L’intervento di riqualificazione di piazza Augusto imperatore (non ancora terminato) ha il pregio di avere riportato a un unico disegno progettuale una complessità di elementi che mal si uniformavano alla recente riabilitazione e apertura al pubblico del Mausoleo di Augusto. Va detto che il Mausoleo di Augusto – a differenza del suo omologo di Adriano come sepolcro imperiale, poi riadattato dai Papi nel Castel Sant’Angelo – è molto più limitato nelle sue funzioni di quanto non lo fosse quello di Adriano.

Si tratta di un’unica camera sepolcrale in cui erano disposti i vasi con le ceneri dell’imperatore e dei suoi familiari, nonché quelle di Marco Vipsanio Agrippa, secondo marito di Giulia figlia di Augusto, coartefice dell’ascesa di Ottaviano al potere. Decisivo fu il suo contributo per la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio nel 31 a C.  alla cui vittoria andava probabilmente ascritta la costruzione del Pantheon.

Attraverso un lungo corridoio d’accesso, il dromos, si giungeva alla cella sepolcrale, di forma circolare, con tre nicchie rettangolari ove erano collocate le urne che ospitavano con molta probabilità le ceneri di Ottavia, sorella dell’imperatore e di suo figlio Marcello, successore designato di Augusto prematuramente morto nel 23 a.C. Augusto fu forse sepolto nell’ambiente ricavato all’interno del nucleo cilindrico centrale. All’interno del sepolcro vennero deposte le ceneri dei membri della famiglia imperiale: Druso Maggiore, e tra gli altri Livia, seconda moglie di Augusto, Tiberio, Agrippina, Caligola, Britannico, Claudio, e Poppea, moglie di Nerone; quest’ultimo fu invece escluso dal Mausoleo per indegnità, come già Giulia, la figlia di Augusto esiliata a vita a Ventotene.

La rampa che scende per accedere alle sale del Mausoleo è ben integrata con il rudere archeologico ormai privo di ogni elemento decorativo. Si integra bene anche con l’attuale sistemazione a cura dell’architetto Richard Meier dell’Ara Pacis che sostituisce lo scatolone di Morpurgo. Si rammenta che anche l’Ara Pacis venne ricomposta nel 1937 sul Lungotevere dopo un lungo iter di ritrovamenti e estrazioni.  Le lastre originarie vennero estratte fortunosamente sotto un edificio in prossimità di San Lorenzo in Lucina, dopo aver consolidato le fondamenta con tecniche di congelamento del terreno. Mentre altre parti dell’Ara Pacis erano già state vendute a vari collezionisti europei e si trovano oggi in diversi musei.

Si sa che dal Mausoleo vennero estolti nel 1600 i due obelischi egizi gemelli. che formavano l’accesso alla camera sepolcrale e   che si trovano oggi uno all’abside di Santa Maria Maggiore e l’altro davanti al Quirinale.  Qualcuno suppone che dal Mausoleo venne asportata anche la statua di Ottaviano fortunosamente ritrovata alla Villa di Livia nel 1850 e da allora esposta ai Musei Vaticani.

I cambiamenti subiti dal Mausoleo sono davvero degni di un’epopea urbanistica. Probabilmente già in età romana ( in quella tardoimperiale) si perdettero le tracce del Mausoleo che venne lentamente dissepolto a partire dalla fine del 1100, venendo utilizzato come fortilizio dei Colonna. Nel ‘500 divenne giardino pensile sul Tevere.  Nel ‘700 luogo per spettacoli ed eventi vari, come era in voga allora soprattutto in estate all’aria aperta. Nel corso dell’Ottocento divenne il teatro Correa e   venne coperto con una cupola in vetro.

Nel 1907 il Regno d’Italia cedette il teatro al Comune di Roma per le esibizioni dell’orchestra comunale. Nel 1908 venne inaugurata la nuova sala per concerti: l’Auditorium Augusteo. Qui si esibirono grandi maestri italiani e stranieri come Stravinsky, Mascagni e Debussy. Una targa e una serie di video montaggi potrebbero ricordare questi maestri.

Nel 1936 l’Auditorium Augusteo viene demolito per lasciare posto al progetto dell’architetto Morpurgo di sistemazione della Piazza in occasione del bimillenario della nascita di Augusto imperatore (62 a C) con edifici razionalisti cosiddetti fascisti dove campeggia una delle poche scritte superstiti con Mussolini Dux.

Bisogna lamentare tuttavia che l’attuale cantiere di restauro ha portato all’abbattimento dei magnifici cipressi che roteavano la cima del monumento. Come attesta la pianta del Falda del 1600 infatti i cipressi anche allora contornavano la cima del monumento. Benché si comprenda che le piante addossate a un monumento (di fatto un rudere) possano comportare problemi legati al deflusso delle acque meteoriche e di infiltrazione delle radici, si augura che al più presto questi vengano nuovamente ripiantumati. In questo modo dando l’aspetto che Strabone aveva descritto a proposito dei monumenti funerari in antichità.

Quale che sia la ragione della loro rimozione la nudità del monumento rivela in tutta la sua staticità lo stato di rudere.  Infatti la nostra comprensione del monumento (ammesso che gli elementi pervenuti ai nostri giorni possano permettere una sicura comprensione di un manufatto con oltre 2000 anni) non deve andare a detrimento del più piacevole e disteso   godimento paesaggistico. Proprio nello sposalizio tra rovine e natura, trova la sua ragione d’essere questo raro piacere che nel corso dei secoli fu fonte ispirativa dei grandi viaggiatori a cominciare da Goethe e Stendhal.

Entrando nello specifico del progetto dell’arch. Cellini ci sono a nostro giudizio pro e contro. La soluzione della rampa gradonata è senz’altro piacevole dà respiro all’intero intorno che come abbiamo già detto spazia su oltre 20 secoli di storia. Buona ci sembra la scelta dei materiali anche se forse un maggior ricorso al travertino (anche per la pavimentazione) che è sempre stata la cifra riconoscitiva dell’architettura di Roma non avrebbe guastato. Così come Meier non ha dimenticato di fare realizzando le quinte alla Mies Van Der Rohe dell’Ara Pacis.

Ci sembra anche felice l’idea di uno spazio destinato a libreria e seminari incassato sotto il piano stradale.

Viceversa ci sembrano meno integrati sia il corrimano collocato al centro della gradonata sia il piano inclinato sul lato dell’Ara Pacis che diventa carrabile sia la quasi totale mancanza di panchine.

Infine non possiamo non lamentare che ancora una volta il verde è confinato in spazi di risulta, invece di fare parte integrante del progetto come proprio il Mausoleo e le sue utilizzazioni nei secoli avrebbero dovuto indicare. Non si vuole entrare qui nella vexata quaestio se l’architettura (e in particolare quella storica) debba prevalere sulla natura o se, con l’esiguità di spazi verdi urbani, non si debba pensare piuttosto all’inverso. Certo è che i nuovi spazi creati dal disegno dell’intelligenza dell’architetto contemporaneo dovrebbero rispettare il comfort di chi passeggia in  questi luoghi,   fornendo in estate l’ombreggiatura e sollecitando in ultimo quella  socialità fiduciosa e  positiva che è la ragion d’essere di una città che dalla tradizione dell’antico ha saputo cogliere l’aspirazione a un aureo benessere fatto di semplicità e cultura.

Comunque come si diceva sopra il pregio maggiore è la sobrietà dell’intervento pur non rinunciando alla sua funzione di catalizzatore di architetture diverse.

Questo giudizio si potrebbe estendere a molti dei mille progetti finanziati con il PNRR e che hanno privilegiato gli interventi straordinari rispetto alle scelte di manutenzione ordinaria. Non v’è dubbio che un giudizio serio dovrebbe entrare nel merito di ogni singolo progetto. Non è questa la sede per una disamina seria. Ma in linea di massima da un lato c’è una sorta di compiaciuto velleitarsimo e dall’altro una scarsa attenzione a quello che saranno questi interventi una volta che i fondi non saranno più disponibili. In altre parole bisognerebbe che ogni intervento non necessitasse di manutenzione, cosa ovviamente impossibile. Per cui dalle fontanelle di Piazza san Giovanni già difettose, alle fermate con panchine ristrette che non permettono a più persone di attendere comodamente il cronico ritardo dei bus… ci sembra che si è cercato di fare evitando il peggio.

La soluzione del sottopasso di Piazza Pia è ovviamente l’intervento più significativo, ma va detto che è stato ereditato da quello più ampio e risolutivo del sottopasso di Castel Sant’Angelo già proposto e mai realizzato sotto la giunta Rutelli con il Commissario Zanda.  A questo proposito si può ricordare che in prossimità di via Gregorio VII là dove venne realizzata nel Giubileo 2000 un’area di parcheggio dei bus turistici (un semplice spiazzo asfaltato) ora totalmente abbandonata, era stato proposto il prolungamento di villa Pamphili-Piccolomini con la creazione di un Museo delle Religioni. Purtroppo quell’idea non si realizzò e ora al posto del parcheggio dei bus turistici, vi è un’area asfaltata totalmente degradata e inutilizzabile.

Così come il ponte, ormai datato, sempre a firma dell’arch. Cellini che scavalca la via degli Annibaldi di fronte al Colosseo che pure era un progetto dignitosamente minimalista, col passare degli anni e senza manutenzione è diventato ricettacolo di rifiuti.

Questo per sottolineare che gli interventi si devono giudicare anche su come riescono a integrarsi nel vissuto della città, come rispondono alle esigenze dei cittadini che in essi devono trovare risposte degne di una città dalle monumentalità incomparabile ma sempre in difetto di luoghi di pacifico trascorrere il tempo. Giacché l’architettura senza persone e senza verde è niente.

Anzi, la nuova dialettica delle geometrie tra il cerchio antico e il quadrato moderno, finalmente connesse da uno spazio pubblico obliquo, eleva l’opera di Morpurgo tra le esperienze significative dell’architettura romana degli anni Trenta.

Un dolce piano inclinato connette il livello archeologico e quello urbano assicurando la continuità dello spazio pubblico, che per una volta si afferma come il principe regnante in città, dimenticando le sopraffazioni e le lacerazioni di cui è vittima nell’ordinaria incuria romana.

Siamo agli sgoccioli, il 6 gennaio verrà chiusa la Porta Santa della Basilica di San Pietro e a quel punto sarà definitivamente concluso il Giubileo 2025. Ma Roma è ancora in trasformazione, non solo per i tanti cantieri Pnrr che dovranno terminare entro la metà del nuovo anno. Ci sono anche le opere finanziate “ad hoc” per l’evento giubilare come pedonalizzazioni, recupero di spazi d’aggregazione, aree verdi, infrastrutture.

L’ultimo decreto del 31 luglio 2025 ha rimodulato il programma e sono stati delineati 332 interventi di investimento per un importo complessivo di 3,77 miliardi di euro, di cui 1,725 miliardi finanziati con risorse giubilari. Nello specifico, 205 opere “essenziali e indifferibili” e 127 “essenziali”. “Alla data del 9 dicembre, il programma evidenzia uno stato di avanzamento complessivamente molto significativo – fa sapere il sindaco e commissario straordinario Roberto Gualtieri -, frutto di un’intensa attività di programmazione, coordinamento e attuazione svolta nel corso degli ultimi mesi”.

Ma a che punto sono, numeri alla mano, i cantieri? Ultimamente si sono conclusi progetti complessi e molto attesi, fanno sapere dal Campidoglio: gli arconi del Ponte dell’Industria, piazza della Moretta, il centro culturale “Gabriella Ferri” in IV municipio, che ha già da tempo iniziato a ospitare eventi per la cittadinanza del Tiburtino. E ovviamente sono da citare via Ottaviano pedonalizzata e la nuova piazza San Giovanni, come anche l’area della Vela di Calatrava che tra luglio e agosto ha ospitato un milione di giovani.

Il cantiere iconico di questo Giubileo è stato senza dubbio quello di piazza Pia. La nuova piazza, con le sue due nuove fontane circolari e la grande gradinata che accompagna la passeggiata fino ai parapetti del Tevere, in mezzo ad un nuovo boschetto di lecci e querce, è stata inaugurata dopo 20 mesi di scavi, tra sorprese e colpi di scena.

Il Giubileo è finito, i cantieri quasi. Ecco a che punto sono le opere a Roma
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