Se otto ore vi sembran poche

Ha ragione Michele Tiraboschi quando dice che “avremo una vera rivoluzione copernicana (anche) delle regole del lavoro solo quando riscriveremo la nozione di impresa: vale per orario di lavoro, vale per alternanza e apprendistato, vale per produttività del lavoro e partecipazione dei lavoratori, vale per tutto”.

Rispetto a questa necessaria prospettiva di ridefinizione sistemica dei rapporti tra impresa e lavoro, appare sin troppo estemporanea la battuta del ministro del Lavoro Poletti sull’individuazione di nuovi parametri, diversi dall’orario di lavoro, per remunerare i lavoratori. Il tema è da tempo oggetto di dibattito tra gli studiosi, e non si può affrontare con affermazioni da talk-show (come del resto quella sui laureati!), slegate dallo scenario socio-economico e da riflessioni finalizzate a trovare soluzioni condivise.

Non vi è dubbio che la retribuzione legata all’orario di lavoro era connessa ad un sistema produttivo, quello taylorista-fordista, ormai abbondantemente superato dai processi di innovazione tecnologica hig-tech: ma è pensabile che la soluzione possa essere un ritorno al passato? Infatti dietro la proposta dell’ex presidente (di antica militanza comunista) di uno dei colossi del business italiano, la Lega delle Cooperative, si nasconde la riproposizione di un vecchio e obsoleto istituto retributivo: il cottimo, strumento di sfruttamento dei lavoratori finalizzato ad ottenere alti livelli di produttività e salari collegati, senza alcuna valorizzazione delle professionalità, né della sicurezza sul lavoro, accoppiato alla cancellazione del contratto collettivo nazionale (sostituito da minimi salariali bassi definiti annualmente per legge), e contratti aziendali espressivi di poteri regolamentari unilaterali dei datori di lavoro per stabilire i ritmi produttivi con sindacati deboli e subalterni. Insomma, al di là delle rivendicazioni di modernità espresse dal governo Renzi, una regressione all’Ottocento: a quella visione lavoristica in cui “il lavoratore deduce nel contratto il proprio corpo”, il contratto di lavoro come contratto di compravendita delle energie di cui il lavoratore è proprietario, tipica riconduzione nello schema civilistico del lavoro subordinato e dell’economia liberista.

Ma nel Novecento si sono affermati i diritti del lavoro come diritti sociali. “Il lavoro non è una merce”, è il motto scritto nel il Trattato di Versailles nel 1919 e profferito dall’economista irlandese John Kells Ingram durante il congresso delle Trade Unions inglesi del 1880, che condensa le trasformazioni sociali e culturali che stanno alla base del diritto del lavoro nel nostro tempo: e cioè che il lavoro non può essere considerato un’entità indipendente dalla persona del lavoratore, e che deve fondarsi anche su un fondamento etico e non può essere perciò regolato solo dal mercato.

La conseguenza è che il salario del lavoratore non può essere determinato esclusivamente dal suo valore di scambio, perché deve garantirgli il mantenimento in condizioni di salute e sicurezza fisica e mentale, secondo una concezione non mercantile più volte ribadita in tempi recenti nel nostro paese dal sociologo del lavoro Luciano Gallino, recentemente scomparso.

Considerato che si parla di modernità, non è il vecchio cottimo che deve essere riesumato, ma le idee più avanzate in tema di partecipazione dei lavoratori nelle aziende. Già sul finire degli anni ’80 del Novecento il premio Nobel per l’Economia James Meade propose di definire un sistema retributivo che nelle imprese legasse l’andamento aziendale, i salari e il potere di intervento dei lavoratori nelle scelte strategiche.

Se si vuole collegare effettivamente la prestazione alla competitività delle aziende senza ripescare anacronistici istituti di sfruttamento, è alla partecipazione che bisogna guardare. Si pensi all’Europa, in cui l’Italia è uno dei pochi paesi che non ha norme su questa tematica: a parte la Germania (con una ormai antica legislazione sulla cogestione) e gli Stati scandinavi, di recente (nel 2013), con la legge sulla “securizzazione dell’impiego”, anche la Francia ha rafforzato le regole sui diritti di informazione e consultazione di lavoratori e sindacati nell’imprese. Insomma, serve davvero una rivoluzione copernicana per il lavoro in Italia.

 

 

 

By | 2015-12-15T13:57:43+00:00 dicembre 1st, 2015|I più letti, Interventi|1 Commento

About the Author:

Docente di diritto del lavoro nell’Università di Messina, ha insegnato e tenuto seminari alla Luiss di Roma, all’Università spagnola di Extremadura, all’Università Sorbonne di Parigi, all’Università Economica di Cracovia e all’Ateneo di Santiago de Compostela. Esercita la professione di avvocato ed è giornalista pubblicista. E’ stato deputato all’Assemblea regionale Siciliana nella XIV Legislatura e amministratore di istituti di credito e società a carattere pubblico.

Un commento

  1. Luigi Covatta dicembre 1, 2015 al 11:16 am - Rispondi

    “Se otto ore vi sembran poche / venite voi a lavorar / e capirete la differenza / di lavorare e di comandar”: così Il testo integrale della strofa evocata  nel titolo dell’articolo di Ballistreri. Ora “la differenza di lavorare e di comandar” l’hanno capita anche gli operai, che non sono più costretti a poter vendere solo il loro tempo, ma possono vendere anche il loro know how, mentre una parte del loro tempo possono magari tenerla per sé. Anche questo è un “diritto sociale”.
    Ballistreri ricorda Gallino. Nell’edizione cartacea della rivista ora in stampa lo abbiamo ricordato anche noi,  riproponendo il suo intervento alla Conferenza di Rimini del 1982. Già allora egli avvertiva come “il progresso tecnologico stia premendo per redistribuire il lavoro nello spazio mentre gli individui premono soprattutto allo scopo di redistribuire il loro lavoro nel tempo”, tanto che “noi viviamo in un regime staliniano del tempo” in cui “tutti sono costretti a fare tutto esattamente nelle stesse ore e negli stessi giorni”.
    “Si tratta di decidere se convenga esercitare una massiccia azione repressiva per ricondurre i comportamenti entro la norma o non procedere piuttosto a modificare le norme per orientare e incanalare i comportamenti manifestati verso una nuova organizzazione sociale del lavoro”, concludeva Gallino. I sindacati, a quanto pare, non hanno ancora deciso.

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