze che possono concorrere a penalizzare una parte dei soggetti che compongono la società civile. L’uguaglianza delle posizioni ex-ante sarà sicuramente meno generosa della completa uguaglianza ex-post; essa, però, presenterà il vantaggio d’essere compatibile con il rispetto dei principi che presidiano lo sviluppo e la dignità dell’uomo (o dei singoli sistemi sociali nell’ipotesi che il riferimento sia quello dei rapporti internazionali).

Il perseguimento dei due obiettivi precedentemente illustrati, e costituenti il paradigma identitario del Partito Riformista, varrà anche a ricuperare il ruolo rinnovato dei sindacati, i quali, potranno così riorientare la loro mission da presidio del livello salariale della sola forza lavoro occupata in presidio del costante coordinamento degli interessi dei percettori di profitti con gli interessi di tutta quanta la forza lavoro (occupata e non), con l’introduzione del salario di cittadinanza e con la realizzazione dell’interdipendenza della politica distributiva nazionale con quella internazionale.

La formulazione del nuovo paradigma del modo di pensare proprio del riformismo politico non potrà essere derivata da un qualche patto elettorale, ma solo da un’elaborazione teorica e politica che implichi il coinvolgimento del maggior numero possibile dei componenti la società civile e non solo dei vertici dei partiti storici che affermano di appartenere ad una Sinistra che ha ormai smarrito ogni suo originario significato.

Riferimenti bibliografici

Alesina A., Giavazzi F., Il liberismo è di sinistra, Rizzoli, Milano, 2007.

Dworkin R., Virtù umana. Teoria dell’uguaglianza, Feltrinelli, Milano, 2000.

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Rawls R., Una teoria delle giustizia, Feltrinelli, Milano, 1984.

Rawls J., Il diritto dei popoli, Edizioni di Comunità, Milano, 2001.

Rorty R. Una sinistra per il prossimo secolo, Garzanti, Milano, 1999.

Sabattini G., Welfare state. Nascita, evoluzione e crisi. Le prospettive di riforma, Angeli, Milano, 2009.

Sen A., La disuguaglianza. Un riesame critico, Il Mulino, Bologna, 2000.

Sen A., Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondatori, Milano, 2001.

Singer P., Una sinistra darwiniana. Politica, evoluzione e cooperazione, Einaudi, Torino, 2000.

Unger R.M., Democrazia ad alta energia. Un manifesto per la sinistra del XXI secolo, Fazi, Roma, 2007.

By |2019-08-27T17:22:31+02:0025 Luglio, 2019|Editoriali e Commenti|0 Commenti

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