Identitarismo

Un crescendo irresistibile ha scandito il percorso recente del Pd, divenendo il motivo dominante delle azioni politiche compiute dal partito tra l’ultimo scorcio del 2012 (le primarie che masochisticamente si rincorrevano le une con le altre) e l’inizio del 2013, fino al giorno delle elezioni di febbraio. Da un lato una realtà sociale ed economica sempre più in caduta libera, dall’altro la politica a cui quella realtà si aggrappava, sempre più disarticolata e chiusa nel proprio particulare.
Il crescendo si è bruscamente interrotto dopo l’impatto elettorale e l’inatteso tonfo. Ma a quel punto nel Pd si realizzava una regressione drastica da una dimensione politico-culturale di tipo riformistico (con le sue esibite origini tardo ottocentesche, socialiste, cattoliche, laico-popolari e non-bolsceviche, come affermato da Bersani in un libro-intervista del 2011, Per una buona ragione), ad una visione improntata al più cupo identitarismo, alla logica della contrapposizione frontale di «noi» e «loro», una logica della diversità ben nota nella storia della sinistra italiana, come ben note sono state le sue conseguenze deleterie e retrograde già quando essa si era affermata nella linea politica del tardo Berlinguer.
Ad un’osservazione più attenta dei comportamenti, pur apparendo evidente lo slittamento della personalità politica del segretario e del gruppo dirigente su una struttura di tipo «identitario», non è chiaro però in cosa consista tale struttura. Si tratta di una forma nella quale i dirigenti si sono come rannicchiati, ma che non racchiude lo stesso contenuto del «berlinguerismo», da cui pure deriva: forse non ha alcun contenuto, è un semplice scudo difensivo. L’urto elettorale ha fatto scivolare il Pd indietro, in un altro tempo, in un’altra storia, in un’altra dimensione politica, dove si è rincantucciato e dove si sente più protetto e rassicurato.
Sul piano politico, per venire ad alcuni fatti caratterizzanti pre-elettorali, si era finalmente attuata la rottura con i dipietristi, intervenuta però quando Di Pietro (leader di una nebulosa moralistico-giustizialista che affonda le sue radici anche nel Pd) era ormai avviato sul viale di un veloce e inarrestabile tramonto. In seguito, dopo qualche timido passo verso i massimalisti, si era passati rapidamente all’abbraccio fatale con uomini che, sulla scia ben conosciuta di altri più antichi sodali, evidentemente non avrebbero mantenuto e rispettato i patti: come puntualmente è avvenuto. Sul piano dei problemi sociali, accantonate le prime incerte analisi sulle difficoltà economiche dell’Italia, ci si era poi inoltrati con decisione sulla strada della smacchiatura dei giaguari e di simili amenità, nella presunzione che un tale linguaggio pseudo-popolare (un popolare inventato) godesse del gradimento dei cittadini italiani. Linguaggio «popolare» e abbracci sempre più stretti con piccole minoranze politico-sindacali (piccole, ma loquaci e garrule) hanno spinto molti cittadini a non votare per il Pd, nonostante fosse il partito dato per favorito.
Qualche dubbio debbono pur averlo avuto quegli uomini e quelle donne della direzione, se hanno consapevolmente redatto liste di nomi nuovi in vista delle elezioni, con persone non sperimentate, con molti che non avevano nessuna formazione politica, mandando in Parlamento quasi un’armata Brancaleone, anche se un’altra ancora più raccogliticcia è stata inviata dal Movimento 5Stelle. Come si poteva pensare che da quelle armate venisse votato un nome proposto dalla direzione, come quello di Prodi? Nell’armata del Pd si è inspiegabilmente radunato il gruppo dei famosi 101; e forse quei 101 – in sostanza nominati dalla direzione – non si sono neppure resi conto di quello che facevano: ma non è ovvio che potesse realizzarsi quella scelta casuale nel corso della votazione per il Presidente della Repubblica, data la casualità con cui erano stati nominati?

By |2014-01-08T13:19:01+02:00Settembre 5th, 2013|I più letti|0 Commenti

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