C’era una volta il modello emiliano

Fossi uno della fantomatica “minoranza piddì” non esulterei per il risultato emiliano. Apparentemente è un campanello d’allarme per Renzi. In realtà è una campana a morto per un sistema che finora aveva costituito la più solida base sociale del postcomunismo.
Non del comunismo. Nessuno pensava ai piani quinquennali quando passava da Carpi, da Goro o da Sant’Ilario, e constatava che lì si era realizzato il capitalismo in una sola generazione. Nessuno pensava a Baffone quando Dozza surclassava Dossetti alle elezioni comunali del 1956. E nessuno, del resto, pensava a Mazzini o a Prampolini quando prendeva atto dell’egemonia del Pri a Ravenna e del Psdi a Molinella. Piuttosto si prendeva atto del successo di un modello – il “modello emiliano” – che altro non era che uno dei tanti esempi di “socialdemocrazia realizzata” nell’Europa del dopoguerra.
Certo: i compagni della Bolognina rimasero sconcertati quando sentirono dire da Occhetto che il loro dio non era mai esistito, e che comunque non doveva essere più venerato. Ma furono rassicurati dalla permanenza di una religione: la quale, come si sa, spesso prescinde da una fede e comunque ad essa sopravvive.
Nel caso, sopravviveva il sistema di controllo sociale che ogni socialdemocrazia realizzata porta inevitabilmente con sé: la cooperativa che ti dà lavoro, il sindacato che ti inquadra, il comune che assegna le case popolari, la municipalizzata che tiene le tariffe basse, il partito che – oltre alle feste dell’Unità – organizza anche il “lavoro culturale” di cui Luciano Bianciardi ci ha lasciato imperitura testimonianza.
Ma era un sistema destinato a sparire, come alla fine del “secolo socialdemocratico” è sparito in Gran Bretagna, in Germania, in Scandinavia e in Olanda: dove però non mancarono i chierici capaci di adeguare la dottrina ai tempi nuovi.
I chierici del comunismo emiliano, invece, ignorarono la dottrina (che comunque non era la loro) e si concentrarono sulla religione. E pazienza se, per mandare avanti la ditta, dovevano di volta in volta nominare un papa straniero, cominciando con Prodi e finendo con Del Rio. Di riaprire i seminari non gli venne in mente neanche quando dovettero importare un Cofferati per fare il sindaco di Bologna.
Ora Bonaccini è stato eletto con lo stesso numero di voti con cui trent’anni fa venivano eletti Andreatta e Gorrieri, rare mosche bianche in un nugolo di mosche rosse. Fossi Fassina, rifletterei su questo, invece di festeggiare.

By | 2016-03-15T10:40:50+00:00 novembre 25th, 2014|I più letti|0 Commenti

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