Dio, Cesare e l’Islam
Edoardo Crisafulli

Una tesi apparentemente ragionevole ha attecchito come la gramigna: la laicità è impressa nel Dna del cristianesimo. Si capisce perché questa stravaganza ha avuto successo: rassicura noi occidentali, turbati dalle insorgenze e dai terrorismi di matrice religiosa che pensavamo in via di estinzione. Noi – che non possiamo non dirci cristiani – siamo immuni dalla follia jihadista; il pericolo proviene dall’esterno, da chi è geneticamente diverso. Non disse forse il Cristo “A Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio?”. Io – intendiamoci – sono un apologeta del modernismo, e perciò ammiro Papa Giovanni XXIII, colui che volle fortemente il Concilio Vaticano II, la prima schiarita dopo tanti secoli bui. La mentalità della Chiesa post-conciliare è lontana anni luce dal fideismo che ha prevalso a lungo nella cristianità. Il cambiamento è stato tale che la nostra religione ci appare quasi laica, se la paragoniamo alla versione militante professata dai nostri antenati.

Dovremmo però tutti fare un ripasso della storia della civiltà occidentale, che è ricca di insegnamenti. Il furoreggiare del fondamentalismo non è una novità della nostra epoca. Né riguarda solo l’Islam. D’altronde il fenomeno religioso, nei suoi tratti essenziali, tende a ripresentarsi quasi identico in epoche e culture diverse. I fumi tossici dell’intolleranza religiosa hanno asfissiato l’Europa cristiana per tanta parte della sua storia. Un tempo i vicari di Cristo manifestavano ambizioni teocratiche straripanti e irrefrenabili. La sottomissione totale al volere di Dio, incarnato da questa chiesa o quella setta fattasi Stato-Moloch, avrebbe prodotto una benefica mutazione antropologica. L’essere umano, purificato e redento dal peccato, sarebbe stato pronto a spiccare il volo per il Regno dei Cieli. Il cristianesimo, unica fede salvifica, era affetto da un disturbo ossessivo-compulsivo: doveva soggiogare integralmente il corpo, la mente e l’anima di tutti. La remissione dei sintomi non cancella la memoria della mania totalitaria. Incoraggia però una diffusa tendenza alla rimozione, che procede di pari passo con una sorta di revisionismo evangelico. Si addebita il male compiuto in nome di Dio alla depravazione degli uomini, annullando le responsabilità della dottrina e della teologia.

In realtà il germe dell’integralismo covava fin dai primordi. Tendiamo a dimenticarcelo perché scatta spontanea l’empatia per le comunità cristiane primitive perseguitate brutalmente dagli imperatori pagani. L’idealismo dei martiri, la loro fede pura, suscitano ammirazione: all’epoca i cristiani erano vittime che subivano la violenza, non fanatici che la esercitavano contro gli infedeli e i dissenzienti. Senonché dall’Annus Domini 380 il cristianesimo viene imposto con la forza dall’alto: diviene, per decreto, l’unico culto ammesso nell’Impero romano. Gli altri sono fuorilegge. Il ricordo delle catacombe svanisce come la nebbia al primo sole. Si scatenano subito gli inquisitori a ruoli invertiti: ora sono i cristiani che reprimono i pagani, e a seguire, gli eretici di ogni risma. C’è ancora chi si pone domande ingenue. Affiora l’anima totalitaria tipica dei monoteismi, un’anima che scatta come una molla compressa non appena i suoi sacerdoti e i suoi adepti conquistano il potere politico? Oppure assistiamo a una involuzione, anzi a un vero e proprio travisamento del Vangelo, ad opera di uomini corrotti e insensibili alla nobile mitezza degli insegnamenti di Cristo, incapaci di generare fanatismo?

La risposta è nei fatti stessi. Lo Stato della Chiesa, il cui sovrano assoluto era il Papa, sorse in Italia tra il sesto e l’ottavo secolo, e durò senza soluzione di continuità fino al 1870. E sarebbe durato ben più a lungo se i bersaglieri non avessero fatto irruzione nella breccia di Porta Pia. Né le sette protestanti, che pure avevano piantato il seme della libertà di coscienza, seppero resistere alla tentazione autoritaria. Anch’esse edificarono, laddove poterono, piccoli regni religiosi fondati sull’intimidazione e sul terrore. Per capire il clima talebano e retrogrado del puritanesimo protestante nell’America del Nord si rilegga La lettera scarlatta di Hawthorne: lo spirito zelota permeava intere comunità-Stato rette da uomini di fede incrollabile, i quali provvedevano all’ostracismo o alla punizione pubblica dei peccatori. Fuggivano, i puritani inglesi, da paesi cristianissimi in cui la stregoneria era un reato fra i più gravi: “Tra il 1500 e il 1700 circa 73 mila uomini e donne vennero processati per stregoneria in Europa. Di questi, 40-50 mila vennero giustiziati, metà di loro entro i confini dell’odierna Germania”, patria del protestantesimo1.

Francamente, è difficile credere che tutto ciò che di perverso è avvenuto con la benedizione di dotti e ferventi uomini di fede – dalla caccia alle streghe, che si concludeva con la tortura e il rogo di povere disgraziate, ai processi per eresia intentati dalla Santa Inquisizione, ai ricorrenti pogrom antiebraici, agli stermini di interi gruppi di innocenti che osavano opporsi al dominio assoluto di Santa Madre Chiesa – fosse una sorta di “sovrainterpretazione” dei testi sacri, per dirla con Umberto Eco2. Chi sostiene che il cristianesimo ha una vocazione libertaria manipola i testi e riscrive la storia. Solo la convivenza forzata con le conquiste della modernità – il liberalismo, lo Stato laico di diritto, e la social-democrazia, – ha fatto sì che le chiese cristiane abbandonassero un abito mentale intollerante. Nel corso di lotte durissime, gli uomini del Rinascimento paganeggiante e i liberi pensatori dell’Illuminismo – seguiti, nel Novecento, dai militanti dei movimenti democratici e socialisti – hanno combattuto e rintuzzato ogni vampata di integralismo religioso.

Il Sillabo, emanato da Pio IX nel 1864, condanna le libertà politiche e civili, la democrazia e lo Stato di diritto

Va riconosciuto tuttavia che una parte della cultura religiosa cristiana ha saputo autoriformarsi: nel XVII secolo alcuni straordinari intellettuali – in ambito protestante – annaffiarono e accudirono la pianta (fino ad allora rinsecchita) della libertà. La prima scintilla del liberalismo moderno compare nel protestantesimo inglese. John Milton, in polemica con gli integralisti di ogni confessione, sostenne con vigore e determinazione la necessità di uno Stato secolare a tutela della libertà di coscienza3. Ma sarà l’Illuminismo a compiere fino in fondo la rivoluzione liberale. Il punto cruciale è che nel corso dell’evoluzione storica sono avvenute significative mutazioni genetiche nell’organismo cristiano. Non importa qui discettare in quale misura siano state autoindotte o imposte dall’esterno. Paradossalmente, la storia del cristianesimo conferma la genialità del darwinismo: è proprio “cambiando pelle” che le chiese riescono a sopravvivere in un mondo fattosi ostile, dominato dai figli delle tenebre; un mondo che Cristo non avrebbe potuto né comprendere né accettare.

Non c’è bisogno di risalire al Medioevo, all’Inquisizione e alle crociate. Il Sillabo, emanato da Pio IX nel 1864, condanna le libertà politiche e civili, la democrazia e lo Stato di diritto, reputati gravi “errori” di cui sono lastricate le vie del peccato. Anche la libertà di coscienza e di culto va esorcizzata con l’acqua santa: pensare che lo Stato e la Chiesa, un tempo coniugi, debbano vivere ciascuno per conto proprio, al pari di volgari divorziati, è una inaccettabile provocazione “secolarista”. Pio IX, almeno, ha il merito di essere chiarissimo. Rigetta la seguente proposizione, da cui una Chiesa fedele a Cristo deve guardarsi: “Il romano pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà”4.

L’enciclica Quanta cura di Pio IX, anch’essa promulgata nel 1864, ribadisce la condanna della libertà di pensiero. Sul banco degli imputati viene trascinato l’odiato liberalismo della tradizione illuministica che è il fondamento dei nostri diritti civili. Il marchio dell’infamia è impresso su ciò che i cristiani danno per giusto e scontato al giorno d’oggi. Badate bene: quella enciclica non è una deviazione dalla retta via cristiana. Rappresenta piuttosto l’essenza del cristianesimo, quello primordiale, gemello siamese dell’Islam incontaminato e intransigente che molti occidentali stentano a comprendere.

A fine Ottocento, cioè al tempo dei miei bisnonni, la Chiesa cattolica rivendicava ancora la superiore moralità e giustezza dello Stato confessionale. Nell’Enciclica Immortale Dei del 1885 Leone XIII riprendeva le posizioni antimoderniste di Pio IX, stigmatizzando severamente la libertà laica/liberale. Nel 1888, nell’enciclica Libertas il Pontefice chiarisce bene che la libertà di culto – il cardine di ogni Stato laico – è malefica perché presuppone “questo fondamento: esser libero ciascuno di professare la religione che gli piace ed anco di non professarne alcuna. Eppure di tutti gli umani doveri quello senza dubbio è il massimo e più sacrosanto, che ci obbliga ad onorare con pio e religioso affetto Iddio”5.

Appena cent’anni dopo il Sillabo oscurantista, il papa “laico” Giovanni XXIII – lui sì che merita l’appellativo – ispira la splendida dichiarazione Nostra Aetate, un manifesto ideologico che costituisce la rottura teologica e politica più rivoluzionaria in seno alla cristianità dopo la Riforma protestante. Giovanni XXIII, sconfessando Pio IX, accetta di “riconciliarsi con la moderna civiltà”. Per la prima volta la Chiesa cattolica riconosce nelle religiosi diverse dalla cristiana “un raggio di verità che illumina tutti gli uomini”. E difatti nel coevo documento Dignitatis Humanae si afferma solennemente che la fede non va imposta con la forza. La dichiarazione Nostra Aetate alza il ponte levatoio che proteggeva la cittadella dell’assolutismo, e fa irrompere il nemico storico della Chiesa: la tolleranza. La teocrazia e l’integralismo, privi di una armatura, sono destinati a soccombere. L’improvvisa apertura alla libertà religiosa è estranea al nucleo della visione politico-teologica di San Tommaso e di Dante, le menti più geniali del Medioevo, per cui era concepibile solo una società cristiana graniticamente integra.

Gianfranco Ravasi risolve ogni contraddizione tirando fuori dal cappello la distinzione tra secolarità (o laicità) e secolarismo (o laicismo)

Non tutti gli uomini di chiesa riescono a fare i conti con una realtà storica sgradevole, e una eredità culturale imbarazzante. Persiste un modo maldestro di conciliare l’una e l’altra con la lettura modernista del Vangelo impostasi (fortunatamente) sulla scia delle profonde trasformazioni politiche e culturali avvenute in Occidente dall’Illuminismo in poi: gli uomini, si sa, sono imperfetti e fallibili. Noi occidentali abbiamo sbagliato in quanto uomini non in quanto cristiani. I Vangeli – che sono perfetti in ogni tempo e luogo – non possono aver ispirato direttamente alcun fanatismo criminale. I massacri compiuti per evangelizzare l’umanità sono da addebitare a chi ha travisato le sante parole di Cristo per cupidigia o cattiveria. Ci sarebbe materia, qui, per un pamphlet sul cristianesimo tradito, che potrebbe prender spunto dal celebre libello di Trotsky. Il concetto di tradimento è scivolosissimo. Ogni Santa Causa ha i suoi traditori, chissà perché spunta sempre alle tue spalle uno più zelota di te (qualcuno più puro impaziente di epurarti, direbbe Nenni). In questo caso però il tradimento è all’inverso: sono i meno puri, i modernisti, ad accusare gli zeloti.

Conciliare una lunghissima storia di efferatezze e crimini con la verità assoluta dei Vangeli, come se questi fossero impermeabili alle interpretazioni, costringe ad arrampicarsi su per gli specchi. Per riuscire nell’impresa occorre un notevole funambolismo intellettuale. C’è quasi riuscito Gianfranco Ravasi, teologo di vasta cultura, dotato di una raffinata intelligenza. Ecco che risolve ogni contraddizione tirando fuori dal cappello la distinzione tra secolarità (o laicità) e secolarismo (o laicismo). Il primo “è una categoria di matrice cristiana che libera la religione da ogni concezione integralistica e teocratica, memore della distinzione sancita dallo stesso Cristo in modo lapidario: ‘Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, Matteo, 21, 21.’”. Il secondo è il marchio di tutte le correnti politiche e culturali che hanno in odio la religione, che ne rifiutano “ogni presenza storica e sociale” ghettizzandola “nella coscienza e nel tempio”6. Il messaggio sottinteso è chiaro: il laico autentico non si limita a rispettare le persone di fede; si adopera anche affinché sinagoghe, moschee e Chiese siano sostenute dallo Stato. E magari non si oppone neppure a chi, ragionevolmente, chiede che il culto egemone, o più radicato nella storia del paese, sia materia di insegnamento scolastico. Il laicista invece anela a sopprimere le religioni, e poiché non ci riesce si accontenta di tenerle a debita distanza dalla sfera pubblica.

C’è un altro messaggio, parallelo: la Chiesa post-conciliare è in perfetto accordo con i Vangeli proprio perché ha trovato un modus vivendi con le società liberal-democratiche. Questa Chiesa rinnovata ha saputo ritornare alle fonti, ai testi sacri, ripulendoli dalle incrostazioni sedimentatesi nel corso del tempo. Così, come in un restauro, riappaiono gli antichi colori in tutto il loro splendore. Il nostro credo religioso, insomma, è geneticamente compatibile con la laicità flessibile dello Stato italiano, che ha saggiamente recepito i Patti Lateranensi nella propria Costituzione. Che senso ha dunque il “laicismo”?

Estremizzando un po’ questo discorso, si potrebbe dire che Gesù era un precursore delle nostre libertà. Sì, proprio lui, creatura dell’intransigente monoteismo ebraico. Strano che il fior fiore di intellettuali cristiani – dai padri della Chiesa fino a Dante e ai teologi dell’evo moderno – non abbia mai colto neppure un segno recondito di questo supposto spirito libertario e tollerante del cristianesimo. L’inclinazione laica di Cristo fu ignorata per un lasso di tempo incredibilmente lungo. Tralasciamo il cristianesimo dei primi secoli: ebbene, dal 380 (Editto di Tessalonica) al 1870 (fine del potere temporale dei papi) intercorre quasi un millennio e mezzo. Quali sarebbero i teologi che predicavano la laicità, richiamando i cristiani inadempienti alla fedeltà evangelica? Luciano Pellicani fornisce una straordinaria ricostruzione del cammino tortuoso e accidentato che abbiamo compiuto per affrancarci dal dominio prepotente degli uomini di fede7. La concezione universalistica dei diritti umani non è nelle corde del cristianesimo. Per secoli gli uomini sono stati divisi categoricamente in due famiglie spirituali, nemiche acerrime: i figli della luce, coloro che si salveranno, e i figli delle tenebre, destinati all’inferno. O si adora il Dio della rivelazione biblica o ci si prostra ai piedi del Diavolo tentatore e peccaminoso. Poiché il cristianesimo, fino all’Iluminismo, era il senso comune dell’uomo occidentale, questo manicheismo ha intriso la filosofia e la passi politica prevalenti nella nostra cultura.

Gli stessi rapporti tra Stato e Chiesa, per quanto conflittuali, erano improntati al paradigma assolutistico di ispirazione cristiana. La civiltà occidentale ha conosciuto bene la figura del Cesare autoritario, braccio armato della Chiesa di turno. Anche il Cesare che arrivava ai ferri corti con il Vicario di Cristo in terra non mirava certo a uno Stato secolare: le leggi degli imperi e delle nazioni europee erano conformi all’unica morale ammessa, quella cristiana. L’alleanza plurisecolare tra trono e altare, del resto, era finalizzata a comprimere le libertà e a reprimere il dissenso. La religione, questo lo sapevano anche gli antichi romani, è un formidabile instrumentum regni. Fino alla fine dell’Ottocento la Chiesa cattolica teorizzava chiaramente che “l’ordine stabilito saggiamente da Dio esige una armoniosa concordia tra il potere civile e il potere religioso. Quando il potere civile aiuta il potere religioso a raggiungere i suoi fini, il potere religioso gli assicura l’obbedienza dei sudditi”8.

Tutte e tre le religioni abramitiche, ciascuna in modi e tempi diversi, hanno ripudiato come demoniaco il pluralismo religioso

La prova del nove è nel fatto che la laicità propriamente intesa fa venire l’orticaria ai cristiani duri e puri dei nostri giorni. Il cristianesimo (massime la sua variante cattolica), come tutti gli organismi in evoluzione, conserva qualcosa del proprio passato. Eppure oggi quasi nessuno in Occidente implorerebbe la propria Chiesa di ripercorrere all’indietro, come un gambero, i passi compiuti verso la modernità. La contraddizione è palpabile. Ecco perché è davvero geniale, il Ravasi: con la sua provvida distinzione salva i Vangeli dall’ostilità antireligiosa di stampo illuministico che l’Islam ancora attira su di sé, e al tempo stesso riesce a mantenere un clima di sospetto verso le manifestazioni più estreme di laicità, quelle ostili a ogni credo religioso. La sua rivisitazione modernista del messaggio evangelico incappa però in un’aporia: se ne deduce che la Chiesa, quando era alleata di autocrati o si poneva essa stessa come uno Stato assoluto, tradiva il significato autentico dell’insegnamento di Cristo. Come si spiega allora il fatto che solo a fine Ottocento siamo usciti dalle tenebre e abbiamo cominciato a veder chiaro? Per quale misterioso motivo solo in tempi recenti emergerebbe la verità nascosta dei Vangeli?

L’aporia è irrisolvibile: l’antitesi fra secolarità/laicità e secolarismo/laicismo è puramente immaginaria. Quello di Ravasi è un escamotage intellettuale che non regge a una riflessione critica. O si è laici, o non lo si è. Certo, si può essere laici e agnostici; oppure laici e atei militanti. C’è il laico moderato, se così possiamo definirlo, e quello estremista. Il primo stima i fedeli che si sono riappacificati con la modernità, e riconosce un grande valore politico e sociale alle religioni depurate dall’integralismo. Il secondo tende a rinverdire la vetusta polemica antireligiosa di stampo illuministico, cosa che lo induce a bollare tutti i credenti in blocco come allocchi dediti alla magia e a pratiche superstiziose, se non addirittura potenziali terroristi fanatici. Le due impostazioni divergono sul piano politico: il laico ragionevole, consapevole che il senso religioso è insito nell’animo umano, ritiene saggio promuovere un’alleanza politica con i religiosi modernisti; il laico estremista, che non coglie sfumature, reclama una tabula rasa, essendo ogni religione fonte di male (in tal senso, è corretto parlare di ideologia laicista).

Nonostante queste differenze, però, tutti i laici sono figli della modernità pagana e illuministica, non già del cristianesimo. E infatti sono accomunati da una convinzione: la libertà di coscienza è la più essenziale – ed anche, storicamente, la più minacciata – fra le aspirazioni umane. L’individuo dev’essere libero di scegliere e praticare la propria fede o di non averne alcuna. Ogni violazione di questo principio lede la dignità dell’individuo. Lo Stato secolare/laico non sorge per estirpare le religioni, bensì per tutelare la libertà di culto minacciata dagli integralisti. Anche il laico che irride Dio in tono blasfemo non si sognerebbe mai di proporre la chiusura di sinagoghe, chiese e moschee. Proteggere i fedeli di ciascuna religione dalle prevaricazioni altrui non è cosa di poco conto. Tutte e tre le religioni abramitiche, ciascuna in modi e tempi diversi, hanno ripudiato come demoniaco il pluralismo religioso. E si comprende il perché: eguali diritti significa che le religioni si equivalgono, fatto inaccettabile per chi si ritiene depositario dell’unica verità. Così inoltre si riabilita il diritto all’eresia, all’apostasia, e – Dio non voglia – all’ateismo.

Lo Stato secolare/laico non privilegia alcuna confessione a scapito delle altre perché è indifferente alle verità di fede. Secondo i laici solo il libero dibattito tra opinioni contrastanti e l’esercizio costante del dubbio razionale consentono di giungere a una qualche verità, che è sempre parziale (ecco perché lo Stato autenticamente laico – che garantisce tutti, credenti e non – si astiene dal promuovere l’ateismo, come faceva invece l’Urss). Il laico, giusta la stupenda definizione di Bobbio, “non può che decidersi per i diritti del dubbio contro le pretese del dogmatismo, per i doveri della critica contro le seduzioni della infatuazione, per lo sviluppo della ragione contro l’impero della cieca fede, per la veridicità della scienza contro gli inganni della propaganda”9.

Questo atteggiamento tollerante – bollato nel migliore dei casi come relativista, nel peggiore come una resa a Satana – è l’esatto opposto del fideismo irrazionale predicato dai Vangeli stessi. È la pretesa di possedere la verità assoluta che ha dato fuoco alle polveri scatenando le persecuzioni contro gli eretici, le crociate conro gli infedeli, e in epoca moderna le sanguinose guerre di religione in cui si sono massacrati a vicenda cattolici e protestanti. Ogni forma di laicità colpisce al cuore quella pretesa di esclusività connaturata alle teocrazie, che sono sistemi iper-totalitari.

La laicità si fonda sulla distinzione illuministica tra reato (sfera politica e civile) e peccato (sfera morale), teorizzata per la prima volta da Beccaria

Ne consegue che libertà laica e libertà cristiana sono l’una la negazione dell’altra. La prima afferma la totale indipendenza della ragione dalla fede: ed è infatti anche una libertà di non credere, possibilità un tempo esclusa categoricamente da ogni confessione cristiana, in particolare dalla Chiesa cattolica. La seconda si risolve nel libero arbitrio, concetto nobilissimo che però non ha nulla in comune con la laicità: gli uomini, secondo la teologia cristiana, sono dotati di una facoltà morale che consente di scegliere tra il bene e il male. Ma quella cristiana è una falsa libertà – per lo meno dal punto di vista di chi è affetto dal morbo della modernità – in quanto il credente non ha alternative reali: se vuole salvare la propria anima deve obbedire alle leggi eterne di Dio che governano l’universo10. Chi sceglie il male morale è perduto per sempre. Il relativismo etico della laicità è inconcepibile: la “diritta via” è una, e una sola. L’alternativa sarebbe, appunto, autorizzare la libertà laica facendo così scivolare le persone nella melma dell’immoralità. Come è possibile che si agisca etsi Deus non daretur, quando la presenza di Dio nel mondo è il presupposto dogmatico irrefutabile, il fondamento, di ogni cosa sensibile e sovrasensibile? Solo i teologi del Novecento (spicca su tutti la figura del martire Dietrich Bonhoeffer) hanno alleggerito questa zavorra ideologica.

La visione cristiana ab origine si fonda su un paradosso: il bene nasce unicamente da una decisione presa liberamente, senza costrizioni. Ma la più perfetta delle libertà consiste nella sottomissione volontaria a Dio11. Nella sua fase integralista il cristianesimo finì così per imbrigliare lo stesso libero arbitrio, che pure è l’asse portante della sua teologia. Il peccato non può lasciare indifferenti. Richiede interventi energici a salvaguardia della salute morale dell’individuo. Quanto sangue gronda da questa concezione! Solo l’imposizione politica delle leggi di Dio tiene a bada le tentazioni di Satana. I religiosi, per spianare la strada che conduce alla salvezza, o quantomeno per sbarrare quella che spinge verso il baratro della perdizione, devono far sì che Cesare induca il cittadino a scegliere il bene. Insomma: non si è davvero liberi di non essere cristiani. Del resto, se un mondo senza Dio è un mondo senza senso, come può lo Stato ignorare Dio e i suoi comandamenti?

La laicità è l’antitesi di questa visione monopolizzante, e infatti si fonda sulla distinzione illuministica tra reato (sfera politica e civile) e peccato (sfera morale), teorizzata per la prima volta da Beccaria in quell’opera fondamentale della nostra civiltà che è Dei delitti e delle pene, opera che la Chiesa incluse nell’Indice dei libri proibiti nel 1766. E’ questa l’ottica immanente e storica, tutta terrena, del contratto sociale: i cittadini stabiliscono liberamente, senza avere gli occhi rivolti al Cielo, ciò che costituisce reato, cioè offesa all’umana convivenza (cancellabile con la giusta pena). La legge è così spogliata da ogni orpello o attribuito divino. I processi di stregoneria sono un esempio eclatante dell’insana sovrapposizione fra reato e peccato, la quale consegue logicamente da premesse testuali, bibliche ed evangeliche.

Non è dunque vero che, a rigor di teologia cristiana, religione e politica sono mondi distinti e indipendenti l’uno dall’altro. Né è vero, con buona pace di Joseph Ratzinger, che la ragione evangelica è davvero autonoma dalla fede. Siccome l’azione politica dei cittadini non può prescindere dal loro credo religioso, essi avvertono l’obbligo di “rendere cristiana la società in cui vivono” mediante leggi ad hoc12. A tal fine va proibito tutto ciò che contrasta con la loro morale: il divorzio, l’aborto, la fecondazione artificiale, il matrimonio omosessuale, eccetera.

Come va letta allora la celebre frase su Cesare e Dio? Anzitutto bisogna contestualizzarla, ricostruendo l’occasione in cui viene proferita. Poi, per coerenza testuale e ideologica, va collegata alla predicazione di Gesù. Con quelle parole sibilline, interpretabili in più modi, Gesù sfugge brillantemente alla trappola tesagli dai farisei e dagli erodiani, che vorrebbero farlo passare per un agitatore politico ostile a Roma, un sovversivo dell’ordine costituito. Gesù dimostra scaltrezza e realismo: l’occupazione romana è un dato di fatto contro cui è vano ribellarsi con le armi in pugno; è quindi ammissibile la tassazione che consente a Cesare di costruire strade ed acquedotti. Ma il figlio di una cultura religiosa totalizzante non può riconoscere un pulviscolo in più all’Autorità pagana. Non appena Cesare si allarga rivendicando tutte le sue prerogative politiche e giuridiche, cosa inevitabile, egli usurpa il ruolo onnicomprensivo di Dio. Il pensiero di Gesù non è affatto ambiguo a questo riguardo: “Non potete servire Dio e Mammona” (Matteo, 6). Si tratta di scegliere fra due padroni rivali, egualmente tirannici. Qui è la chiave per comprendere la radicalità autocefala dell’etica cristiana: “Ciò vuol dire che si deve dare a Cesare quel che gli è dovuto, solo se Cesare non è Mammona. Ma Cesare è sempre Mammona, se vuol essere un secondo padrone insieme a Dio.” Ne consegue logicamente che “Cesare deve essere un Cesare cristiano, cioè subordinato a Dio e alla rivelazione di Cristo”13.

All’Imperatore spetta la difesa delle terre cristianizzate dai nemici interni (gli eretici, gli apostati) e da quelli esterni (gli infedeli). La Chiesa giudica, Cesare esegue la sentenza

Gesù avrebbe condannato la laicità come una idolatria atea, satanica, finalizzata all’edonismo materialista: il libero cittadino, posto nella sua immediatezza mondana, finisce per scacciare la trascendenza nel Regno dei Cieli. Mammona infatti non è solo il dio denaro, bensì qualsiasi forma di idolatria che distolga l’uomo da una vita dedita interamente alla religione. Le ricadute filosofiche e politiche sono evidenti. La filosofia viene degradata ad ancella della teologia, e la politica è asservita alla religione. Questo cristianesimo dal volto superbo e minaccioso oggi ci pare arcaico e primitivo, quasi straniero. Ci pone infatti richieste incompatibili con la nostra vita in uno Stato liberal-democratico. Ma è fedele al dettato evangelico. Extra ecclesiam nulla salus vuol dire che la vita dell’individuo è interamente soggetta alle leggi di Dio. Non si può scindere il momento della preghiera e quello della politica. “Ogni persona deve essere, insieme, un credente e un cittadino”14.

L’adulterazione della frase “A Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio” non deve stupire. Fior fiore di studiosi vi hanno ravvisato la radice della presunta modernità di Dante, il quale, come è noto, sostiene che l’Imperatore debba essere autonomo dal Pontefice. Dante insomma avrebbe teorizzato già nel Medioevo la separazione del potere politico da quello religioso, in ossequio ai Vangeli traditi da papi simoniaci e senza fede. Questa è una evidente misreading o sovra-interpretazione dell’intenzione dantesca. In Dante non v’è alcuna traccia di laicità, concetto modernissimo che non avrebbe neppure compreso. L’anticlericale Dante, certo, rifiuta la teocrazia. Quella del suo tempo, però. L’accezione di teocrazia, per noi moderni, è ben più ampia: include gli Stati retti da norme religiose onnipresenti. Dante, che non va (tra)vestito con abiti moderni, si limita a fustigare i Papi che pretendendo di esercitare il potere temporale si fanno sviare dalla loro missione spirituale, e richiama altresì all’ordine gli Imperatori che abdicano al loro ruolo di braccio secolare della Chiesa. Egli critica esclusivamente la “suprema e diretta giurisdizione del Papa negli affari temporali e in quelli spirituali”. Il governo secolare è pur sempre di divina ispirazione: l’autorità di Cesare e quella del Papa derivano entrambe direttamente da Dio, “l’unica fonte di tutti i poteri”15.

Nell’ottica laica, la legittimità di Cesare dipende dal demos che gliela conferisce eleggendolo alla carica politica. In sintesi: da un lato sudditi cui spettano solo doveri per lo più religiosi; dall’altro cittadini con pieni diritti civili e politici. L’idea di una nazione auto-governata mediante un corpus juris secolare nel senso post-illuministico, frutto di un contratto stipulato da persone non necessariamente di fede (sul genere del Codice napoleonico, per intenderci) sarebbe stata una eresia inaccettabile per Dante. In ciò egli è fedele alla lettura integralista dei Vangeli che ha caratterizzato la cristianità antica, medioevale e gran parte di quella moderna.

Il Cesare dantesco – lo stesso che ha in mente Gesù – è un uomo di fede incrollabile. La sua autonomia è ben circoscritta: deve astenersi dall’interferire nella vita ecclesiastica, essendo privo di autorità in ambito dogmatico e dottrinale. Ha però precisi e ben codificati doveri religiosi, pena la scomunica da parte del Papa, fatto che implica teoricamente la revoca immediata del potere imperiale: nel senso che i sudditi vengono sciolti dal vincolo dell’obbedienza politica nei suoi confronti. All’Imperatore spetta la difesa delle terre cristianizzate dai nemici interni (gli eretici, gli apostati) e da quelli esterni (gli infedeli). La Chiesa giudica, Cesare esegue la sentenza. L’Impero idealizzato da Dante è, al pari della Chiesa, il rimedio che Dio stesso ha voluto “contro il peccato”16. È una società, quella vagheggiata da Dante, in cui non può vigere la diabolica distinzione tra reato e peccato.

In questo la Res Publica Christiana e il coevo Califfato si assomigliano molto. E, ça va san dire, nell’Impero dantesco non c’è neppure un barlume di libertà religiosa. Non è ammissibile alcun culto al di fuori di quello cristiano. E i dogmi sono quelli fissati da Santa Madre Chiesa. In questo l’Imperatore cristiano è più intollerante del suo omologo islamico, il Califfo: il quale lasciava ebrei e cristiani liberi di pregare il loro Dio e di seguire i loro precetti. Non c’è da stupirsi che nell’illuminata cristianità le conversioni forzate fossero all’ordine del giorno. Chi abbia anche solo reminiscenze scolastiche della Divina Commedia ricorderà quale trattamento infamante Dante riservi al Profeta Maometto, scaraventato all’inferno fra gli scismatici perché ha osato dividere la ‘umma’ dei credenti fondando una nuova religione. Non si può rinnegare impunemente l’unica verità: la rivelazione biblica-evangelica.

La schiera degli intellettuali che scorge l’embrione del liberalismo nel ventre del cristianesimo è costretta a negare l’evidenza, ovvero che il fondamentalismo è connaturato in egual misura ai tre monoteismi della tradizione abramitica

Dopo questo volo d’uccello su secoli di storia religiosa europea, è giocoforza concludere che laicità, laicismo, secolarità e secolarismo sono tutti antonimi perfetti di teocrazia. Il cristianesimo, che di quest’ultima è intriso, alla libertà liberale ci è arrivato obtorto collo, non già per moto proprio. E’ inevitabile che un occidentale in questo XXI secolo legga le parole di Cristo attraverso le lenti della modernità. La frase evangelica su Cesare e Dio appare ai nostri occhi come un frutto giunto a maturazione con gran ritardo. In verità oggi non siamo più vicini al nocciolo duro – a quello che Umberto Eco definirebbe l’ intentio operis – dei Vangeli. È vero l’esatto contrario: la Chiesa cattolica ha urbanizzato il pensiero di Cristo e di San Paolo, sconfessando una prassi zelota e integralista plurisecolare. In tal modo si è allontanata dalle sue radici. Naturalmente per noi laici è un bene che sia così. Non si ripeterà mai abbastanza che il Concilio Vaticano II è stato un evento epocale: accettando il pluralismo religioso e la possibilità che i fedeli di altre religioni pervengano anch’essi per vie diverse alla salvezza, rompe con una tradizione fideistica che ha causato immensi lutti e sofferenze. Il Concilio Vaticano II rinuncia alla coercizione religiosa perché ha introiettato una scintilla relativista: Cristo – “via, verità e vita” – rimane ovviamente il cuore pulsante della fede cristiana, ma la via maestra verso la modernità è finalmente sgombra.

Non ho scritto queste cose solo per ristabilire la verità dei fatti, o per mero spirito polemico. Come diceva Don Benedetto, tutta la storia è storia contemporanea. La posta in gioco, in quest’epoca di rinascente fondamentalismo religioso, è il giudizio sull’Islam. A leggere i vari Magdi Allam, Oriana Fallaci, Vittorio Messori sembrerebbe che le parole di Cristo siano i semi da cui è germogliato il liberalismo moderno. Il cristianesimo attuale, quello post-conciliare, assurge a emblema della superiorità occidentale rispetto a un Oriente violentemente primitivo. Ecco coagulata la formuletta ideologica: cristianesimo religione di libertà versus Islam religione della sottomissione e della costrizione (su questa falsariga è stata escogitata un’altra antitesi ingannevole: il cristianesimo è la religione dell’amore e del perdono, l’Islam è la religione dell’odio e della violenza vendicatrice). La schiera degli intellettuali che scorge l’embrione del liberalismo nel ventre del cristianesimo è costretta a negare l’evidenza, ovvero che il fondamentalismo è connaturato in egual misura ai tre monoteismi della tradizione abramitica. L’Occidente ha così scovato di nuovo il diverso e l’alieno da sé: l’Islam, unica religione dal volto feroce. I non integrabili, i non assimilabili, prima erano gli ebrei, ora sono i musulmani. Relegando l’Islam nel ghetto delle religioni irriformabili si abbassa la soglia critica e diventa più facile tacitare la nostra coscienza quando viene scatenata l’ennesima guerra preventiva o difensiva o umanitaria contro “i saraceni” dei nostri tempi: questa è, in sintesi, l’agenda politica dei teo-con.

Luciano Pellicani ha dimostrato con argomentazioni solidissime che la superiorità dell’Occidente non è nella propria tradizione religiosa, bensì in quelle radici culturali pagane, secolari e laiche, che le hanno consentito di sfuggire all’abbraccio soffocante delle teocrazie17. Anche la religione islamica predica a modo suo la Caritas, il più bel dono del cristianesimo alla nostra civiltà. Ma nei paesi in cui ha messo radici la ragione è ancora sottomessa alla fede. Lì non c’è ancora stato un movimento di riforma dirompente analogo all’Illuminismo. L’Occidente, ripudiando il fondamentalismo religioso, disconosce una parte considerevole della propria storia. Dobbiamo ricordarcelo. Altrimenti ci convinceremo anche noi che agli altri sia preclusa la strada del Concilio Vaticano II, fonte di grande speranza per tutte le religioni.

1 Stefano Gattei in Corriere della Sera. La lettura, 10 gennaio 2016.
2 U. ECO, I limiti dell’interpretazione, Milano: Bompiani, 1990.
3 T. HOBSON, John Milton’s Vision. The Birth of Christian Liberty. London: Continuum 2008.
4 E. ROSSI, Nuove pagine anticlericali, Kaos Edizioni, 2002, p. 98.
5 ROSSI, cit., pag. 102.
6 Gianfranco Ravasi in Il sole 24 ore, 22 novembre 2015.
7 L. PELLICANI, Dalla città sacra alla città secolare, Rubbettino, 2011.
8 ROSSI, cit., p. 98.
9 N. BOBBIO, Politica e cultura, Einaudi, 1974, p. 16.
10 I. BERLIN Political Ideas in the Romantic Age, Princeton University Press, 2006.
11 BERLIN, cit.
12 E. SEVERINO, Pensieri sul cristianesimo, Bur, 2010, p. 53.
13 SEVERINO, cit., p. 54-55.
14 SEVERINO, cit., p. 53.
15 A. PASSERIN D’ENTREVES, Dante as a Political Thinker, Oxford: Oxford University Press, 1952, p. 53, 56.
16 PASSERIN D’ENTREVES, cit., p. 57.
17 L. PELLICANI, Le radici pagane dell’Europa, Rubbettino, 2007.

By |2019-08-27T17:21:04+02:00Agosto 27th, 2019|Editoriali e Commenti, In primo piano|0 Commenti

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