Ricordo di Mauro Ferri

A novantacinque anni ci ha lasciato Mauro Ferri. Era stato parlamentare dal 1953 al 1976, poi deputato europeo, giudice costituzionale, presidente della Corte. Io lo conobbi tardi, sei anni fa, quando presentammo al Senato il numero speciale di Mondoperaio dedicato a Nenni. Prima, nel 1969, lo avevo esecrato senza conoscerlo, in quanto protagonista della scissione che pose fine all’unificazione socialista.
Non che fossi un sostenitore del Partito socialista unificato, anzi. Ma come molti giovani d’allora ero influenzato dalla propaganda che dipingeva Saragat come “socialtraditore” ed irrideva a Tanassi “dalla fronte inutilmente spaziosa”.
Per giunta Ferri non proveniva dal Psdi, ma dal Psi: e non era neanche stato sempre autonomista. Era anzi stato convinto frontista, come mi spiegò quando ebbi modo di conoscerlo di persona. E vent’anni dopo aveva preso la guida del rinato Psdi con la stessa  convinzione: o almeno mantenendosi fedele allo stesso leader, del quale anche allora ritenne di interpretare l’orientamento più intimo e segreto.

Nenni, infatti, era una parte della sua vita, come scrisse nell’articolo che di seguito pubblichiamo: sia quando (secondo noi) sbagliò nel 1948, sia quando (secondo lui) sbagliò nel 1969: quando cioè Ferri aderì al Psdi  nella convinzione di precederlo di qualche mese. Le cose poi non andarono così: ma la militanza politica è intessuta anche di errori di valutazione.

 

Una parte della mia vita
di Mauro Ferri

Per concessione dell’Autore pubblichiamo lo  scritto contenuto nel volume Nenni dieci anni dopo (ed. Lucarini, 1989).

La mattina del 1° gennaio del 1980 la radio diffuse la notizia della morte di Nenni. Mia moglie ed io reagimmo d’istinto allo stesso modo: “andiamo subito a casa sua, a piazza Adriana”. C’era ancora poca gente in circolazione, come sempre nella mattina di capodanno, e fummo tra i primi a rendere omaggio alla salma e ad esprimere la nostra solidarietà alle figlie Giuliana e Luciana, al genero Cesare Tomassi. Ricordo che un giornalista di non so quale radiogiornale mi chiese una dichiarazione: “Per me, – dissi – come per altri della mia generazione, insieme con Nenni se ne va una parte della mia vita”. Era in effetti quel che sentivo: più o meno venticinque anni, dalla Liberazione al 1969, venticinque anni nei quali Nenni era stato il riferimento costante del mio impegno politico; poi sopravvenne la dolorosa separazione del luglio ’69: mi ero recato da lui la sera stessa del 4 luglio dopo che la maggioranza del Comitato centrale del Partito socialista unificato aveva detto no alla sua mozione, rompendo la fragile e precaria unificazione durata meno di tre anni. Lo trovai triste e rassegnato: non mi rivolse esortazioni o consigli, non deplorò la mia decisione, non la condivise, limitandosi a dire “resto nella vecchia casa”. I nostri rapporti, frequenti ed intensi nel decennio precedente, si erano così praticamente interrotti, seppure negli anni delle inevitabili polemiche e recriminazioni fra socialisti e socialdemocratici il nostro rispetto per lui non era mai venuto meno e le sue posizioni politiche erano restate un costante punto di riferimento.

Avevo incontrato Nenni qualche mese prima ai funerali di Achille Corona, uno dei suoi fedelissimi. Erano funerali religiosi: in chiesa mi aveva colpito il suo atteggiamento non dirò di partecipazione, ma di una certa attenzione; il prete, dopo averlo pubblicamente salutato durante il discorso, al momento del rito del “segno di pace” era sceso dall’altare con atto di deferenza per scambiare con lui la stretta di mano. Mi venne in mente un altro funerale al quale mi ero trovato accanto a Nenni vent’anni prima: nel maggio del 1959 a Siena ad accompagnare all’estrema dimora Mario Bracci. Funerali religiosi solenni, coll’antico rito ed i canti in latino: gli ero vicino in chiesa e mi accorsi che era insofferente; me lo disse anche: gli pareva la cerimonia un anacronismo ridicolo o quasi. Era il Nenni della gioventù, il romagnolo anticlericale, ateo e barricadiero, che si esprimeva.

Ricordando oggi questi episodi, mi torna alla memoria un’altra vicenda: l’udienza privata di papa Montini a Nenni vice presidente del Consiglio nel 1965. Era stato uno degli oratori in una celebrazione della Pacem in terris di Giovanni XXIII che si era tenuta a New York alle Nazioni Unite, ed in seguito gli era giunta una discreta sollecitazione dal Vaticano nel senso che una sua richiesta di udienza sarebbe stata gradita ed accolta. Nenni volle prima consultare in modo informale i massimi responsabili del Partito: invitò a pranzo, il segretario De Martino, il vice segretario Brodolini, Tolloy e me presidenti del gruppi parlamentari. Naturalmente gli dicemmo che toccava a lui decidere, che una visita di Nenni al Papa ancora pochi anni prima avrebbe creato nel partito un vero e proprio sconcerto, ma ormai non era più il caso di preoccuparsene. È noto che l’udienza ci fu, e Paolo VI regalò a Nenni l’orologio di papa Giovanni.

Mi domando io stesso perché mi soffermo su questi ricordi; forse perché ancora oggi mi appaiono indicativi del carattere dell’uomo, del lungo cammino percorso, forse perché si collegano all’idea della morte. Se ripenso invece all’immagine di Nenni, quale mi appariva quarantacinque anni fa, quando giovane ventiquattrenne laureato in giurispriudenza, assessore e poi sindaco designato dal CLN del Comune di Castel San Niccolò (7000 abitanti nell’alto Casentino, a ridosso della linea gotica con le ferite ancora aperte delle rappresaglie e delle distruzioni operate dalla Wermacht), avevo aderito al PSIUP, rompendo con una tradizione familiare borghese e religiosa, essa mi si ripresenta con la stessa nitidezza di allora come la personificazione dell’unità: l’unità di classe, l’unità dei lavoratori, l’unità delle forze antifasciste nella lotta per la liberazione e la rinascita democratica dell’Italia. L’unità così sentita alla base da quei compagni, artigiani, mezzadri, operai coltivatori diretti che nel mio Comune costituivano la realtà fisica dei socialisti e dei comunisti, rappresentava il bene assoluto: e naturalmente la divisione era il male, il tradimento della causa dei lavoratori. Del resto poco o nulla sapevamo della storia del socialismo, e quel poco era di rigida “ortodossia” comunista che giudicava sprezzantemente i vecchi socialisti con la sola eccezione del “martire” Matteotti, celebrato ovunque agiograficamente, mentre gli si intitolavano strade e piazze. Ci volle, dieci anni dopo, Gaetano Arfè con la sua Storia dell’Avanti! e del Partito socialista italiano per farci scoprire il passato così complesso e affascinante del movimento socialista, per darci, in una parola, la memoria storica che non avevamo. Ma, per tornare a Nenni, egli era per noi il leader indiscusso, quasi una figura mitica, aureolata dalla lotta antifascista nell’esilio, dalla partecipazione alla guerra di Spagna, esaltata dal vigore, dalla martellante lucidità con cui guidava la lotta per la Costituente e per la Repubblica.

Eravamo affascinati dai suoi “fondi” sull’ Avanti!, dalla sua oratoria nelle grandi manifestazioni di piazza. Vidi e ascoltai Nenni per la prima volta nel luglio ’45 a Roma al Collegio Romano, dove si svolse il Consiglio nazionale del Partito (ebbi la ventura di assistervi perché partecipavo all’incontro degli amministratori socialisti che si teneva contemporaneamente). Lo risentii poi in un grande discorso elettorale al teatro Brancaccio per le elezioni ed il referendum del 2 giugno 1946.

Non è questa la sede per ripercorrere tutte le tappe della storia socialista di quegli anni: molto è già stato scritto ed il ruolo di Nenni è stato ampiamente studiato ed analizzato. Non posso però fare a meno di ricordare la sua venuta ad Arezzo nel ’47, dove io ero segretario della Federazione. Avevamo chiesto a Nenni di tenere un comizio, ed egli aveva aderito fissando la data per una domenica dei primi di dicembre. La manifestazione venne a coincidere con la seconda giornata del congresso provinciale della Federazione comunista di cui era segretario Aureliano Santini, un empolese di estrazione operaia, che, dopo aver subito arresti e condanne era emigrato, aveva passato un periodo di tempo nell’URSS ed aveva combattuto in Spagna nelle Brigate internazionali  dove – mi disse – aveva conosciuto bene Nenni. Santini ed io eravamo molto amici, ed i rapporti fra le due federazioni erano l’esempio perfetto dell’unità (dire unità d’azione sarebbe riduttivo). Gli avevo chiesto di interrompere i loro lavori e di partecipare in massa al comizio di Nenni, che si doveva tenere al cinema-teatro “Politeama”. Santini aveva fatto il difficile; comunque, avrebbero gradito molto un saluto di Nenni al loro congresso che si teneva nel vicino teatro “Petrarca”. Nenni arrivò ad Arezzo col treno, accompagnato dal suo segretario (se non erro Pasquale Minuto). Era la prima volta, ricevendolo nella mia veste di segretario della Federazione, che mi trovavo ad essere il suo interlocutore diretto. Mi colpì l’estrema semplicità ed affabilità dell’uomo che era stato vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri ed era pur sempre uno dei maggiori protagonisti della vita politica italiana. Accettò subito la mia proposta di intervenire, prima del comizio, al congresso comunista dove lo accompagnai. Fu accolto con un applauso scrosciante dai delegati, tutti in piedi ad acclamarlo. Nenni riconobbe ad abbracciò il suo vecchio commilitone di Spagna Aureliano Santini, chiamandolo col nome di battaglia delle Brigate internazionali (tenente Morelli); pronunciò poche parole di saluto ai congressisti: nuove acclamazioni, e subito dopo spontaneamente tutti i presenti, delegati ed invitati, uscirono con noi accompagnando Nenni in un improvvisato corteo per partecipare al nostro comizio. Tenne un grande discorso, come solo lui sapeva fare nei momenti migliori, e lanciò forse per la prima volta in pubblico, l’idea del Fronte democratico popolare in vista delle elezioni ormai imminenti della primavera del ’48. Chi non ha vissuto quei tempi, difficilmente può rendersi conto di quanto fosse naturale e profondamente radicata, almeno in periferia, l’unità tra socialisti e comunisti.

Non è agevole trovare una spiegazione oggi alla grande illusione di cui fummo vittime quanti credemmo e ci impegnammo a fondo per la vittoria del “Fronte”. Eravamo partiti bene: poi, il colpo di stato di Praga, il massiccio intervento della Chiesa, gli aiuti americani, la caratterizzazione del Fronte in senso comunista ci portarono alla clamorosa sconfitta del 18 aprile. Ma la domanda che oggi ci poniamo (e ce la poniamo da più di trent’anni) è il perché della scelta di  Nenni: che è poi il perché della politica del PSI, la politica dell’unità ad ogni costo; come sia stata possibile quella sorta di acciecamento che induceva alcuni nostri massimi dirigenti ad affermare (Congresso di Firenze del ’49) che gli interessi della classe operaia coincidevano sempre ed in ogni paese con quelli dell’Unione Sovietica; e Rodolfo Morandi a dichiarare, pochi mesi prima della sua morte, che il PSI era un partito marxista-leninista e stalinista (il che poi tutto sommato era vero soltanto fino ad un certo punto). È una domanda che ci siamo posti a partire dal ’56, dopo che abbiamo conosciuto il Nenni che, opponendosi nel ’23 alla fusione deliberata dai terzinternazionalisti, aveva salvato il Partito e l’Avanti!; il Nenni che nel ’30 aveva tenacemente perseguito e realizzato l’unificazione socialista con Turati e Treves. Risposte soddisfacenti non ne abbiamo avute né da Nenni, pur così generoso e coraggioso nel riconoscere i suoi errori e le sue responsabilità, né da altri. Forse Nenni credeva veramente alla vittoria del Fronte nel ’48 ed era convinto di poterlo condizionare dall’interno; forse, dopo le traumatiche esperienze dei venticinque anni precedenti, era ossessionato dal mito dell’unità di classe; grande era ancora il prestigio dell’Unione Sovietica per il ruolo svolto dal ’41 al ’45 nella guerra vittoriosa contro il nazismo, e attuale il ricordo della massiccia ed eroica partecipazione dei comunisti alla lotta di liberazione. Nenni aveva ripreso la guida del Partito al congresso di Firenze del maggio 1949; la sua figura diveniva sempre più prestigiosa e popolare in quei duri anni di guerra fredda e di scontro frontale all’interno, che si conclusero con la sconfitta della “legge truffa”.

Il 7 giugno 1953 ero stato eletto per la prima volta deputato. Potei quindi vedere e ascoltare Nenni da vicino, nella assidua e quotidiana presenza ai lavori parlamentari. Era non soltanto il segretario del Partito, ma anche il presidente del gruppo; diversamente dall’opinione che mi ero fatto di lui, mi resi conto rapidamente che Nenni era un grande oratore parlamentare: “sentiva” la Camera, e la Camera, amici ed oppositori, ne subiva il fascino. Era anche un maestro di tattica parlamentare, agevolato dal fatto che il gruppo dei deputati socialisti lo seguiva con disciplina e con convinzione. L’elezione di Gronchi alla Presidenza della Repubblica, che egli aveva concordata con Guido Gonella al congresso di Torino – cui Gonella assistette da invitato ed osservatore attento e benevolo – fu probabilmente il suo capolavoro. E sono convinto che, a parte l’involuzione finale del settennato di Gronchi, essa segnò l’avvio concreto della svolta che doveva portarci al centro sinistra.

L’altra svolta, molto più importante e decisiva per me, come per tanti altri socialisti della mia generazione, consistette nella riscoperta del valore primario e irrinunciabile della libertà e della democrazia con la conseguente scelta dell’autonomia socialista.

Già dal 1953 Nenni aveva impresso alla politica del PSI una crescente caratterizzazione: “l’alternativa socialista”, ed un certo grado di autonomia che chiamerei “funzionale” rispetto al PCI; ma il principio della politica unitaria rimaneva fuori discussione: nessuna azione politica senza e tanto meno contro il PCI. Anche al congresso di Torino del ’55 (il congresso del “dialogo coi cattolici”), l’unità d’azione col PCI era stata confermata.

Il rapporto Krusciov fu dunque anche per noi una mazzata; e dovette esserlo ancor più per Nenni: egli avrebbe preferito un’evoluzione più prudente e graduale; simile in questo a Togliatti, nutriva, almeno in quella prima fase, scarse simpatie per Krusciov.

Comunque sia, egli reagì rapidamente, con la consueta abilità tattica: ripubblicò su Mondoperaio i suoi scritti del ’37 contro i processi stalinisti, provocando in me e in quelli della mia generazione un notevole sconcerto (“dunque Nenni sapeva?”). Fu gran merito di Nenni trarre fino in fondo le conseguenze della denuncia kruscioviana. Non si trattava degli errori o dei crimini di Stalin, ma dell’essenza stessa dello stalinismo, del leninismo, del sistema sovietico. Era il riconoscimento che non vi può essere socialismo senza libertà e senza democrazia: tutto ciò significava in effetti dare ragione a Saragat, sul piano dei principi e delle scelte di fondo, se non sul piano della pratica e della tattica politica.

Dovette essere duro per Nenni, premio Stalin, presidente del Comitato mondiale dei partigiani della pace, abituato ai consensi di tutta la sinistra. Va a sua lode aver riconosciuto i propri errori e le proprie responsabilità come forse nessun altro leader ha saputo fare; e da quel momento tutta la sua azione politica con i suoi successi e le sue sconfitte è stata coerente con la decisione del ’56. Ci fu l’incontro con Saragat a Pralognan, ci fu la condanna dell’intervento sovietico in Ungheria (approvato ed esaltato dal PCI), ci furono le giornate appassionanti del congresso di Venezia, che segnarono il trionfo politico pubblico di Nenni e la sua sconfitta all’interno del Partito.

Ho già ricordato in altra occasione come si arrivò alla conclusione contraddittoria di quel congresso, le manovre di Basso, l’abilità operativa degli eredi diretti di Morandi. Nenni fu persuaso a rimanere alla segreteria, ma certamente furono due anni di incertezze e di arresto del processo politico che avrebbe dovuto allora portare all’unificazione socialista, “a caldo”, come diceva Riccardo Lombardi, unificazione che forse (ma la storia non si può fare con i se) avrebbe potuto avere ben altra saldezza e ben altro esito dell’unificazione attuata dieci anni dopo.

Con le elezioni del 1958 ero alla mia seconda legislatura; fui eletto segretario del gruppo parlamentare di cui Nenni era sempre il presidente e Pertini il vicepresidente. L’incarico mi impegnava molto nel lavoro della Camera, ma mi consentiva di essere spesso vicino a Nenni, di raccoglierne qualche volta opinioni e sfoghi confidenziali. Egli del resto lavorava più volentieri nel suo ufficio del gruppo a Montecitorio che non alla Direzione, a via del Corso.

Nenni si prese la rivincita al congresso di Napoli ai primi del ’59. Il Partito espresse una netta maggioranza autonomista sulle sue posizioni, condivise ed appoggiate da De Martino e Lombardi. Seguirono quattro anni di intensa attività che dovevano portare, attraverso la “crisi Tambroni”, il congresso di Milano, le esperienze negli enti locali, alla svolta sancita dal congresso di Napoli della DC e realizzata dal primo centro sinistra guidato da Fanfani nel marzo del ’62. Il PSI aveva partecipato all’elaborazione e all’intesa programmatica e si era astenuto, con un’astensione benevola, nel voto di fiducia.

La linea di Nenni si andava così affermando e si percorreva lentamente la strada del riavvicinamento con Saragat ed i socialdemocratici. Se rivado col pensiero a quegli anni, ricordo che mi fece impressione una risposta di Nenni, data a qualche mia domanda od obiezione, risposta che suonava pressappoco così: “Vedi, il nostro errore è stato quello di credere che il PSI potesse rappresentare una posizione originale e diversa, né comunista, né socialdemocratica; la verità è che questa posizione non esiste: nell’ambito della sinistra non c’è via di mezzo, o si è socialdemocratici o si è comunisti”. C’era, in questa ammissione confidenziale non ancora esplicitata negli scritti o nei discorsi, il miglior Nenni, la sua sincerità nel riconoscere i propri errori e le proprie colpe, il coraggio di ricredersi e di correggersi. Egli perveniva a questo riconoscimento quindici anni dopo Saragat: i comunisti, o almeno una parte di loro, ci arrivano oggi dopo altri trent’anni, ma non sappiamo ancora se saranno capaci di andare fino in fondo a trarne tutte le conseguenze.

Il governo Fanfani partì bene: si vararono leggi importanti, si avviò quel salto di qualità nella vita civile e nell’esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali che costituisce il risultato più importante e significativo degli anni del centro sinistra. Anche se da parte dei comunisti si andava sviluppando un’azione antisocialista, che fece poi sentire i suoi effetti nelle elezioni politiche del ’63 particolarmente nelle regioni rosse dell’Italia centrale, il prestigio di Nenni cresceva: egli appariva sempre più indispensabile allo sviluppo e al successo della svolta iniziata. Ricordo a questo proposito lo sgomento che provai, e che provarono con me non solo il Partito, ma tutte le forze impegnate nel centro sinistra, quando nell’agosto del ’62 (ero in vacanza a Castelrotto in Alto Adige) si verificò a Cogne l’incidente che fece temere per la vita di Nenni.

La legislatura che iniziò con le elezioni del 28 aprile del ’63 doveva essere la legislatura del centro sinistra organico. La DC subì una notevole perdita di voti a destra a beneficio del Partito liberale; il PSI ebbe un buon risultato complessivo, ma, come ho già detto, l’erosione dei voti da parte comunista fu forte in Emilia-Romagna, in Toscana, in Umbria, nelle Marche. Si iniziò invece con una battuta d’arresto: la DC aveva dato il benservito a Fanfani ritenuto responsabile delle perdite elettorali; Moro trattò con gli alleati la formazione di un nuovo governo di centro sinistra.

Verso la fine di maggio, in Comitato centrale, Lombardi, Santi e Giolitti con altri compagni si unirono alla sinistra per respingere gli accordi che Nenni e De Martino avevano concluso con la DC, con il PSDI e il PRI, accordi in base ai quali il PSI doveva entrare organicamente nella maggioranza di governo. La vicenda è ancora ricordata come la crisi della notte di S. Gregorio: tutto venne sostanzialmente rinviato al congresso previsto per l’ottobre. Nenni si sentì personalmente sconfitto: amareggiato, mi chiamò – ero stato eletto vice presidente del gruppo – per dirmi che se ne andava a Formia, che non avrebbe partecipato al dibattito e al voto di fiducia sul governo monocolore formato da Leone. Ma non rinunciò certo alla battaglia, e pochi mesi dopo al congresso di Roma una maggioranza rafforzata dette il via all’esperienza governativa del PSI. E fu il quinquennio del centro sinistra.Moro-Nenni.

Nenni ritornava dopo diciotto anni alla vice presidenza del Consiglio. Lo seguii assiduamente nel suo nuovo ruolo, e ancora una volta mi impressionò l’impegno con cui affrontò i nuovi compiti. Ero stato eletto a succedergli nella presidenza del gruppo parlamentare: i nostri incontri erano perciò frequenti e mi accorsi di avere ormai conquistato appieno la sua stima e la sua fiducia. Nenni si sforzava di mantenere stretti contatti col Partito: De Martino succedutogli come segretario era assolutamente leale nell’applicare la politica del congresso e sostenere il governo; ma non nascondeva le sue riserve, e dava l’impressione che il Partito dovesse continuamente giustificarsi per la scelta politica compiuta. Nenni cercava di seguire tutta la complessa problematica dell’azione governativa; ma era assai arduo impadronirsene dopo oltre sedici anni di opposizione per molto tempo frontale, ed egli non era quello che i francesi chiamano “gestionnaire”; Nenni era sempre l’uomo della “politique d’abord”. D’altra parte la sua posizione era scomoda ed ingrata. Per cinque anni non potè mai prendere la parola in Parlamento; e Moro era uomo che, al di là del rispetto e dei riguardi formali, non concedeva nulla, in quanto a spazio politico, al suo anziano e prestigioso vice presidente. Ma ancora una volta Nenni seppe tener duro; e fu in non piccola parte suo merito se il partito resistette ed il centro sinistra durò per l’intera legislatura, superando la crisi del luglio ’64, le difficoltà della successione di Segni al Quirinale, la crescente opposizione dei comunisti che esercitavano una fortissima pressione sul PSI, indebolito dalla scissione dei gruppi della sinistra di Basso e Vecchietti; a loro volta i liberali che avevano già eroso l’elettorato della DC la incalzavano da destra.

La vicenda della lunga crisi del luglio ’64 mi richiama un fascio di ricordi legati alla mia partecipazione all’estenuante trattativa che vide Nenni instancabile, deciso a salvare ad ogni costo l’esperienza avviata, preoccupato com’era (e non ho mai avuto ragione di dubitare della sua sincerità) che un eventuale ritiro dei socialisti dal governo potesse aprire la via a soluzioni precarie ed instabili tali da offrire spazio a tentazioni involutive e ad avventure reazionarie.

Ripercorrendo queste vicende mi torna alla memoria un particolare curioso. Nenni era rimasto sempre il “giornalista nato”, che di ogni riunione teneva un personale resoconto, riassumendo i discorsi di tutti gli intervenuti. Durante le riunioni delle delegazioni dei quattro partiti egli continuava in questa sua abitudine: ma, dato che interveniva spesso e, come del resto tutti, a braccio, gli era sorto il problema di come avere il resoconto fedele dei suoi interventi. Mi aveva quindi investito del compito (che per lui era probabilmente importante e di fiducia) di prendere nota di tutto quanto egli diceva. Ero così divenuto un bravo resocontista, e ogni volta che parlava gli passavo, appena terminato, il riassunto del suo intervento. Ho assolto a questa funzione nel corso dei numerosi vertici governativi e di maggioranza fra il ’63 e il ’68, e ne conservo il ricordo come di un’esperienza singolare.

Sulla elezione di Saragat alla Presidenza della Repubblica ci sarebbe da scrivere un apposito saggio. Essendo stato testimone ed attore di tutta la travagliata vicenda parlamentare, tengo a dire, per quanto riguarda Nenni (senza entrare nel complesso problema delle sue relazioni con Saragat), che egli non credeva alla possibilità di eleggere un non democristiano. Sta di fatto che era preoccupato soprattutto, come della questione più importante, di non incrinare il processo di avvicinamento già in atto col PSDI: l’obiettivo dell’unificazione gli era più che mai presente. Il 10 dicembre 1964 (il Parlamento in seduta comune era convocato per una settimana dopo) L’Espresso era uscito con due pagine interne, del grande formato di allora, intitolate “Solo Nenni può fermare Fanfani”. Nenni, mi mandò a chiamare a Palazzo Chigi e mi parlò con assoluta confidenza così: “Nessun uomo può rimanere insensibile alla prospettiva di essere eletto Presidente della Repubblica. Ma bisogna ragionare con freddezza in termini politici. Non c’è alcuna possibilità che io sia eletto, e non credo che neanche Saragat possa riuscire. Tutti dobbiamo impegnarci a fondo per lui: la peggior sciagura che dobbiamo ad ogni costo evitare, sarebbe quella di uscire sconfitti dall’elezione presidenziale, avendo guastato il nostro rapporto con Saragat”. Mi mandò quindi da Franco Malfatti (era il capo di gabinetto di Saragat agli Esteri e fungeva spesso da uomo di raccordo fra i due leader), perchè rassicurasse Saragat confermandogli il leale sostegno suo e del PSI. In questo colloquio trovo ancora la chiave del comportamento di Nenni nei giorni successivi.

Quando sembrava fallita la candidatura di Saragat, ed avevamo cominciato a votare per lui, sentì per un momento l’ebbrezza di un impossibile successo; ma si rese subito conto che si rischiava di andare a quello sbocco che egli riteneva catastrofico ed aveva paventato; non esitò dunque a farsi promotore di un incontro di chiarificazione con Saragat, incontro che si tenne la sera del 26 dicembre nel mio studio di presidente del gruppo a Montecitorio (io fui presente con De Martino, Brodolini, Tanassi e Cariglia). Ne uscì un rinnovato accordo, la rinuncia di Nenni, e l’indomani nella votazione pomeridiana Saragat fu eletto.

L’ascesa di Saragat al Quirinale avvicinò la prospettiva dell’unificazione. Non intendo qui ripercorrerne le tappe, ma mi preme testimoniare che Nenni (e così pure Saragat) la volle con grande determinazione, come il coronamento della sua vita politica. Era sempre più frequente in lui il richiamo del passato; e probabilmente ritrovava lo stesso ruolo e lo stesso impegno (e, almeno in Saragat, anche uno degli interlocutori) degli anni trenta in Francia.

La giornata del 30 ottobre 1966 con la proclamazione dell’unificazione al Palazzo dello Sport a Roma è stata da lui stesso definita “la giornata più bella ed emozionante della mia vita”.

I guai cominciarono subito dopo: il macchinoso sistema delle doppie cariche a tutti i livelli mostrava chiaramente i limiti dell’espediente; soltanto i due gruppi parlamentari avevano per ragioni istituzionali un presidente unico, Zannier era stato scelto al Senato ed io ero stato confermato alla Camera.

Al primo Comitato centrale che si tenne a Roma dal 14 al 16 gennaio 1967 stava già per scoppiare la crisi. Ci fu un momento in cui l’unica soluzione possibile apparve quella di Nenni segretario unico: gli ex socialdemocratici l’avrebbero accettato e De Martino non poteva dire di no. Nenni era disposto a lasciare il governo e ad assumersi il pesante fardello della segreteria, ed io fui incaricato di preavvertire Moro; questi mi disse che l’ipotesi che Nenni uscisse dal governo la considerava una iattura, ma capiva e si arrendeva alla necessità. Fu poi trovato uno dei soliti mediocri compromessi e si tirò avanti fino alle elezioni del ’68. Ho richiamato questo episodio (che del resto anche Nenni racconta nei suoi “taccuini”) perchè in seguito, quando divenni segretario del partito dopo il Congresso dell’autunno del ’68, e dopo la rottura dell’unificazione del 4 luglio 1969, mi sono spesso chiesto perché Nenni non abbia voluto assumere la segreteria del partito al Comitato centrale del 9 novembre ’68 – a conclusione del quale, dopo il suo rifiuto, io fui eletto segretario – mentre invece era disposto ad accettare l’incarico quasi due anni prima. Eppure il rischio che le cose andassero a finir male doveva apparirgli assai più incombente, dopo la sconcertante vicenda del “disimpegno” con l’alleanza De Martino-Tanassi, incomprensibile sul piano politico, ed il disastroso congresso che si era appena concluso. Nenni stesso ricorda che a me che gli portavo la richiesta della maggioranza (la famosa maggioranza del 53% di “Autonomia” e di “Rinnovamento socialista”), “gridò” il suo rifiuto categorico. Ancora oggi – premesso che non si può riscrivere la storia sui periodi ipotetici dell’irrealtà – mi domando se l’unificazione si sarebbe salvata, ove Nenni fosse divenuto segretario al mio posto. Sarei propenso a dare una risposta affermativa; è vero che dopo la crisi del maggio-giugno ’69 (pronunciamento di Mancini, formazione della nuova maggioranza e mie dimissioni), la disponibilità di Nenni ad assumere la segreteria fino al congresso non valse ad evitare la rottura, dato che il Comitato centrale bocciò a maggioranza la sua mozione; ma forse a quel punto la situazione era troppo compromessa. Nenni segretario fino dall’inizio avrebbe potuto spendere tutto il suo enorme prestigio e le sue grandi capacità: dubito che Mancini, De Martino e Giolitti avrebbero ideata ed attuata contro di lui l’operazione “nuova maggioranza”. Quale allora la ragione del rifiuto di Nenni? Egli diceva di essere vecchio (aveva 78 anni) e stanco. Ma età e stanchezza non gli impedirono di desiderare ed assumere il Ministero degli Esteri né di svolgere come ministro una intensa e proficua attività. Probabilmente ci fu da parte di Nenni una sottovalutazione dei pericoli che lo stato del partito comportava: forse inconsciamente non voleva vederli dato che avvertiva la possibilità di tornare a dirigere la politica estera italiana, ruolo a cui egli deve aver sempre pensato dopo la breve esperienza del ’46-’47. E’ noto del resto questo suo primario interesse per i problemi internazionali: la politica estera esercitava su di lui un vero e proprio fascino, e certamente da ministro degli Esteri seppe dare una prova eccellente di sé. Mi conferma in questa spiegazione il ricordo di una mia conversazione con lui nel maggio-giugno ’69, a crisi del partito già aperta. Gli dissi che l’unico tentativo da compiere per salvare l’unificazione era che assumesse lui la segreteria. Mi guardò col suo sguardo miope, con gli occhiali sollevati sulla fronte, e mi obiettò che non poteva lasciare gli Esteri dove stava portando avanti iniziative importanti per la distensione e per il rilancio dell’integrazione europea. “Anche Pompidou” – mi disse – “che sarà fra breve presidente della Francia, è venuto a visitarmi ed è disposto a riprendere la costruzione dell’Europa”.

Riconobbi che quanto mi diceva era certo molto importante: “ma” – gli osservai – “se ci sarà una scissione, dovrai comunque lasciare gli Esteri”. Non voglio sostenere che sia stata questa mia battuta a persuaderlo ad impegnarsi totalmente e in prima persona, come in realtà fece, ed ormai troppo tardi; ho voluto soltanto ricordare l’episodio per sottolineare la passione totale di Nenni per gli “Esteri”. Quando era a quel posto sembrava quasi che i problemi del partito gli procurassero un senso di fastidio. Da questo punto di vista il destino gli fu avverso; fu ministro degli Esteri due volte, per quattro mesi dal ’46-’47, per sette mesi nel ’68-’69: ambedue le volte le scissioni del partito provocarono la crisi di governo e la cessazione del suo incarico.

Al termine di queste sparse rievocazioni e riflessioni personali, le quali rappresentano una minima parte di quanto potrei scrivere, mi domando ancora quale sia la chiave per capire una personalità nello stesso tempo semplice e complessa come quella di Nenni. Penso che la chiave non sia una sola; certo una delle caratteristiche di lui che più impressionavano era la convinzione, la sincerità con cui si batteva per quel che credeva giusto: con altrettanta sincerità sapeva riconoscere i suoi errori e le sue colpe e correggeva la rotta.

Dalla “settimana rossa”, all’intervento, della scelta socialista all’unificazione dell’esilio, dalle Brigate internazionali di Spagna alla lotta antifascista per la Costituente e per la Repubblica, nel Nenni giovane c’è già, con le sue luci e le sue ombre, tutto il Nenni della maturità e della vecchiaia.

Concludendo una testimonianza meditata, nel ricordo degli anni trascorsi e delle battaglie politiche sostenute accanto a lui, senso di poter parafrasare il detto di Jasper Ridley, il moderno biografo di Garibaldi: ho conosciuto uomini politici più saggi e più lungimiranti di Nenni, degni di ammirazione e rispetto, ma nessuno che più di lui sia stato meritatamente amato dai suoi compagni.

 

 

 

 

 

By | 2015-10-09T13:52:54+00:00 ottobre 2nd, 2015|I più letti, Interventi|0 Commenti

About the Author:

Scrivi un commento