Greta, Vanessa e il contribuente

Leggo sull’Ansa:  “Per il rilascio di Greta e Vanessa, le due ragazze italiane rapite in Siria lo scorso anno, sarebbe stato pagato un riscatto di circa 11 mln di euro. Lo dicono fonti giudiziarie di Aleppo, secondo cui una delle persone coinvolte nel negoziato è stata condannata per essersi intascata circa metà del riscatto. Il “tribunale islamico” del Movimento Nureddin Zenki, una delle milizie già indicata come coinvolta nel sequestro, ha condannato Hussam Atrash, descritto come uno dei signori della guerra locali, capo del gruppo Ansar al Islam. L’Ansa ha ricevuto una copia digitale del testo della condanna emessa il 2 ottobre scorso dal tribunale Qasimiya del movimento Zenki nella provincia di Atareb. Secondo la condanna, Atrash, basato ad Abzimo, la località dove scomparvero Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, si è intascato 5 dei 12 milioni e mezzo di dollari, equivalenti a poco più di 11 milioni di euro. I restanti 7 milioni e mezzo – affermano fonti di Atareb interpellate dall’Ansa telefonicamente – sono stati divisi tra i restanti signori della guerra locali.”
Mi chiedo se ora le due operatrici umanitarie volontarie, le loro famiglie solidali, i loro amici, non si sentano in dovere di restituire ai contribuenti italiani almeno una parte di quell’esborso che si sarebbe potuto evitare se le due avessero seguito le indicazioni della Farnesina.

By | 2015-10-13T10:27:41+00:00 ottobre 6th, 2015|I più letti, Interventi|1 Commento

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Un commento

  1. Luca Cefisi ottobre 7, 2015 al 11:04 am - Rispondi

    Questa nota francamente non mi sembra degna del livello della rivista. Piero Pagnotta, con un certo livore stile Gasparri commenta che le operatrici umanitarie Ramelli e Marzullo (chiamate, chissà perchè, “Greta e Vanessa”: eppure non fanno le letterine) dovrebbero “restituire ai contribuenti italiani almeno una parte di quell’esborso che si sarebbe potuto evitare se le due avessero seguito le indicazioni della Farnesina”.
    Le indicazioni della Farnesina valgono per i turisti. Gli operatori umanitari per definizione vanno in luoghi di guerra, o non farebbero questo lavoro, a rischio per definizione. In questi anni il rischio di rapimento, di gravi ferite, di morte, per gli operatori umanitari è grandemente aumentato, secondo i dati dal campo: ne dovrebbe conseguire, se mai, un maggior rispetto per questo lavoro necessario e faticoso. Se non si dovesse fare per i pericoli che comporta, questo varrebbe altrettanto per poliziotti, pompieri e militari, in patria e all’estero.
    Certo, il modello “letterina”, per le giovani italiane di oggi, è meno impegnativo, e magari più gradito al Pagnotta (ma non, spero, a Mondoperaio). Se invece si voleva nel merito discutere la preparazione di Ramelli e Marzullo, la validità del loro progetto e l’adeguatezza delle misure di sicurezza intraprese, aspetti su cui sono stati sollevati legittimi dubbi, ben venga: ma allora ci vorrebbero degli argomenti, appunto, di merito. Purtroppo nessuno ha diffuso dati e informazioni su un’effettiva scarsa professionalità o grave imprudenza delle due operatrici, che si possono sospettare ma non sembrano accertate. Purtroppo, anche operatori umanitari più noti, di maggiore esperienza e sicura competenza, sono stati colpiti sul campo.
    Suggerirei anche di informare Pagnotta, e magari per conoscenza Gasparri, che i colleghi di Fabrizio Quattrocchi, vittima di un efferato omicidio e così spesso portato ad esempio di eroismo italiano, vennero anch’essi liberati dopo il pagamento di un riscatto (forse. Martino smentì, come smentisce Gentiloni ora). Eppure anche quei nostri concittadini si trovarono a mal partito, nel loro diverso, ma comunque non disonorevole, mestiere di operatori di vigilanza privata, dopo una loro autonoma iniziativa in territorio iracheno. Inoltre, in apparenza e per quanto se ne sa, anche loro compirono errori di valutazione che contribuirono oggettivamente al loro rapimento.
    Ma le migliori parole le ha avute forse, in un altro caso analogo, David Cameron rispondendo ad un’interrogazione dell’opposizione laburista, parlando di Alan Henning, un taxista britannico che era andato a guidare veicoli di aiuti umanitari in Siria senza chiedere il permesso a nessun ministero degli esteri, correndo dei rischi per cui va ricordato con rispetto e non schernito, e rimanendo infine vittima di un attentato.
    Cameron ha concordato con l’opposizione che senza dubbio occorreva riconoscere quel sacrificio e sostenere la famiglia di Henning, “un uomo gentile” che “l’intero paese rimpiange”. Sarebbe stato, anche in quel caso, meglio un riscatto e la salvezza di Henning, ma rispetto e buon senso non sono comunque da disprezzare.

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