Ciò a cui stiamo assistendo in queste ore rappresenta la prima, inequivoca traduzione pratica della strategia annunciata da Trump con l’emanazione del documento sulla National Security Strategy. Come era prevedibile, l’adozione di quel testo non assolveva a un mero atto rituale o burocratico, imposto al Presidente dalla legislazione vigente, come pure spesso era stato in passato. Quel documento annunciava invece un cambiamento di prospettiva, di metodo e di cultura talmente radicale da dover essere preso sul serio. E se questo mutamento strategico produrrà i risultati per cui è stato concepito, esso resterà come un’impostazione di lungo periodo, destinata a orientare l’azione americana ben oltre l’attualità contingente.
L’arresto di Maduro, compiuto in spregio a ogni formalismo derivato dal diritto internazionale, esprime in modo emblematico quel primato degli interessi americani da perseguire in maniera proattiva e autonoma, al di sopra di ogni forma di regolazione sovranazionale e di gestione multilaterale degli equilibri, che la strategia aveva esplicitamente annunciato. E nello stesso quadro va letta anche la minaccia rivolta da Trump, nelle medesime ore, al regime islamico di Teheran – una minaccia che il regime farebbe bene a prendere estremamente sul serio – ovvero l’annuncio di un possibile intervento diretto a difesa della popolazione in rivolta qualora il potere decidesse di ricorrere all’esercito per reprimere le proteste e garantirsi la sopravvivenza.
I perbenisti europei, devoti allo status quo fino alla morte e atterriti dal rumore delle esplosioni a Caracas, si sono immediatamente inginocchiati a recitare il mantra salvifico del “diritto internazionale violato”. Così facendo, hanno confermato ancora una volta la loro totale incapacità di pensare in termini strategici e, soprattutto, quel grado di immaturità e di inadeguatezza alla leadership globale che gli USA contestano loro e che, nei fatti, ha reso necessaria la nuova strategia di sicurezza americana.
Prima di interrogarci su ciò che l’Europa dovrebbe fare, è dunque necessario soffermarsi un momento e analizzare più da vicino le obiezioni mosse alla legittimità dell’intervento americano.
L’intervento americano alla luce del diritto internazionale
Le prese di posizione frettolose e assertive risultano fuorvianti, poiché non tengono conto del fatto che, quando si parla di regime change, ci si muove all’interno di un quadro giuridico che è strutturalmente incompleto, confuso, parzialmente contraddittorio e tuttora in evoluzione.
Nel diritto internazionale, il concetto di regime change riguarda solo i casi in cui attori esterni – Stati o organizzazioni internazionali – rimuovono con la forza governi o sistemi di governo di altri Stati. Diversamente, i cambiamenti puramente interni (come elezioni, colpi di Stato o guerre civili) sono stati tradizionalmente esclusi dall’ambito di intervento del diritto internazionale, anche se, a partire dalla fine della Guerra fredda, si è sviluppata una crescente attenzione verso la legittimità democratica.
Il regime change può realizzarsi attraverso invasioni dirette, il sostegno a forze interne (come nelle cosiddette proxy wars), quale conseguenza di un’azione di autodifesa contro uno Stato aggressore, oppure mediante interventi autorizzati da organizzazioni internazionali, in particolare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dal 1945 a oggi si contano circa trenta casi di regime change con coinvolgimento esterno. Tuttavia, la reazione della comunità internazionale a essi è stata estremamente disomogenea: spesso il Consiglio di Sicurezza non è intervenuto; in altri casi ha approvato, condannato o discusso senza giungere a una risoluzione vincolante, a causa del veto esercitato da una delle potenze che ancora godono di privilegi estranei per natura all’idea stessa di “diritto internazionale”. La realtà è che non esiste alcuna norma precisa e universalmente accettata in materia. Ci troviamo piuttosto di fronte a un perdurante processo di creazione del diritto, più che a una sua mera interpretazione o applicazione. Una prassi frammentaria, aggravata dalle logiche della Guerra fredda, ha prodotto precedenti contraddittori e non consente di individuare una norma consuetudinaria chiara che definisca le basi di legittimità del regime change unilaterale.
Il principio cardine resta l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta ONU, che vieta l’uso o la minaccia della forza. Le uniche eccezioni riconosciute sono l’autodifesa (art. 51) e l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ai sensi del Capitolo VII. Il divieto di intervento è particolarmente stringente quando l’azione mira a modificare le istituzioni politiche di uno Stato, poiché la scelta del governo costituisce il nucleo essenziale dell’autonomia statale e del diritto all’autodeterminazione.
Il regime change autorizzato dal Consiglio di Sicurezza incontra, in linea generale, poche obiezioni giuridiche. Il Consiglio ha collegato sempre più spesso la governance democratica alla pace e alla sicurezza internazionale, autorizzando esplicitamente il cambiamento di regime, ad esempio, nei casi di Haiti e Sierra Leone. Il caso della Libia (2011) resta invece controverso: sebbene la risoluzione ONU mirasse formalmente alla protezione dei civili, molti ritengono che abbia di fatto consentito il rovesciamento del regime di Gheddafi, con implicazioni rilevanti per il futuro del diritto internazionale.
Il regime change promosso e realizzato unilateralmente è, al contrario, largamente respinto dal diritto internazionale così come oggi esso è prevalentemente concepito. Sebbene esistano barriere formali all’uso unilaterale della forza, tuttavia i leader politici ricorrono sempre più spesso a giustificazioni umanitarie per legittimare interventi finalizzati al rovesciamento di governi stranieri. Uno degli argomenti più discussi a favore del regime change è quello della promozione della democrazia. Secondo una tesi minoritaria, la sovranità apparterrebbe ormai ai popoli e non ai governi, e i regimi non democratici non avrebbero titolo per opporsi a interventi volti a ristabilire governi eletti. Questa posizione è stata però criticata e respinta dalla Corte Internazionale di Giustizia, per la quale il diritto al riconoscimento dei governi non può automaticamente creare eccezioni al divieto dell’uso della forza.
Un altro argomento collega il regime change all’intervento umanitario, sostenendo che non sia possibile fermare gravi violazioni dei diritti umani senza rimuovere il regime responsabile. Tuttavia, anche questa tesi è indebolita dal fatto che il diritto all’intervento umanitario unilaterale non è generalmente accettato e contraddetta dalla generale pretesa di un uso minimo della forza, di fatto incompatibile con il rovesciamento di un governo. In questi casi, lo standard giuridico definito dalla prassi internazionale si è concentrato sugli obblighi post-conflitto, che rimangono tuttavia anch’essi ambigui. Il diritto internazionale umanitario tradizionale (Convenzioni di Ginevra e dell’Aia) adotta un approccio “minimalista”, imponendo allo Stato occupante di non alterare le strutture di governo esistenti, ma questo quadro risulta inadeguato quando lo scopo dichiarato dell’intervento è proprio la trasformazione politica del Paese occupato. In tali circostanze, sull’entità interveniente gravano un obbligo di gestione (garantire la sicurezza, promuovere governi rappresentativi, proteggere i diritti umani e le minoranze, assistere nella ricostruzione) e un obbligo di garanzia (assicurarsi che il regime successore rispetti le norme internazionali sui diritti umani). Ma anche la portata vincolante di tali obblighi è oggetto di dibattito, data la difficoltà di attribuire allo Stato interveniente la responsabilità per le eventuali azioni del nuovo governo locale.
In questo quadro disomogeneo e incoerente, assai più solida appare, invece, la giustificazione del regime change come atto proporzionato di autodifesa. Il caso dell’Afghanistan nel 2001, con la rimozione del regime talebano dopo gli attacchi dell’11 settembre, è ampiamente considerato legittimo, poiché la minaccia non poteva cessare finché quel regime restava al potere.
L’intervento americano in Venezuela sembra configurarsi proprio come un caso di atto proporzionato di autodifesa. Da mesi, infatti, gli Stati Uniti accusano apertamente il regime di Maduro di essere un hub del narcotraffico globale e hanno fatto precedere l’arresto del dittatore da una lunga sequenza di operazioni contro navi sospettate di trasportare stupefacenti o carburanti in violazione delle sanzioni internazionali.
Tra i pochi elementi difficilmente contestabili vi è il fatto che Maduro esercitasse il potere a seguito di elezioni ampiamente contestate e non riconosciute da gran parte dei principali Paesi occidentali; che i leader dell’opposizione siano stati arrestati o costretti all’esilio; e che il Venezuela si trovi da tempo sull’orlo di un collasso economico e sociale. A coloro che hanno accusato gli Stati Uniti di aver “invaso” il Paese, María Corina Machado, leader dell’opposizione in esilio e premio Nobel per la Pace, ha risposto con chiarezza che il Venezuela era in realtà già stato invaso e occupato da anni: agenti russi e iraniani, gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas e cartelli colombiani hanno progressivamente acquisito il controllo di intere aree del territorio venezuelano, utilizzandole come basi logistiche per il traffico di droga e di esseri umani, attività con cui finanziano le proprie reti criminali e terroristiche. Come accade in ogni Stato in cui una struttura mafiosa assume il controllo del potere, queste economie illegali risultano funzionali al finanziamento e al mantenimento dell’apparato repressivo del regime.
La “santa alleanza” tra jihadismo e chavismo, in funzione antiamericana e anti-israeliana, costituisce da oltre quindici anni un dato di fatto ed è stata oggetto di costante analisi e preoccupazione da parte dell’intelligence statunitense. Che l’Europa ne sia consapevole o meno è, sotto questo profilo, irrilevante. La situazione in Venezuela era da tempo divenuta insostenibile, tanto per la popolazione sottoposta al regime quanto per la sicurezza del continente americano e, più in generale, per quella globale. Questo contesto fornisce dunque solide ragioni per interpretare l’azione americana come un atto proporzionato di autodifesa, compatibile con i principi generali del diritto internazionale così come definiti dalla prassi vigente.
I limiti del concetto di legittimità
Alle considerazioni sulle basi legali dell’intervento americano occorre inoltre aggiungere due osservazioni che, purtroppo, vengono assai raramente formulate e che riguardano il concetto stesso di legalità internazionale.
La prima è che il diritto internazionale attuale – lo ribadisco, definito da decenni di prassi frammentarie e contraddittorie e da elaborazioni giuridiche non universalmente condivise – non è un diritto concepito per promuovere la libertà o realizzare la giustizia, ma piuttosto uno strumento pensato per congelare l’equilibrio tra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e per preservare lo status quo. Pertanto, non si tratta solo di un diritto che, nelle sue stesse ragioni costitutive, appare oggi obsoleto e inadeguato ad affrontare i problemi del mondo contemporaneo – dal momento che quelle potenze, fatta eccezione per una, non rivestono più da tempo il ruolo dominante che avevano allora, mentre il quadro degli interessi e dei rapporti di forza è radicalmente mutato – ma soprattutto di un diritto che, nella sua struttura, risulta funzionale quasi esclusivamente a chi non paga personalmente i costi dello status quo che esso intende tutelare.
A Roma e a Parigi si può serenamente pontificare sulla presunta mancanza di legittimità dell’utilizzo degli asset finanziari russi per sostenere economicamente la resistenza ucraina solo perché sono gli estoni, i polacchi e i finlandesi – e non gli italiani o i francesi – a dover minare i propri confini con la Russia e ad avviare programmi di esercitazioni che preparano la popolazione civile a una futura invasione. Allo stesso modo, a Londra e a Berlino si può discutere con leggerezza della necessità di soluzioni diplomatiche per il Medio Oriente solo perché sono le famiglie persiane, e non quelle inglesi o tedesche, a vedere ogni giorno i propri figli e le proprie figlie arrestati, impiccati e stuprati dal regime dei preti musulmani.
Questo diritto internazionale balbetta ogni volta che deve spiegare come si proteggono concretamente i popoli dai loro oppressori, come si ripristina la libertà laddove essa è stata soffocata, come si realizza un cambio di regime nei contesti in cui il processo democratico non ha alcuna agibilità e una minoranza massiva e fortemente organizzata ha conquistato il monopolio delle risorse economiche e militari di uno Stato. Nei documenti fondativi dell’ONU tutto questo semplicemente non è spiegato. Non viene neppure chiarito con quali strumenti “legali” si possa neutralizzare la minaccia permanente rappresentata dai narco-Stati, né quella posta dalle aggressioni cosiddette ibride portate avanti ininterrottamente da decenni dalla Russia e dalla Cina, soprattutto ai danni dell’Europa.
La seconda considerazione, che viene quasi sempre trascurata, è che il mutamento tecnologico ha reso di fatto irrealizzabili i cambi di regime dall’interno, attraverso insurrezioni o rivoluzioni promosse autonomamente dalle popolazioni civili soggette a regimi dittatoriali. I mezzi di controllo e repressione messi oggi a disposizione dalla tecnologia rendono i regimi contemporanei molto più stabili e duraturi rispetto a quelli del passato. Nel mondo attuale, i regimi possono crollare quasi esclusivamente attraverso una guerra, vale a dire tramite l’intervento militare di un’altra entità statuale i cui interessi finiscono, contingentemente, per allinearsi con quelli della popolazione oppressa che aspira a liberarsi di quel regime.
I regimi dei talebani in Afghanistan, di Saddam Hussein in Iraq, di Gheddafi in Libia e di Assad in Siria sono venuti meno a seguito di interventi militari esterni. Poco rileva, in questa sede, ciò che è accaduto successivamente o quali dinamiche abbiano innescato quei cambi di regime. Il punto decisivo è che, quando non si tratta di un semplice avvicendamento tra dittatori – come nel caso dell’Egitto o della Tunisia – ma di ciò che tecnicamente può essere definito un vero cambio di regime, questo oggi risulta possibile solo grazie a un intervento militare esterno che neutralizza il vantaggio altrimenti incolmabile delle risorse repressive e militari di cui dispone il regime rispetto alla popolazione civile in rivolta.
A margine di questa analisi, azzardo la previsione che anche il regime degli ayatollah in Iran finirà nello stesso modo. Le rivolte coraggiose e ripetute dei giovani, delle donne e di quella parte – probabilmente maggioritaria – della popolazione che non tollera più di vivere nel medioevo imposto da un’élite di religiosi fanatici non basteranno da sole a rovesciare un apparato che può contare su milioni di uomini in divisa e sul monopolio delle risorse e della tecnologia. Esse potranno però costituire il fattore che giustificherà un intervento esterno, americano o multinazionale, capace di imporre manu militari il cambio di regime.
Alla luce di queste considerazioni, la razionalità imporrebbe perciò di evitare giudizi moralistici sull’affermazione americana del primato dei propri interessi e di interpretarla piuttosto come una risposta opportuna allo stato delle cose, nonché alle insufficienze e all’obsolescenza del quadro legale definito dai concetti e dalle istituzioni nate durante la Guerra fredda.
Del resto, i dittatori e i nemici dell’Occidente non hanno mai preso sul serio il diritto internazionale: essi agiscono in modo diretto e apertamente illegale per realizzare le proprie agende imperialiste, senza avvertire alcun bisogno di legittimazione. E quando non agiscono, è solo perché non ne hanno la forza, non certo perché temano le conseguenze sul piano del diritto internazionale.
La verità è che la nuova strategia americana sta ponendo fine a un ordine mondiale fondato sull’ipocrisia e su un’applicazione unilaterale e masochistica delle regole. E questo, anche se sconvolge abitudini di pensiero consolidate, è una buona notizia.
Gli errori più gravi nell’analisi del comportamento di Trump
Circola con insistenza una narrativa secondo cui Donald Trump sarebbe un asset russo, oppure agirebbe sotto l’influenza, se non addirittura sotto il ricatto, della Russia. Un’altra narrativa, altrettanto diffusa, sostiene invece che Trump starebbe tentando di spartirsi il mondo con russi e cinesi.
Entrambe queste interpretazioni del comportamento di Trump sono superficiali, puerili e smentite dai fatti.
Al di là delle dichiarazioni confuse, contraddittorie e spesso estemporanee che Trump rilascia quotidianamente, sul piano dei fatti egli sta colpendo uno a uno i proxy del Cremlino, che da oltre un secolo, sotto regimi formalmente diversi, rappresenta la vera centrale strategica dell’aggressione sistemica subita dalle democrazie occidentali.
Benjamin Netanyahu ha recentemente offerto una lezione di capacità strategica dimostrando la possibilità e l’utilità di colpire simultaneamente tutti i proxy del regime di Teheran – Hezbollah, Hamas e Houthi – e mostrando come la distruzione delle articolazioni periferiche si ripercuota inevitabilmente sulla forza e sulla stabilità della centrale. Trump sembra voler replicare una strategia analoga su scala più ampia, questa volta contro Russia e Cina.
L’abbattimento del regime di Maduro, ad esempio, non ripristinerebbe soltanto la sicurezza nel continente americano, ma infliggerebbe un colpo devastante al sistema globale del narcotraffico e a quella rete di Paesi satelliti e di solidarietà internazionale che sostiene il regime mafioso di Putin. Allo stesso modo, la caduta del regime iraniano non rappresenterebbe soltanto un colpo mortale all’islamismo globale, ma comprometterebbe anche le linee di rifornimento che alimentano l’invasione russa dell’Ucraina.
Queste non sono le scelte di un asset o di un alleato dei russi. Sembrano piuttosto le decisioni di un presidente che agisce esattamente come ha dichiarato di voler fare nel documento sulla National Security Strategy: un presidente che riconosce esclusivamente gli interessi del proprio Paese e che, per difenderli, è disposto ad agire ovunque e senza autoimporsi limiti nell’uso della forza.
Trump sta dimostrando tre cose fondamentali. Primo: egli è “trumpiano” e soltanto “trumpiano”, nel senso che riconosce soltanto i propri interessi e quelli dello Stato che rappresenta. Secondo: è convinto che solo la forza produca risultati, che lo status quo finora mantenuto sia fondato su un’ipocrisia intollerabile e favorisca esclusivamente dittatori e nemici dell’Occidente, e che pace e sicurezza si costruiscano soltanto attraverso l’esercizio della superiorità militare. Terzo: non riconosce più alcuna sfera di influenza regionale o strategica, non considera più Russia e Cina come antagonisti alla pari e, di conseguenza, agisce come un attore globale, intervenendo ovunque e abbattendo qualunque entità giudichi ostile agli interessi americani, anche quando essa occupa una posizione centrale nel sistema di alleanze e di influenza di Mosca o Pechino.
Trump, Putin e Xi si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza? No, è esattamente il contrario. L’America non riconosce alcun diritto a esercitare egemonie in nome di una potenza soltanto presunta e difende i propri interessi senza tener conto di equilibri regionali o di pretese non supportate da vera capacità. Gli Stati Uniti hanno rovesciato uno dei principali alleati di Putin, Maduro, e sono pronti a rovesciare un altro dei suoi principali fornitori di armi ed energia, l’Iran, senza considerare minimamente come Mosca possa reagire a queste azioni. In questo modo affermano implicitamente che la Russia non dispone delle capacità militari ed economiche necessarie per essere considerata un antagonista alla pari. Allo stesso tempo, l’America è pronta a intervenire a Taiwan, negando esplicitamente alla Cina qualsiasi diritto a un’egemonia regionale, ed è probabilmente pronta, in futuro, a perseguire anche il pieno controllo della Groenlandia, comprimendo apertamente le stesse prerogative dell’Europa – sua principale alleata – qualora ciò fosse ritenuto indispensabile per la difesa degli interessi americani.
Coloro che continuano a considerare Trump un asset o un subordinato di Putin non comprendono né la natura del potere americano né il sistema reale di rapporti di forza e di condizionamento reciproco tra Stati Uniti e Russia. Se da un lato la fretta con cui gli USA sembrano oggi voler chiudere la guerra in Ucraina costituisce un oggettivo vantaggio per Putin, dall’altro la stessa America sta smantellando pezzo per pezzo il sistema di supporto internazionale del regime russo. Basti ricordare le pesanti sanzioni imposte ai Paesi che finanziano indirettamente la guerra di Putin acquistando petrolio russo, mai così poco redditizio per Mosca come durante l’amministrazione Trump. Oppure il fatto, passato quasi inosservato, che lo scorso Natale il Dipartimento di Stato americano abbia invitato tutti i cittadini statunitensi a lasciare immediatamente la Russia e a evitare qualsiasi viaggio nel Paese.
Questi non sono i comportamenti di un asset del Cremlino o di un leader sotto ricatto. Sono le scelte di un’amministrazione che valuta e agisce esclusivamente in base ai propri interessi soggettivi e a quelli che ritiene essere gli interessi strategici della nazione che governa. Insistere su interpretazioni infantili e incompetenti delle azioni di Trump equivale a rifiutarsi di comprendere ciò che sta realmente accadendo.
Il vero punto è che Trump è anche un narcisista patologico, molto anziano e con evidenti problemi di declino cognitivo. È evidente che alla Casa Bianca operino almeno due gruppi con agende politiche differenti, in competizione tra loro per esercitare influenza su un leader sempre più fragile. Quando prevale il gruppo dei filoputiniani – tali per interesse personale o per mera affinità ideologica – Trump appare come un nemico oggettivo dell’Ucraina e dell’Europa. Quando invece prevale il gruppo dei conservatori nazionalisti, con Rubio in prima linea, Trump appare come il leader che affronta e risolve situazioni lasciate marcire per decenni di ignavia.
La leadership ucraina ha compreso perfettamente che questa è la vera chiave del gioco: lavorare sull’influenza diretta e cercare di allineare il più possibile gli interessi ucraini a quelli americani. Lo stesso hanno capito i russi, il cui successo nell’attrarre Trump dalla loro parte si spiega semplicemente con una collaudata capacità di adulazione e corruzione, esercitata incessantemente da team di specialisti provenienti da una tradizione sovietica pluridecennale.
L’eterno “che fare?” dell’Europa
In questo quadro generale, si resta sempre meno sorpresi e sempre più divertiti nell’ascoltare le dichiarazioni dei leader europei. In esse traspare un curioso e difficilmente comprensibile complesso di superiorità, implicito nella pretesa di osservare e giudicare gli eventi da una immaginaria posizione ecumenica e super partes. Gli europei sembrano convinti di trovarsi sul ring nel ruolo di arbitri e non hanno ancora compreso di essere soltanto uno dei tanti pugili in campo, il cui compito è fare a pugni, non spiegare le regole.
L’iperprogressismo europeo continua a scambiare per legittimi protagonisti di un mondo “multipolare” quelli che in realtà sono dei meri nemici, impegnati costantemente ad attentare alla nostra libertà e al nostro benessere. Da questo fraintendimento deriva l’invocazione rituale, retorica e inutile del ripristino di un ordine internazionale che invece già non esiste e non tornerà più. Un ordine che non è crollato per l’arroganza americana, ma per l’intollerabile ipocrisia e l’inefficienza strutturale su cui era stato edificato.
L’Europa ha soltanto due alternative, e nessuna terza via. Può decidere di costruire la propria forza, investendo risorse, attuando riforme profonde, accettando il costo di un rapido e drastico cambiamento della propria cultura sociale; può definire con chiarezza i propri interessi strategici e lavorare in modo proattivo per affermarli, adottando strategie altrettanto determinate e spregiudicate di quelle americane. In questo caso, l’Europa può ambire a diventare un soggetto autonomo, in grado di dialogare con gli Stati Uniti su un piano di effettiva parità.
Oppure, l’Europa può prendere atto della propria debolezza strutturale e della propria inferiorità rispetto alla potenza americana, e scegliere consapevolmente di rinegoziare il proprio ruolo di follower all’interno dell’agenda statunitense, cercando di massimizzare i vantaggi per sé. Ciò implica accodarsi alla volontà americana di riaffermare la difesa dei propri interessi e, al tempo stesso, iniziare finalmente a definire anche i propri, inserendosi nella scia di ciò che di positivo potrà scaturire da questa nuova fase.
Un’Europa che invece non sia disposta a fare né l’una né l’altra cosa, e che continui a perdere tempo in sterili discussioni astratte, è un’Europa destinata a essere travolta e schiacciata dai sommovimenti tellurici che, con ogni probabilità, si manifesteranno nel prossimo futuro.
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