Marco Biagi
di Luigi Covatta

Oggi sono passati quindici anni dall’assassinio di Marco Biagi, e ricordarlo non è inutile, perché il suo assassinio – come prima quello di Massimo D’Antona – sta a dimostrare quanto impervia sia stata la strada che ha dovuto percorrere chi ha cercato di riformare le regole del nostro mercato del lavoro per renderlo più equo ed inclusivo.D’Antona lavorava col ministro Bassolino, Biagi invece col ministro Maroni. Ma Biagi non era un leghista. Era un cattolico che – come Walter Tobagi, a sua volta assassinato dai terroristi rossi – da giovane aveva seguito Livio Labor nel partito socialista: dove peraltro aveva ritrovato il suo primo maestro, quel Federico Mancini la cui candidatura alla Corte costituzionale, nel 1981, verrà bocciata per ben sei volte in Parlamento da democristiani e comunisti per essersi egli pronunciato a favore delle separazione delle carriere dei magistrati.
Marco era rimasto socialista anche dopo il crollo del Psi. Anzi, nel 1999 era stato addirittura candidato dello Sdi alle elezioni comunali di Bologna. Ma, avendo una forte identità, non temeva contaminazioni: perciò collaborava con Maroni come prima aveva collaborato con Treu, e nel frattempo continuava ad andare in bicicletta con Romano Prodi. Forse sperava che – finiti i collateralismi della prima Repubblica – almeno in seno al movimento sindacale ci fossero di nuovo le condizioni per sviluppare un confronto sul merito delle questioni senza pregiudiziali di schieramento (come del resto era avvenuto a partire dagli anni ’60 fino allo scontro sulla scala mobile del 1984). Ma in questo si sbagliava.
La verità è che il bipolarismo muscolare della seconda Repubblica non ammetteva zone franche: o di qua o di là, mentre intanto i problemi della società italiana marcivano senza che la “democrazia dell’alternanza” cavasse un ragno dal buco né con la mano destra né con la mano sinistra. Ed è in questo contesto che caddero prima D’Antona, poi Biagi. Non per mano della Cgil o della Lega, s’intende. Ma perché – nell’asfissia del dibattito pubblico che ha caratterizzato l’ultimo ventennio – si trovarono isolati nel sostenere tesi che non potevano essere catalogate né di qua né di là, ma che erano fondate “soltanto” su un’attenta analisi della realtà. E l’isolamento – che si tratti di mafia o di terrorismo – è sempre la condizione preliminare per trasformare una persona in bersaglio.

By | 2017-04-26T15:17:24+00:00 marzo 19th, 2017|I più letti|1 Commento

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Un commento

  1. Danilo Di Matteo marzo 19, 2017 al 11:04 am - Rispondi

    Sì, credo che occorra ancora riflettere molto sui limiti della “democrazia dell’alternanza” degli ultimi lustri. Lo dico dopo aver creduto nel mio piccolo, da osservatore, ai suoi poteri “taumaturgici”. Essa non basta; deve essere accompagnata da un’adeguata cultura politica. E da più di vent’anni il sistema-paese soffre per l’assenza soprattutto del “grande Psi”, del suo approccio laico. Dove per laico intendo proprio uno spirito non dogmatico, aperto allo studio e all’analisi dei problemi reali. Non è una questione geometrica, di “maggiore” o “minore” sinistra. Si tratta, a parer mio, di comprendere di quale sinistra abbiamo bisogno.

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