Roma capitale e gli intellettuali pubblici

Ricordo che al liceo, a fine anni ’80, per un’oretta emerse la questione di Roma capitale, grazie a un’associazione di idee fra il pensatore Campanella e lo studioso Luigi Firpo (di cui di certo non pochi ricorderanno le provocazioni sulla scarsa attitudine dei “romani” a incarnare il ruolo di primi cittadini d’Italia). In classe vivevamo quei discorsi come un motivo per comprendere meglio la geopolitica del paese, e (perché no?) come un modo per collegare il passato al presente. Nessuno, credo, neppure per un istante, pensava sul serio di trasferire la capitale della Repubblica.
Ecco: spesso notiamo che gli intellettuali “di” partito si sono quasi estinti. Ancora vi sono, però, quelli “pubblici” (persone di studio più propense di altre a uscire dalla torre d’avorio e a confrontarsi sui problemi emergenti). Il problema è che si tratta di una cerchia troppo ristretta di autori, e per di più paiono sempre gli stessi. E se si provasse a rinvigorire quella forma di partecipazione alla vicenda nazionale e globale?

By | 2015-10-23T15:52:47+00:00 ottobre 13th, 2015|I più letti, Interventi|1 Commento

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Un commento

  1. Giampiero Buonomo ottobre 14, 2015 al 5:43 am - Rispondi

    Nella meccanica sociale dell’Otto-Novecento euro-nordamericano, tra le due grandi forze contrapposte delle ideologie di massa il collante nazionale era rappresentato proprio dall’intellettuale pubblico, più che da quello organico. Una parola di Lippmann o di Aron orientava lo “swing vote”, cioè quel 5-10% di opinione pubblica colta, emancipata dai bisogni primari, che poteva permettersi (non già di essere disinteressata nella scelta dei decisori pubblici, bensì) di vedere l’interesse in guisa più mediata. Ma oggi? Essendo collassate proprio le Weltanschauung, le grandi ricostruzioni del mondo non raggruppano più due serbatoi di voti del 40% ciascuno e, di conseguenza, anche quel voto di opinione si va marginalizzando. La nostra specialità nazionale, l’Italia delle cento padelle, può riscoprirsi utile? Solo come ripiego. L’argine per la deriva della società “liquida” dovrebbe essere lo scoprirsi, di ciascuno, non più parte di una classe, ma un fascio di interessi diversi e coesistenti, il cui punto di equilibrio muta volta per volta. Invece di ritrovarsi legato alle leggi bronzee dell’economia, orientare il voto secondo una valutazione cangiante del modo migliore in cui conseguire l’interesse. Ma forse la generalizzazione, per tutti, del voto consapevole è un mito non meno irrealizzabile dell’homo novus della teoretica di Marx: dovevamo andare verso la plenitudo temporum, con il maggioritario, e ci ritroviamo al ballottaggio con Grillo….

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