Che cosa vuol dire una politica riformista nell’epoca della globalizzazione? La sinistra e la destra riformiste, quella socialdemocratica e liberal-moderata per intenderci, hanno perso gran parte della capacità che le aveva contraddistinte nel secolo scorso: essere una voce critica all’interno del capitalismo, che intendeva mitigare le storture del sistema ma restando al suo interno.
Erano una via di mezzo tra la sinistra massimalista, che voleva uscire dal sistema e impiantare il “socialismo reale” per cui lo Stato pensava a regolare il mercato in ogni sua forma, e la destra liberista che invece voleva il laissez-faire perché aveva una fede assoluta nella capacità auto-regolatoria del mercato.
Il sistema del socialismo reale è stato spazzato via dal fallimento dei regimi comunisti che avevano preso a modello l’Urss (discorso a parte va fatto per la Cina che con Deng Xiaoping si aprì all’economia di mercato pur mantenendo un rigido controllo politico sul sistema). Le politiche riformiste, invece, hanno perso slancio per un altro motivo: sono necessariamente ingabbiate all’interno della nazione, invece l’economia e la finanza sono così globalizzate che oggi è molto difficile utilizzare strumenti fondamentali per il riformismo come la progressività della tassazione e la mediazione tra capitale e lavoro. Come politica è rimasta in piedi, con tutti i problemi sociali che comporta, il laissez-faire, di cui però, a partire dagli anni della crisi dei mutui subprime, è stata nuovamente messa in dubbio l’efficacia.
Ma ritornare come nel Novecento a un modello keynesiano è molto difficile a causa della globalizzazione. Per questo probabilmente i partiti socialdemocratici e moderati, che nel secolo scorso hanno fatto delle riforme sociali e del Welfare State la loro bandiera, oggi hanno perso gran parte del sostegno della classe lavoratrice e più che sui diritti sociali puntano sui diritti civili delle minoranze, più “facili” da sbandierare.
La tendenza può essere invertita solo da un’alleanza transnazionale dei partiti “riformisti” e “moderati” che punti all’abolizione dei paradisi fiscali o finanziari e stabilisca un minimo di tassazione sotto la quale non si può scendere. Bisogna accompagnare alla globalizzazione del mercato quella dei diritti, sia umani che sociali. Se non è possibile farlo a livello globale, bisogna pensare a un “blocco” dove siano accettate e rispettate regole comuni su fisco, diritti sociali, civili e umani.
L’economia è ormai uscita dalla “gabbia” degli Stati nazionali, deve farlo anche la politica, pena la perdita sempre maggiore di efficacia dei suoi strumenti e il rafforzamento di forze antisistema che guardano con simpatia le autocrazie come Cina e Russia e gli aspiranti autocrati come Donald Trump. È un compito difficilissimo, che oggi non esitiamo a definire utopistico, ma bisogna saper sfruttare qualsiasi occasione per tentare di attuarlo. È probabilmente l’unica possibilità che hanno le forze che appoggiano la liberal-democrazia di battere quelle antisistema. La battaglia decisiva si giocherà sulla capacità che avranno le nostre democrazie di tornare ad allargare i diritti sociali, dopo decenni di riflusso. E per questa manovra è necessario recuperare in pieno la leva fiscale, che la globalizzazione dei mercati ha potentemente azzoppato.
L’ora è grave. L’Occidente e la sua liberaldemocrazia sono in serio pericolo, minacciati sia da fattori interni e sia da esterni. Eppure, nella storia dell’uomo, mai nessun regime ha esteso così tanto il benessere come ha fatto la democrazia nelle società occidentali, in particolare nel secondo Novecento.
La democrazia non è esente da difetti, ma come diceva Winston Churchill «è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora». Da almeno un paio di decenni, però, il progresso che si era registrato nel secolo scorso si è arrestato. Per salvare la democrazia bisogna ripensare il modello di sviluppo che si è imposto dopo il crollo del comunismo. Le élite occidentali degli ultimi decenni sono state miopi, sposando un capitalismo e una globalizzazione selvaggia, riducendo il ruolo della politica e i contrappesi del Welfare State e favorendo lo strapotere di economia e finanza. Ci si è lasciati incantare dal mito della crescita perenne, si è inseguito un neoliberismo secondo cui basta lasciar fare al mercato e tutti i problemi vengono risolti come per magia. Ma non è così. Certamente non si può tornare indietro al mondo del secolo scorso, ma le regole della globalizzazione, della fiscalità, dei diritti sociali e civili vanno riscritte. Un paese come la Cina, non può essere parte del commercio globale se non rispetta degli standard minimi di diritti umani, politici e sociali. Non può perché la sua è inevitabilmente una concorrenza sleale. E inevitabilmente l’erba cattiva scaccia quella buona. In un mondo dove il capitale è globale, dove le grandi aziende possono spostare interi rami o tutta la produzione in paesi dove non esistono diritti, dove la finanza movimenta miliardi da un capo all’altro del mondo con un click, i lavoratori e i sindacati sono giocoforza destinati a soccombere.
Da anni, nei Paesi occidentali, assistiamo all’avanzata di forze antisistema che guardano con indulgenza, quando non con simpatia, a modelli dittatoriali. In alcuni Paesi quei movimenti sono già al governo, in altri rischiano di andarci presto.
Il futuro non è scritto, ma bisogna rimboccarsi le maniche per prendere la direzione giusta. Nell’attuale scontro di civiltà tra democrazie e autocrazie, le forze riformiste devono in prima battuta dialogare e, nel caso, stringere alleanze con tutti i partiti che vogliono difendere la liberal-democrazia occidentale. Ma questo non può bastare. Alla fase “emergenziale” deve seguirne una “ricostruttiva”: bisogna guardare oltre i modelli di capitalismo e di globalizzazione che si sono imposti e recuperare una funzione critica all’interno del sistema, cercando di correggerne disparità e strutture. Una volta vinta questa battaglia si potrà poi parlare di singole riforme: del lavoro, del fisco, della sanità, dell’istruzione e di tanto altro. Ma senza questo primo passo il margine di manovra della politica continuerà progressivamente a ridursi. Non deve essere perso di vista l’obiettivo di queste azioni: una ridistribuzione della ricchezza e un’implementazione dei servizi di welfare, che facciano tornare le classi svantaggiate a guardare al futuro con almeno un minimo di ottimismo. Le resistenze saranno fortissime, ma solo in questo modo le sirene antidemocratiche delle autocrazie potranno essere messe a tacere.
Il funzionamento della liberal-democrazia si è basato per decenni sull’alternativa, ancora più che sull’alternanza. Si votavano partiti liberali, popolari o socialdemocratici sapendo che si dava la preferenza a proposte politiche molto diverse tra loro. Oggi le differenze tra le destre e le sinistre sono quasi scomparse, almeno a livello di politiche economiche, e quindi per trovare un’alternativa in tanti si rivolgono pericolosamente a forze antisistema con simpatie per autocrazie antioccidentali. Si deve invertire il processo di crisi del modello occidentale prima che si compia in modo definitivo. Lasciar cadere il connubio tra liberal-democrazia e capitalismo è un salto nel buio. Non c’è nessun eldorado che ci aspetta fuori da questi due binari. Da quando esiste la società moderna, tutti i tentativi fatti in tal senso si sono rivelati dei disastri. Pensiamo ai regimi fascisti, militari o comunisti, che non hanno portato benessere e hanno compresso in modo indegno le libertà e i diritti umani. La strada migliore è mitigare il più possibile le disuguaglianze che il capitalismo produce, tendendo in una prospettiva di lungo termine al loro progressivo assottigliamento.
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