Sì, c’è bisogno di una grande manifestazione per la pace in Medioriente, bene fa la sinistra parlamentare, il Partito democratico, e anche il Psi, a promuoverla. Siccome sono molti anni che non si riesce a farne una, e non per caso, ma perché il senso comune democratico condiviso tra maggioranza e opposizione si è assai infragilito, e il senso del ruolo dell’Italia come grande Paese mediterraneo molto affievolito, sarà forse utile ricordare l’ultima grande manifestazione sul tema, unitaria e di massa, dell’11 febbraio 1989. Me la ricordo, anche perché, come responsabile della politica estera per i giovani socialisti, vi ebbi un qualche piccolo ruolo, compresa l’ebrezza dell’accesso al palco in piazza San Giovanni, senza diritto di parola, ma con diritto a guardare la folla con piglio fiero, secondo i riti della nomenclatura primorepubblicana, e anche per la stesura del testo di un bel manifesto colorato e socialista che venne affisso sui muri di Roma. Non lo ricordo tutto, ma il titolo era “Pace tra Palestina e Israele”, nella logica che entrambi fossero nazioni meritevoli di un’iniziale maiuscola, e di mutuo riconoscimento. Sarà bene allora ricordare le differenze, tra allora e oggi, che rendono l’iniziativa più rischiosa, e faticosa, e anche coraggiosa: innanzitutto, non ci sono più Cgil, Cisl e Uil, coese nella “Triplice”, a fare da base, a garantire l’agibilità di tutti, cioè anche dei cattolici in genere e della Democrazia Cristiana in particolare (in un mare di bandiere rosse, per superiore organizzazione di piazza, ci fu infatti anche la testimonianza di quelle democristiane, con le “cisline”). Era l'”arco costituzionale” in piazza, meno repubblicani e radicali, francamente trascurabili nelle loro chiusure ideologiche. Oggi, evidentemente, non si può sperare in un sostegno bipartisan di forze di maggioranza e di opposizione: l’opposizione è sola, paradossalmente, nel richiedere un’assunzione di responsabilità collettiva di tutto il Paese, responsabilità che quelli al governo evitano e disprezzano. Si deve ammettere che allora c’era speranza, oggi disperazione; il governo israeliano era fatto da gente presentabile, non da ricercati della Corte penale internazionale, il soggetto politico palestinese, l’OLP, certo impegnato in una lotta armata tragica e che non volevamo, e con tutti i limiti di cui eravamo consapevoli, rappresentava un movimento di liberazione popolare, non era equivocabile con una frazione di fanatici qual è Hamas. C’era speranza, allora, anche perché sentivamo che l’Italia, l’Europa, l’Onu erano soggetti autorevoli, che contavano: pensavamo, e non erano soltanto illusioni, che la nostra manifestazione avrebbe indicato all’opinione pubblica, non solo italiana, am anche israeliana, e araba, una direzione. Oggi, per quanto abbiamo visto nei mesi scorsi, Europa e Italia, e l’Onu stessa, sono senza voce, senza influenza, per limiti di leadership, ma anche per il solipsismo dei governanti israeliani, la debolezza dei paesi arabi, il peso maggiore dei fondamentalismi, i cambiamenti per il peggio negli Stati Uniti d’America, e soprattutto per il costante lavorìo di delegittimazione del diritto interazione e delle sue istituzioni, che l’”internazionale nera” da Netanyahu a Salvini, da Vance a Orban, porta avanti con costanza. Diverso era poi il rapporto con stampa e televisione senza i circoli viziosi dei social media. Io non so dire, francamente, se quel giorno qualche casinista bruciò una bandiera israeliana, o gridò qualcosa di sconsiderato, in mezzo a decine di migliaia di manifestanti civili, pacifici, culturalmente preparati grazie alla militanza nei partiti e nei sindacati. Certamente, se accadde, non ci badò nessuno, perché nel senso generale di responsabilità democratica le provocazioni vanno ignorate, non amplificate, e mondo della politica e mondo dell’informazione era solidali in questo. Oggi non più, e ci si può aspettare la più esagerata amplificazione di ogni minimo episodio. Rimane la sacrosanta ragione della manifestazione: una pace giusta tra Israele e Palestina (non “i palestinesi”, quasi volgo disperso, non “gli arabi”, ma una nazione tra le altre, quest’ultima, di pari dignità con Israele e con le altre), e un’opposizione ai partiti fondamentalisti e razzisti, che oggi sembrano prevalere da entrambi i versanti del conflitto, e non solo in Medioriente, ma anche nel cosiddetto Occidente. Per questo, oggi, la manifestazione è più rischiosa, ma per questo è giusto farla, e il più unitaria possibile, e la più ampia e accogliente possibile, senza epurazioni dei meno puri, accogliendo sensibilità e preoccupazioni, rassicurando, spiegando, e poi, infine, manifestando.
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